UNA LUCE RIFULGE NELLA NOTTE DEL NOSTRO TEMPO! Messaggio alla Diocesi di S.E. monsignor Francesco Oliva per il Natale 2020

 

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UNA LUCE RIFULGE

NELLA NOTTE DEL NOSTRO TEMPO!

 

 

MESSAGGIO AL POPOLO DI DIO

CHE E’ IN LOCRI-GERACE,

AI SACERDOTI, DIACONI, RELIGIOSI E RELIGIOSE

PER IL NATALE 2020

 

 

Carissimi fratelli e sorelle tutti!

 

Sento di dover condividere con Voi qualche riflessione sul Mistero del Natale. In questo tempo del tutto particolare, in cui  la paura di un virus, tanto invisibile quanto pericoloso, sta segnando profondamente la nostra vita. Andiamo incontro ad un Natale difficile da immaginare. Ma sempre Natale! Per quel messaggio di pace che in quella notte santa gli Angeli consegnarono ai pastori ed agli uomini amati dal Signore:

 

Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.

Accogliamo il dono della pace con tanta speranza, avendo sullo sfondo il presepe, che continua ad essere una tradizione tanto amata, dalla quale possiamo apprendere la semplicità ed il vero senso della vita.

 

L’oggi del Natale

 

Non perdiamo l’attualità del Natale! Né lasciamoci rubare la bellezza di un evento che ha rivoluzionato la storia umana. Il Natale è memoria ‘attuale’ di un evento, che si rinnova nell’oggi della nostra storia. Non un fatto passato, ma attuale ‘presenza’ di un avvenimento che è per noi. Chi partecipa alle liturgie di questi giorni può far suo il costante richiamo all’ “oggi” e l’invito alla gioia rivolto dall’Angelo ai pastori:

 

“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-12).

 

In atteggiamento orante possiamo cogliere la profondità dei segni che ci sono dati: una mangiatoia, un Bambino avvolto in fasce, la Madre Maria in un silenzio contemplativo, Giuseppe in meditazione.

Veramente tu sei un Dio misterioso, Dio di Israele, salvatore”, (45, 15), ci dice il profeta Isaia. E’ il Dio che viene gratuitamente, non pretende nulla, viene di propria iniziativa, in modo disinteressato:

A prima vista non porta nulla con sé, ma dona se stesso totalmente, senza riserve” (card. K. Lehmann).

Nessun apparato esteriore, nessun clamore: nel piccolo villaggio di Betlemme tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, tra gli emarginati della società, si mettono in cammino senza indugio nella notte fonda. Il Signore ha scelto la povertà, il nascondimento, non la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dalla condizione sociale. E’ il Verbo, che si è fatto carne:

Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza. Si è fatto simile a me, perché io lo accolga. Si è fatto simile a me, perché io lo rivesta” (Cantico di Salomone).

Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi… Per vedermi, lasciate i vostri sistemi di televisione… Per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non prendete strumenti di precisione… Per leggere le Scritture, lasciate la critica… Per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità…” (Pierre Mounier).

‘Oggi’ possiamo rivivere il Natale del Signore, essere contemporanei a Lui, alla madre Maria, a Giuseppe, agli Angeli ed ai pastori, se ci rivestiamo di umiltà e di fede. Il Signore ci presenta questo tempo, segnato dalla paura del contagio e dalle precarie condizioni economiche di tante famiglie, come “l’alloggio”, in cui trova vera accoglienza. Tempo in cui appare la benevolenza di Dio.

