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Fa’ ch’io sia strumento nelle tue mani Preghiera di ringraziamento di monsignor Oliva per i sui tre anni di ministero episcopale e per l'ordinazione di tre nuovi sacerdoti nella Chiesa di Locri-Gerace

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Grazie, Signore, per il dono del servizio in questa terra che scopro giorno dopo giorno sempre interessante e bella. Grazie per i volti che mi hai fatto incontrare, fedeli ferventi che gremiscono le nostre belle chiese. Grazie per le fatiche che mi hai regalato, per i sacerdoti che mi hai posto accanto come primi fedeli cooperatori. Grazie per gli uomini e donne che cercano Dio oltre la soglia delle nostre chiese in attesa di incontrare la luce. Grazie per le testimonianze belle che mi hanno reso quanti hanno abbracciato la loro sofferenza con dignità e fermezza nella fede, la testimonianza degli ammalati dell’ospedale qui vicino e dei medici ed infermieri che in condizioni spesso di gravissimo disagio, superando ogni stanchezza, portano avanti il loro servizio con impegno e fedeltà. Grazie per i fratelli ospiti della vicina casa circondariale di Locri e che mi hanno mostrato attenzione ed affetto, ma grazie anche per quanti sono a loro servizio.
Grazie, Signore, di avermi messo davanti i miei errori e le mie povertà. Grazie per tutte le volte che mi hai fatto scoprire che dovevo amare di più e giudicare di meno, che dovevo guardare di più gli altri e meno me stesso. Grazie, perchè sempre mi hai rialzato, quando sono caduto ed hai accresciuto la consapevolezza dei miei limiti. Grazie, per quanto non ho fatto ed hai fatto Tu al mio posto, per il tuo amore in tutte le ore, lungo ogni sentiero dove mi hai condotto. Ed io ho sentito che Tu mi eri vicino. Eri lì dove non pensavo. Ho sentito la tua voce quando intorno il deserto mi portava a temere. Quando la mia voce, la nostra voce, la voce della chiesa non arrivava alle periferie e attorno prevalevano progetti di male, di odio e di morte, quando il grido del povero non trovava ascolto ed i miei percorsi non erano i tuoi.
A te offro, Signore, i giorni e le ore, le ansie e le fatiche mie e dei confratelli, che nel silenzio affrontano le difficoltà e le povertà umane di fronte ad una missione spesso troppo impegnativa. Mi hai fatto sentire la tua voce, come hai fatto con Geremia: “Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai quello che io ti ordinerò. Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti. Ti dò autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare”. Fa’, o Signore, ch’io sia – con tutti coloro che hai scelto come tuoi sacerdoti – strumento nelle tue mani “per edificare e piantare”, ma anche per alleviare la sofferenza del popolo che mi hai affidato e portare gioia e speranza. A te Signore affido Antonio, Gianluca e Lorenzo, che mettono nelle tue mani la loro vita. Rendila un’offerta a Te gradita. Dona loro di esprimersi con umiltà, con fedeltà e coerenza, per essere strumenti gioiosi nelle tue mani, senza mai risparmiarsi per il bene dei fratelli.
Maria, la madre di Gesù e nostra, diventi compagna di viaggio e nostra guida. Amen!

Francesco Oliva, Vescovo

©2019 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Lavoro: la sfida del presente Messaggio del vescovo di Locri-Gerace per la festa del Primo Maggio

 

Il primo maggio festa del lavoro si direbbe una celebrazione del passato, quando si difendevano i diritti dei lavoratori. Ora che il lavoro sembra essere un diritto negato, privilegio di pochi, la giornata del 1° maggio può essere l’occasione giusta per gridare a tutti che non c’è vivere sociale se questo diritto non viene equamente riconosciuto e se ad ogni famiglia non viene affermato il sacrosanto diritto a vivere con dignità la propria vita.

Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale” sarà il tema del 1° maggio. Una giornata che non può esaurirsi in manifestazioni di piazza, ma deve essere un tempo opportuno per dar voce ai disoccupati ed ai senza lavoro o mal pagati, a chi non ha che strascichi di lavoro in nero. Un grido che deve scuotere il palazzo chiuso in una litigiosità senza tregua, dove non entra per nulla il lamento delle famiglie, mentre ancora tanta gente s’illude di trovare le facili “scorciatoie” del gioco d’azzardo, nell’abbaglio di risolvere in tal modo la propria crisi ed i propri problemi economici.

La nostra chiesa locale non può chiudere gli occhi di fronte a questi problemi. Provocare una riflessione generale e condivisa su giovani e lavoro è ben poco, ma importante in questa terra che ha il record della disoccupazione giovanile attestata intorno al 58,7%. “Senza lavoro non c’è dignità personale, non c’è sicurezza sociale, non c’è possibilità di fare famiglia, non c’è futuro”, afferma il Card. Bagnasco.

