Tra le rovine del Tempio di Gerusalemme: Qui “respiri”! Pellegrinaggio in Terra Santa - Il Diario di don Fabrizio Cotardo - 3.

di don Fabrizio Cotardo

 

22.02.2019

Ho avuto la gioia di recarmi sul posto dove restano le rovine del Tempio di Gerusalemme.

Sono rimasto stordito nel vedere gli ebrei, fratelli maggiori, pregare presso il “muro del pianto”. Ho pensato a tutte le volte che Gesù ha sostato nel Tempio.

Ho immaginato le scene, la vita che popolava quel luogo, i fatti che hanno spinto Gesù a darci degli insegnamenti.

Ho poggiato la mia testa sul “muro del pianto”, ho pregato per quanti mi si sono affidati, per quanti porto nel cuore, per quanti pregano per me. E lì ho respirato secoli di storia, secoli di preghiere, secoli di vicende.

Ho ripercorso tutta la via dolorosa pregando la via crucis.

Ho sostato al “litostrato” ed ho provato a pensare che cosa Gesù provava nel cuore in quei momenti. Ho “visto”, con gli occhi della fede, Gesù che carico della Croce percorre la stessa via (proprio quella) che io oggi ho percorso. “L’ho visto” passare tra la folla rumorosa, tra la gente che popola il mercato, con gli stessi odori di allora, aria speziata che si mischia al meraviglioso profumo del nardo e degli incensi, insieme agli odori di un’umanità che ancora oggi manifesta le sue “povertà” (non solo materiali).

Sono giunto al Calvario e il cuore è impazzito così come, ho pensato, il cuore di quanti amano Gesù.

Ad accogliermi la pietra dell’unzione, la pietra su cui è stato posto il corpo di Gesù per ungerlo con gli oli profumati. Una marea di gente vi si prostra sopra, la bacia, vi versa bottigliette di nardo, vi strofina fazzoletti: un profumo intenso ti invade.

Sembra, mi piace pensare, che la preghiera si materializzi, diventa profumo, tutto invade, tutto impregna, tutti accomuna.

Poi si tocca la pietra del Calvario, il luogo su cui è stata issata la croce. Ricordare che quel posto è impregnato del sangue del Redentore ti fa pensare di essere all’interno di un unico, grande reliquiario che ha il dovere di ricordarti che tutto è vero.

Gesù è vero.

La sua passione è vera.

La sua morte è vera.

La sua risurrezione è vera.

Ma più di ogni altra cosa, il suo amore è vero. Immenso, reale, attuale.

E qui vieni assalito da una tempesta di sentimenti.

Tanti.

Belli.

Altri luoghi mi hanno restituito alcuni episodi del Vangelo ma due mi hanno regalato emozioni altrettanto forti.

La chiesa di San Pietro “in galli cantu” dove, secondo la tradizione è avvenuto il rinnegamento di Pietro e dove si trova la cella, una fossa, in cui Gesù è stato incarcerato.

Qui Gesù, ingiustamente condannato, ha sperimentato l’abbandono e la solitudine. Un’angoscia profonda ti assale, se pensi a ciò che qui Gesù ha subito, a ciò che qui Gesù ha potuto pensare. Si avverte un forte senso di prostrazione interiore: una fossa profonda in cui si veniva calati, con un piccolo lucernario posto in alto, in cui venivano ammassati i carcerati.

Ma, al contempo, una pace immensa ti invade l’anima al cenacolo.

Sono salito in quella che era la “stanza posta al piano alto” dove Gesù aveva chiesto che venisse preparata “la cena”.

Sono salito in quella che era la “stanza posta al piano alto” dove Gesù ci ha regalato i sacramenti del Sacerdozio, dell’Eucaristia, del perdono.

Qui, in questo posto è avvenuta la Pentecoste, qui è apparso il Risorto.

Qui Gesù Risorto, apparendo si dodici, ha alitato su di loro facendogli dono della pace, del Suo Spirito.

Mi sono prostrato e ho baciato il pavimento.

Accanto vi abbiamo celebrato l’Eucaristia.

Qui è nata l’Eucaristia. Ed io qui ho celebrato.

Qui è nato il Sacerdozio. Ed io qui, esercitandolo, ne ho gustato la bellezza.

Qui è nata la Chiesa il giorno di Pentecoste ed io qui, ho celebrato con il Vescovo, successore degli Apostoli, nel giorno in cui si ricorda la “Cattedra di Pietro”.

Qui Gesù ha istituito il sacramento del perdono e nell’Eucaristia oggi celebrata, oggi più che mai, mi sono sentito perdonato, amato, redento.

Sono stato a Gerusalemme anche oggi.

Qui si perde la cognizione temporale non ti ricordi la data, non guardi l’orologio.

Qui il tempo si dilata, si annulla.

Si entra nel “tempo di Dio” anche perché si calcano gli “spazi” di Dio.

Qui è sempre Pasqua e, nonostante qualche goccia di pioggia, gli alberi fioriti, l’inizio di una timida primavera ci ricorda che questa città, questi luoghi sono gravidi di Vita, di Risurrezione.

Calcare le orme di Gesù è un’emozione indescrivibile.

Credo che ancora più bello sarebbe fare ciò che Lui ha fatto.

Qui ne avverti la presenza.

Ogni volto lo guardi, lo scruti e pensi che da un momento all’altro Lui possa svoltare l’angolo con il gruppo dei dodici, festosi, chiassosi.

Qui ti rendi conto che ciò che ha detto è ancora vivo.

Qui “respiri”, senti che Lui è vivo.

Qui hai la certezza che Lui è risorto.

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