 

“È apparsa la grazia di Dio per tutti gli uomini” (Tt. 2, 11-14)

Il tempo che viviamo infonde un senso incontrollabile di precarietà, nella ricerca di quanto può corrispondere alle esigenze delle nostre comunità. E’ spesso “un camminare a vista”, che non offre certezze. Di certo, un tempo che va liberato da ogni falso ed edulcorato sentimentalismo natalizio, oltre che dalla logica consumistica dell’accumulare, del pensare più a se stessi che al bene degli altri. Un rischio reale, che favorisce la frenetica preoccupazione dei regali e degli acquisti. Ma per me cristiano, che desidero vivere un Natale libero dalla tentazione del consumismo moderno, ciò che più conta oggi è cosa posso fare o dare, come posso accogliere quel Bambino, che è manifestazione della tenerezza di un Dio ch’è Amore. Mi chiedo: in che modo posso vivere questo difficile tempo , al di là della fatica? Come posso renderlo opportunità di crescita e di riflessione? Come posso ricentrare la mia vita su ciò ch’è essenziale? Cosa per me è più essenziale della fede nell’evento stesso dell’incarnazione del Figlio di Dio? Il Signore entra nella storia umana per insegnarci a dare valore al tempo.

Per Albert Einstein, anche (e soprattutto) il tempo di crisi è un’opportunità:

La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie” (Come io vedo il mondo, 1934).

Lo sarà se non ci lasceremo piangere addosso. Come ci ricorda papa Francesco,

troppe volte, guardando alla nostra vita, vediamo solo quello che ci manca…cediamo alla tentazione del ‘magari!…’: magari avessi quel lavoro, magari avessi quella casa, magari avessi soldi e successo, magari non avessi quel problema, magari avessi persone migliori attorno a me!… L’illusione del ‘magari’ ci impedisce di vedere il bene e ci fa dimenticare i talenti che abbiamo”.

 

E’ un’illusione che crea un’atmosfera cupa e soprattutto fa perdere la gioia del Natale.

Dio sogna un Natale, che trasfigura questo nostro tempo, che sia una rivoluzione dei cuori, capace di rendere più umane le relazioni tra gli uomini e le donne. Lasciamoci inquietare da un Dio così! Lasciamo che ci risvegli da quel torpore, che ci porta a ruotare intorno a noi e ad accusarci reciprocamente, sprofondando in una crisi relazionale permanente che rende più cupa la vita. Questo Dio, che ci apre il suo cuore, ha grandi sogni su di noi. Solo Lui li può conoscere.

I progetti che Dio affida all’uomo ed alla donna sono la promessa

di cieli nuovi e di una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13; cfr Is 65, 17; Is 66, 22).

 

Il mistero di un Amore assoluto

 

Il Natale è un evento sorprendente, perché ci consegna un progetto grande, che, se accolto e fatto germogliare, cambia il nostro mondo. Ci consegna un Vangelo, annuncio di salvezza e di speranza per l’uomo. Scrive sant’Ireneo:

Il Verbo si è fatto dispensatore della gloria del Padre ad utilità degli uomini… Gloria di Dio è l’uomo che vive e la sua vita consiste nella visione di Dio”.

La gloria di Dio si manifesta proprio nella salvezza dell’uomo, che Dio ha tanto amato, “da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Facendosi uomo, Dio conferisce dignità all’essere umano, anche se sofferente, anche se malato ricoverato in reparti di terapia intensiva. Per questo ogni forma di disprezzo o di mancanza di rispetto per l’uomo, chiunque egli sia, è non solo negazione dell’incontro con Dio, ma anche un profondo attacco a questa dignità. Una dignità che non siamo noi a darci, ma che l’uomo possiede fin dall’inizio, per essere stato creato “ad immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1, 26).

Accogliamo il Natale come espressione dell’amore di Dio e ragione ultima della sua Incarnazione. Come ha scritto il teologo Urs von Balthasar,

Dio “non è, in primo luogo, potenza assoluta, ma amore assoluto, la cui sovranità non si manifesta nel tenere per sé ciò che gli appartiene, ma nel suo abbandono” (Mysterium paschale I, 4).

