Visita Pastorale: il saluto alla Comunità Parrocchiale di Careri  

Alla Comunità Parrocchiale di Careri

Pace e benedizione del Signore!

Grazie a Voi ed al Signore nostro Gesù Cristo!

 

Al termine della mia visita a questa comunità parrocchiale, vi esprimo il mio grazie per l’accoglienza ricevuta e per i diversi momenti d’incontro e di preghiera. Ho trovato una comunità che non nasconde le sue fatiche e difficoltà, ma anche la consapevolezza di voler e dover ritrovare la sua vera identità.

Un grazie a Padre Mariano, religioso degli Araldi del Vangelo. Proveniente dalla lontana India, ha accettato la responsabilità di guidare questa comunità. Un compito non facile per un sacerdote, che provenendo da un altro paese, da una cultura diversa, con una lingua diversa, si trova ad assumere per la prima volta la piena responsabilità pastorale di una parrocchia. Ancora più difficile se pensiamo – come bene affermava un anziano ammalato – che questo paese ha bisogno di un direttore d’orchestra. Dove per di più l’orchestra non è facile da guidare. A padre Mariano ho chiesto questo e devo dire che con prontezza ha dato la sua disponibilità. Apprezzo la sua mitezza e buona volontà nell’affrontare un non servizio. Occorre reciproca comprensione e massima collaborazione.

Grazie anche ai ministri straordinari della Comunione, che mi hanno accompagnato. E’ un piccolo gruppo, che offre del suo tempo in questo ministero di consolazione, che sa di doversi alimentare sulla Parola e sulla relazione col Signore.

Grazie a quanti si impegnano nell’annuncio del Vangelo e nella catechesi. Grazie alle famiglie ed ai ragazzi e giovani che accettano la sfida di restare qui, pur fra tante difficoltà.

Grazie a tutti i collaboratori parrocchiali, cui chiedo di non perdersi d’animo né scoraggiarsi e di soffrire per il Signore e la Chiesa restando sempre fedeli al man dato ricevuto.

          Un tempo di emergenza

L’emergenza sanitaria, che ha investito l’Italia ed il mondo nei primi mesi del 2020, ha interrotto le nostre attività pastorali, ed anche la mia visita pastorale. Che ora ho ripreso dopo due mesi. Il tempo di coronavirus ci ha fatto vivere un’esperienza nuova. E’ stato anzitutto un momento di ritiro a casa. E se da una parte, ci ha fatto sentire vicini nella fragilità ed ha fatto lievitare la solidarietà, dall’altra ci ha aiutati a riscoprire la dimensione domestica della fede. Per tanti stare a casa è stata l’occasione per pregare. Spesso davanti ad uno schermo televisivo o in streaming. O recitando il rosario, cosa per tanti rara in passato. E’ un tempo non ancora del tutto superato. Ci sono da rispettare tante restrizioni ed il distanziamento fisico. Né potremo seguire le nostre liturgie senza tenere presenti le prescrizioni sul distanziamento fisico e sulla limitazione dei posti, sull’igienizzazione. Non sono possibili tutte le manifestazioni popolari che contraddistinguevano la nostra estate.

Con fede possiamo dire che in questo tempo di contagio da covid-19 non ci è mancato lo sguardo amorevole e la vicinanza del Signore. Anche se ancora l’invisibile male non è sconfitto, possiamo ringraziare Dio, perché ha risparmiato ulteriori sofferenze al nostro popolo già tanto provato per altro!

 “Un paese senza paese”.

          Mi colpiva questa affermazione di un anziano a letto che dimostrava di conoscere bene la vostra realtà. Con senso di realismo e di concretezza sottolineava il vero problema di un paese, diviso in tre comunità: essere “un paese senza paese”, un paese senza unità municipale, ove le stesse strade di collegamento sono malmesse o interrotte. Penso alla strada che collegava direttamente Careri a Natile nuovo. Ora interrotta. Ma anche all’altra strada di collegamento Careri-Natile-Platì malandata ed in un punto portata via dalla frana.