E’ un mistero di Amore, che richiama alla mia memoria un testo meraviglioso di Santa Teresa di Gesù Bambino, che riporto nella sua interezza:

All’orazione i miei desideri mi facevano soffrire un vero e proprio martirio; aprii le epistole di San Paolo per cercare qualche risposta. Mi caddero sotto gli occhi i capitoli XII e XIII della prima lettera ai Corinzi… Nel primo lessi che non tutti possono essere apostoli, profeti, dottori, etc…, che la Chiesa è composta da diverse membra e che l’occhio non potrebbe essere al tempo stesso la mano…. La risposta era chiara ma non appagava i miei desideri, non mi dava la pace… Come la Maddalena chinandosi continuamente sul sepolcro vuoto finì per trovare quello che cercava, così, abbassandosi fino alle profondità del mio nulla, mi innalzai tanto in alto che riuscii a raggiungere il mio scopo… Senza scoraggiarmi continuai la lettura e questa frase mi rincuorò: “Cercate con ardore i doni più perfetti, ma io vi mostrerò anche una via più eccellente”. E l’Apostolo spiega come tutti i doni più perfetti non sono niente senza l’Amore… Che la Carità è la via eccellente, che conduce sicuramente a Dio. Finalmente avevo trovato il riposo… Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in nessuno delle membra descritte da San Paolo, o meglio volevo riconoscermi in tutte… La Carità mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava, capii che la Chiesa aveva un Cuore, e che questo Cuore era bruciante d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa, che se l’Amore si spegnesse, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi… Insomma che è Eterno!… Allora nell’eccesso della mia gioia delirante ho esclamato: O Gesù mio Amore… la mia vocazione l’ho trovata finalmente, la mia vocazione, è l’Amore!… Sì ho trovato il mio posto, nella Chiesa e questo posto, o mio Dio, sei tu che me l’hai dato … nel Cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’Amore… così sarò tutto… così il mio sogno sarà realizzato!”

Per vivere questa vocazione di amore, occorre superare ogni scissione interiore: nessuno crederebbe alla realtà dell’amore proveniente da “labbra impure”, che diffondono il veleno della cattiveria, o da una voce che tradisce rancore e vendetta. Al malvagio Dio rimprovera la schizofrenia spirituale e la doppiezza comportamentale:

Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che hai in odio la disciplina e le mie parole ti getti alle spalle?” (Sl 49, 16-17).

L’amore viene da Dio e lo si riconosce nelle persone che sono pronte a ridimensionare il proprio IO, a liberarsi della propria arroganza, dei pregiudizi e dei malintesi. Lo si riconosce in coloro, che sanno donarsi realmente e totalmente. Senza interesse alcuno.

 

Il sogno di un Natale vero

 

Un bel passo dell’Evangelii Gaudium c’introdue nel mistero del Natale:

“… così come alcuni vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce, si pretendono anche relazioni interpersonali solo mediate da apparecchi sofisticati, da schermi e sistemi che si possano accendere e spegnere a comando. Nel frattempo, il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza” (n.88).

Il Natale come incontro con la tenerezza di Dio ci riempie di gioia. E’ questo il vero Natale, quello che nel silenzio porta a lodare e ringraziare il Dio, che sceglie di stare dalla nostra parte. Il Dio che con l’incarnazione salva ciò che ha assunto: le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze di ogni uomo.

Facendosi carne, ha assunto anche la sofferenza umana. Quella che si manifesta nella malattia, nei disagi fisici e psichici, nell’indifferenza del mondo e nelle ingiustizie sociali.

Incarnandosi Dio sceglie la via della solidarietà e apre alla “mistica che cerca il volto”, che porta all’incontro con quanti soffrono, all’incontro col volto degli infelici e dei perseguitati. Entra in un mondo, ove non esiste sofferenza che non ci riguardi. Ove l’esperienza cristiana assume il volto di Dio:

Signore, quando mai ti abbiamo visto malato…? Allora egli risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me” (Mt 25, 31-46).

Il mistero del Natale è un evento rivoluzionario, che dà una nuova direzione alla storia umana, sollecita gli uomini “amati dal Signore ad aprirsi agli altri, a lottare e ad impegnarsi per il bene comune, a superare l’egoismo, che assoggetta anche i ruoli e le responsabilità pubbliche al proprio interesse e sete di potere. Non si concilia con alcuna forma di corruzione, proprio perché impegna a farci carico della vita delle persone più deboli, ad accostarci a chi è più solo ed emarginato, lavorando e lottando.

Accogliere il Natale di quel Bambino, che manifesta la tenerezza di un Dio che ci ama, non lascia spazio all’inerzia: Dio ha voluto farsi vicino, per non lasciarci “nel grigio pragmatismo della vita quotidiana, “nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità” (card. J. Ratzinger).

Vivremo un Natale vero, un Natale diverso, se accettiamo che il Signore ci spinga oltre il facile narcisismo. Se, al posto dell’amor proprio, diamo spazio alla solidarietà con chi è ferito e malato. Se, al posto dell’odio e dell’aggressività, lasciamo posto all’accoglienza dell’altro, e ancor più dello straniero. Se, al posto dell’indifferenza, faremo germogliare in noi una vera sensibilità per la sofferenza e le ferite del mondo.

Crede veramente nel Natale chi non chiude gli occhi di fronte alle ingiustizie, non considera l’esperienza cristiana “un cieco incanto dell’anima, ma insegna una mistica degli occhi aperti” (J. Baptist Metz). Sa che Dio non s’è fatto uomo solo per alcuni privilegiati. Che posso dire il “mio” Dio, solo se lo posso adorare anche come il Dio di quelli che piangono o sono in lutto, di coloro che sono affamati o assetati, dei malati e dei carcerati, degli stranieri e di quanti non hanno una cittadinanza, dei senza tetto e dei disoccupati. Chi si dice vicino al Bambino adagiato nella mangiatoia sa di dover essere vicino ai più piccoli e a quanti sono rifiutati e maltrattati della società dello scarto e della “globalizzazione dell’indifferenza”.

 

Tu, non temere!

 

Il “Dio con noi” invita a non temere, a non smarrirci, perché si è fatto a noi più vicino di quanto possiamo pensare, illumina le tenebre, ci libera dalle nostre angosce. Attraverso il profeta Isaia ci rassicura:

“Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia” (Is 41,10).

In questo tempo di pandemia, che fomenta l’incertezza del domani, occorre fidarsi di Dio, non cedere allo scoraggiamento e mai perdere la speranza del futuro. La verità del Natale ci consegna la certezza che a Dio niente è impossibile, anche quando sembra prevalere la desolazione, la distruzione, l’abbandono. Il Dio, a cui nulla è impossibile, entra nella storia umana, sceglie di essere presente nella tua vita, perché gli appartieni. Ci consegna il bell’annuncio che non guarda anzitutto il nostro peccato ed i nostri fallimenti, ma la nostra sofferenza, specie quella che scaturisce dalle ingiustizie presenti nel mondo. Assumendo la natura umana, guarda l’uomo nella sua concretezza, si accosta ai suoi fallimenti e sposa le sue sofferenze.

Il “Dio con noi” assume realmente tutta la realtà del nostro mondo. Egli è il giusto che viene a liberarci, mostrandoci quanto il nostro tempo sia tentato dal male. Eppure il Natale non ci consente di adagiarci in atteggiamenti rassegnati e arrendevoli di fronte a quanti soffrono l’oscurità e l’inutilità di tante cose ed hanno fame e sete di giustizia. Non dimentichiamo che la nostra fede cerca la giustizia, l’ama e soffre per essa. Rifuggiamo dal puntare il dito sulle inadempienze altrui e facciamoci un umile esame di coscienza, in modo da poter cantare dal profondo del cuore:

Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo” (2Cor 4, 6).

Un evento che apre alla speranza.

Con l’incarnazione del Figlio di Dio, la speranza entra nel mondo: Dio non ci abbandona, si spoglia della sua divinità, per esserci vicino:

pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2, 6-8).