Non aiuta essere un paese diviso in tre comunità/frazioni: Careri, centro municipale, con la sua bella collocazione panoramica; Natile, col suo antico centro storico che permane nonostante il trasferimento dell’abitato dopo l’alluvione del 1951; Natile nuovo, ricostruito in un’area distante, con famiglie più giovani ed un maggior numero di abitanti. Insieme formano una comunità di più di duemila abitanti. Ma divisi nelle tre comunità, che tendono ad affermare ognuna una propria identità, si è sempre più deboli. L’unità municipale non può essere solo giuridica e formale. Questa è la debolezza di un comune, che, nonostante tutto, ha le sue risorse e positività.

Il percorso amministrativo commissariale deciso a ristabilire prassi di legalità porta a risultati sperati solo se trova collaborazione da parte dei tanti cittadini onesti. L’impegno della Commissione prefettizia di stabilizzare i lavoratori LSU-LPU pone fine ad uno stato di precarietà di oltre venti lavoratori che finalmente vedono finire dopo ben 23 anni la loro condizione di precariato. E’ un segno di speranza per questo paese, la cui collocazione offre bei paesaggi sul mare, con uno sguardo a 360° tra mare e monti. Uno sguardo dall’alto che incanta, un balcone che si affaccia sullo Jonio con la catena dell’Aspromonte che appare nella varietà delle sue forme! Non s’intravedono ricette preconfezionate per la soluzione di tali problemi. Ma un percorso d’integrazione territoriale, mettendo insieme le proprie risorse e salvaguardando le peculiarità di ciascuna comunità, ne favorirebbe la crescita.

La comunità può crescere solo con l’apporto di cittadini responsabili e partecipi alla vita pubblica, che affrontano insieme i problemi senza cedere il passo alle chiusure e senza disinteressarsi di ciò che accade attorno. Questo porterebbe alla fine della comunità! Essa ricorda momenti di impegno sociale, come la reazione pubblica di fronte ad importanti opere iniziate nel territorio comunale e non portate a termine (strada di collegamento Bovalino-Platì-Bagnara) o la dimostrazione a difesa del mantenimento della scuola nel paese.

Ho percorso il territorio cittadino, trovando tante porte aperte, incontrando anziani e malati. Soprattutto per loro sono venuto. L’impressione è che la componente anziani prevalga di gran lunga su quella giovanile. Gli anziani non nascondono la preoccupazione per il futuro del paese. D’altra parte se non c’è lavoro quale speranza di futuro può esserci per i giovani? Ho incrociato via dell’emigrante. Sì, il paese soffre molto l’emigrazione. Sono molte le famiglie andate vie e tante qui residenti lavorano altrove.

Le tradizioni religiose, che quest’anno hanno subito un rallentamento a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, rappresentano nell’immaginario collettivo un collante. Ma fino a che punto? Anche le tradizioni popolari se non vogliono finire hanno bisogno di purificazione e adeguamento ai tempi che cambiano ed essere più rispondenti alle istanze evangeliche. Di fronte a tante difficoltà presenti non manca la voglia di non arrendersi, di rialzarsi, di ritrovare unità e compattezza.  

E’ tempo di ripartire!

 Ora che la curva del contagio sembra rallentare è tempo di ripartire! E’ tempo di ripartire, sapendo che senza il Signore nulla possiamo e quando pensiamo di costruire la casa comune senza di Lui, prima o poi sperimenteremo il fallimento! E’ tempo di continuare il cammino e di ridare conforto e vicinanza agli ammalati, alle persone con gravi disabilità, a quanti soffrono o sono ai domiciliari. Mi ha fatto piacere incrociare il volto sorridente di alcuni di loro. Tra gli scopi della mia visita vi era anche questo: incontrare le persone con problemi di disabilità e quanti reclusi ai domiciliari soffrono nell’animo. Ripartire è ridare slancio al cammino tenendo presente alcune urgenze:

  1. Riprendere l’esperienza pastorale delle Comunità di parrocchie già iniziata. L’impegno a portare avanti una pastorale in rete dà risultati positivi e impedisce la chiusura e l’isolamento con la tentazione dello scoraggiamento. Questa parrocchia fa comunità con quelle di Benestare e Bovalino superiore, in modo da condividere un cammino di collaborazione e condivisione. Ci sono attività, come la formazione e la preparazione alla cresima degli adulti, la pastorale giovanile ed oratoriale, la catechesi, che vanno organizzate insieme. Ho già visto in passato tanta disponibilità in questa direzione. Sono certo che riprenderà con la collaborazione di tutti e di ciascuno. Da soli non si va da nessuna parte.
  2. Formazione del gruppo Caritas parrocchiale. La comunità devota al suo patrono S. Antonio ne deve accogliere il messaggio: “La carità è l’anima della fede, essa la rende viva. Senza amore, la fede muore”. E’ da tempo che il cammino diocesano richiama l’attenzione agli ultimi ed ai poveri, invitando ogni parrocchia ad avere un gruppo Caritas parrocchiale. Essere veri devoti di S. Antonio è accogliere il suo messaggio spirituale.
  3. la priorità della formazione cristiana si svolge secondo le indicazioni diocesane nei suoi tre livelli:
  • il livello parrocchiale, basato sull’incontro settimanale sulla Parola di Dio o lectio divina (il martedì della Parola)
  • Il livello vicariale (ad Ardore) con gli incontri mensili di approfondimento sui diversi temi che riguardano la vita cristiana.
  • Il livello diocesano, per gli operatori pastorali della catechesi, della Caritas, dei ministeri, degli animatori liturgici, ecc.).

 Sulla scia del Santo Patrono

Riscoprite la ragione dell’avere come patrono S. Antonio da Padova, conosciuto come il santo dei miracoli, vero modello di vita cristiana. Insigne predicatore e confessore instancabile, di lui un contemporaneo disse: «Predicando, insegnando, ascoltando le confessioni, gli succedeva spesso di arrivare al tramonto senz’aver nemmeno potuto prendere cibo». Alla predicazione itinerante alternava periodi di ritiro nella solitudine, com’è nella tradizione francescana. Per S. Antonio la vita attiva era espressione dell’amore verso il prossimo, quella contemplativa dell’amore verso Dio. Carità e povertà sono per lui due pilastri essenziali della vita cristiana: “La natura ci genera poveri, nudi si viene al mondo, nudi si muore. È stata la malizia che ha creato i ricchi, e chi brama diventare ricco inciampa nella trappola tesa dal demonio… Lo Spirito del Signore è lo spirito di povertà. I forti sono i poveri, che non vacillano né nella prosperità né nelle avversità”. Ed ai ricchi diceva: “O ricchi, fatevi amici i poveri, accoglieteli nelle vostre case: saranno poi essi, i poveri, ad accogliervi negli eterni tabernacoli, dove c’è la bellezza della pace, la fiducia della sicurezza, e l’opulenta quiete dell’eterna sazietà”.

Antonio, profondamente animato da spirito francescano, ne fa suoi i principi fondamentali: l’amore per la povertà e la dedizione verso i poveri, l’impegno missionario, la dimensione contemplativa e il rispetto per la natura.

Una consegna finale

Ci viene proprio dal vostro Santo Patrono che amava ripetere: “Il grande pericolo del cristiano è predicare e non praticare, credere, ma non vivere in accordo con ciò che si crede”. Non c’è vera devozione che non sia basata sul desiderio di imitazione dei Santi. Un desiderio che si esprime anche nel segno dell’abito che alcuni tra voi indossano per devozione. Ritornare ad una fede semplice e vera più rispondente al messaggio delle beatitudini è questa la grande consegna di S. Antonio.

13 giugno 2020

✠ Francesco Oliva

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