E’ il Dio fedele, che inaugura un Regno nuovo e dona una nuova speranza all’umanità. E’ questo il senso del Natale: la rivincita della speranza sulla disperazione, dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’intrigo, del silenzio sul chiasso, del raccoglimento sulla distrazione, della povertà sulla bramosia del possesso e sulla sete di guadagno. La speranza, che ci porta il Bambino Gesù, offre una meta a chi si affida al Dio misericordioso:

“a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza” (49, 23).

Camminando sulla retta via, con speranza, siamo salvi: “nella speranza siamo stati salvati» (Rm 8,24). La speranza non crea steccati, non chiude in se stessi: porta a guardare agli altri, che per l’Emmanuele non sono solo i vicini, ma sono proprio gli altri, gli stranieri, gli scartati, i dimenticati da tutti, le vittime dell’ingiustizia. Nel guardare gli altri prende forma la speranza messianica, secondo la quale nessuno può sperare solo per se stesso.

Il Natale fa rinascere la speranza, porta a guardare oltre le nostre delusioni e fallimenti, dà la forza di vincere lo scoraggiamento che ritorna ogni volta che non abbiamo il coraggio del dialogo, confidando più nelle nostre certezze che fidando in Signore. Atteggiamenti questi molto pericolosi, come spiega papa Francesco:

Non diamo retta alle persone deluse e infelici; non ascoltiamo chi raccomanda cinicamente di non coltivare speranze nella vita; non fidiamoci di chi spegne sul nascere ogni entusiasmo dicendo che nessuna impresa vale il sacrificio di tutta una vita; non ascoltiamo i “vecchi” di cuore che soffocano l’euforia giovanile. Andiamo dai vecchi che hanno gli occhi brillanti di speranza! Coltiviamo invece sane utopie: Dio ci vuole capaci di sognare come Lui e con Lui, mentre camminiamo ben attenti alla realtà. Sognare un mondo diverso. E se un sogno si spegne, tornare a sognarlo di nuovo, attingendo con speranza alla memoria delle origini, a quelle braci che, forse dopo una vita non tanto buona, sono nascoste sotto le ceneri del primo incontro con Gesù. Ecco dunque una dinamica fondamentale della vita cristiana: ricordarsi di Gesù, del suo Natale tra noi. Paolo diceva al suo discepolo: «Ricordati di Gesù Cristo» (2Tm 2,8); questo il consiglio del grande San Paolo: «Ricordati di Gesù Cristo»”.

“Ricordarsi di Gesù, ricordarsi del Natale” alimenta la nostra vita e fonda la nostra speranza, quella che non smette di farci sognare.

E’ il segreto del Natale: accettare di sognare con Gesù la possibilità di una vita più umana, veramente libera di fronte alle seduzioni di un mondo che fa a meno di Dio. Una vita capace di farsi carico del fratello, e del fratello più vulnerabile, e disposta a volare alto, sapendo come Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach che “Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano”.

Figli dell’Incarnazione

Il Natale del Signore ci rende figli dell’incarnazione. In Gesù siamo “predestinati ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,5). Teniamo sempre a mente che in Lui e per Lui siamo figli di Dio ed eredi del cielo:

Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1).

Il Natale ci mostra la via da seguire: costruire una società di “Fratelli tutti”, secondo il titolo dell’ultima enciclica sociale di papa Francesco, mutuato dalle “Ammonizioni” di San Francesco d’Assisi. Il Santo di Assisi usava queste parole, “per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo”.

Senza l’incarnazione del Verbo viene a mancare il senso peculiare della fede cristiana. Come scrive nella sua prima lettera San Giovanni:

Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio” (1Gv 4,2).

In Gesù incontriamo il volto umano di Dio. Come dicevano i Padri della Chiesa, “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio”. Una verità questa che è stata ripresa e sviluppata nella Gaudium et Spes:

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo…Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi, fuorché nel peccato” (n. 22).

Con l’Incarnazione, Dio si è fatto vicino ad ogni uomo, ci ha resi fratelli suoi. Questa realtà, che fonda e realizza la dignità umana, può essere vissuta, ma anche negata nella quotidianità della nostra vita.

 

Natale in parrocchia

 

Non sarà come gli altri anni il Natale in parrocchia. C’è anche la difficoltà nel realizzare il presepe con il coinvolgimento di piccoli e grandi. Non ci potrà essere una partecipazione ampia per le restrizioni e la limitazione dei posti e la messa della notte dovrà essere anticipata in modo da rispettare il rientro a casa entro le ore 22. Vedo molte parrocchie impegnarsi nel preparare – come possibile – il Natale anche in questo tempo di difficoltà. Vedo l’impegno dei sacerdoti e delle Caritas a sostenere le famiglie più fragili, le persone sole, gli anziani ed i malati. Di questo ringrazio il Signore che ci fa crescere nello stile della prossimità e della compassione. Come Lo ringrazio, perché ci aiuta a condividere la sofferenza di quanti hanno perso i propri cari a causa della pandemia.

 

Natale in famiglia!

 

Il mio pensiero va a tutte le famiglie, chiamate, nell’attuale difficile contingenza, a vivere il Natale nell’intimità familiare.

Nel Messaggio indirizzato ai ragazzi e alle ragazze del cammino di iniziazione cristiana ho chiesto di vivere più intensamente il momento festoso della cena di Natale. Non essendo possibile uscire di casa dopo le 22 nella notte di Natale, ragion per cui le celebrazioni liturgiche vengono anticipate, ho chiesto di rileggere il Vangelo della natività secondo Luca (2, 1-20), invitando un genitore a benedire la mensa, considerando la casa luogo della presenza del Figlio di Dio, del “Dio con noi”. Egli viene a portarci la gioia:

la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

C’invita a condividere il pane ed il vino ed ogni buona vivanda, perché nella convivialità si possa compiere il miracolo della fraternità. La condivisione della cena può essere per tutti un momento, che apre al perdono, al dialogo, a riallacciare eventuali relazioni indebolite col tempo. Nella nostra tradizione popolare la cena è il momento culminante della notte di Natale e va a completare tanti altri significativi gesti di amicizia, quali i regali, il trovare tempo gli uni per gli altri, attraverso il gioco, lo stare accanto ai più piccoli, attorno al focolare domestico, nella preghiera o nell’ascolto di un canto natalizio.

In un clima di amicizia e fraternità mi piace assicurarvi la benedizione del Signore, che fa suo e rende fecondo ogni gesto di bene. Mai come quest’anno, mi auguro che possiamo dire “benedetto cenone di Natale!”.

Natale accanto a chi soffre

 

Vedo il Signore particolarmente vicino a chi opera accanto ai sofferenti, nelle corsie degli ospedali, nelle case per anziani, nei luoghi della sofferenza. Il Signore è dalla parte di coloro che si dedicano alla loro cura: sostiene i medici e gli infermieri, troppo spesso sottoposti a turni stressanti. E’ l’umanità della sofferenza, qualunque ne sia la causa, la grotta di Betlemme, l’alloggio ove Dio si fa carne e appare nella debolezza umana. A quanti trascorrono il Natale accanto ai malati e sofferenti va la mia benedizione. Mi unisco alla loro sofferenza e chiedo il dono di una preghiera e l’offerta del loro sacrificio.

 

Buon Natale a tutti uomini e donne amati dal Signore.

Con tutti desidero condividere questa preghiera dell’abate Aelredo di Rievaulx (1109/10 – 1166/7):

 

“Signore Gesù, io sono povero e anche tu lo sei; sono debole e anche tu lo sei; sono uomo e anche tu lo sei. Ogni mia grandezza viene dalla tua piccolezza; ogni mia forza viene dalla tua debolezza; ogni mia sapienza viene dalla tua follia! Correrò verso di te Signore, che guarisci gli infermi, fortifichi i deboli, e ridoni gioia ai cuori immersi nella tristezza. Io ti seguirò, Signore Gesù”

 

Il vostro Vescovo Francesco

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