Desidero parteciparvi, in modo da pensare a come prepararci, che in vista della prossima Settimana Sociale dei Cattolici in Italia di Cagliari (26-29 ottobre 2017) l’Ufficio diocesano di Pastorale Sociale e del Lavoro organizza una due giorni sul tema “LO STATO SIAMO NOI. Comunità locali e responsabilità sociale”, dal pomeriggio del 23 al 24 giugno prossimi nel Centro Pastorale di Locri. Il titolo è frutto di una scelta ben precisa di rilancio di uno dei pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa, qual è il principio di sussidiarietà. La scelta scaturisce dalla considerazione che il concetto di Stato diffuso nei nostri territori è quello di un’entità astratta, che dall’alto verso il basso legittima le comunità locali e dovrebbe provvedere ad ogni bisogno. La Dottrina Sociale della Chiesa parla invece di uno Stato che sta in basso, costituito dalla collettività, che dal basso verso l’alto esprime e legittima rappresentanze politiche e istituzioni, e che soprattutto “fa e decide” tutto ciò che è possibile “fare e decidere” in basso. Da “Stato” le comunità locali si assumono la corresponsabilità del proprio futuro, non stanno ad attendere soluzioni dall’alto e rifiutano di essere ingranaggio passivo di una logica assistenzialistica. L’incontro, che vedrà l’intervento dell’economista
e di Suor Alessandra Smerilli (Docente della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» di Roma), sarà occasione di ascolto, studio, testimonianza di come è possibile, attraverso la partecipazione, vivere in maniera più consapevole e responsabile la nostra cittadinanza, il nostro essere Stato, con sano protagonismo, responsabilità e solidarietà, anche per quanto attiene alle sfide del futuro della Locride e della Calabria.

Nell’augurare un primo maggio di pace e d’impegno pastorale, chiedo al Signore una speciale benedizione per l’intercessione di san Giuseppe lavoratore.

Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace

©2019 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Continuare con l’impegno quotidiano La Giornata del 21 marzo a Locri. Un mese dopo.

di Luigi Ciotti

 «Siamo qui perché amiamo la vita» ci siamo detti più volte quel giorno. Il 21 marzo di Locri è stato un momento di partecipazione grande, vera, non estemporanea, sbocciata da percorsi di semina, di approfondimento, di consapevolezza. Per questo è necessario darle seguito, fare in modo che la generazione di speranza diventi impegno quotidiano.

Perché questo avvenga occorre, a mio avviso, indirizzare gli sforzi su quattro piani. Il primo è quello del legame tra memoria e impegno. Lo diciamo da sempre, ma la presenza a Locri del presidente Mattarella con la sua storia personale di famigliare di vittima di mafia e le parole attente, toccanti, che ha pronunciato di fronte agli altri famigliari, hanno dato ulteriore forza a un’idea di memoria lontana da ogni retorica, da ogni vuota celebrazione. La memoria diventa motore d’impegno e dunque di giustizia solo se è memoria viva e condivisa, solo se i nomi delle vittime sono scritte, prima che sulle targhe e sulle lapidi, sulle coscienze di ciascuno di noi. «Quando uccidono tuo figlio è come se sparassero su di te» disse un giorno Saveria Antiochia, persona straordinaria e madre di Roberto, agente di polizia ucciso nel 1985 a Palermo mentre scortava il questore Ninni Cassarà. Memoria viva è quella di una comunità che sente la violenza sulle vittime e sui loro famigliari come una violenza inflitta su tutto il corpo sociale.

Il secondo piano è quello culturale. Non è più sufficiente né accettabile parlare delle mafie come di un fenomeno esclusivamente criminale, senza metterne in luce le radici sociali, economiche, politiche. Oggi il problema più grave del nostro paese è la commistione fra mafie e corruzione – che è la mafia dentro di noi, quella che rende possibile la mafia propriamente detta – una commistione che si manifesta come intreccio di criminalità organizzata, criminalità politica, criminalità economica. Perciò il cambiamento richiede molto più che politiche d’occasione o misure calibrate secondo la logica dell’emergenza. Un grande calabrese, don Italo Calabrò, lo aveva capito prima di altri: «Non basta essere antimafia – ha detto – occorre reimpostare tutta una cultura della vita».

Il terzo piano è quella della condivisione e della corresponsabilità, del “noi” per intenderci. Se a Locri, e insieme in 4000 posti d’Italia, c’è stato un grande momento di democrazia, è stato anche grazie alla partecipazione e all’apporto – sia nella Giornata che nei momenti preparatori – di tante persone e realtà appartenenti a mondi diversi, diversi per riferimenti culturali e spirituali ma uniti dagli stessi valori – la dignità e la libertà umane – e dall’impegno per affermarli. E qui voglio ricordare con gratitudine il sostegno del Vescovo di Locri Monsignor Oliva, il suo generoso spendersi, così come l’adesione piena di tutta la Conferenza episcopale calabra e di quella nazionale, per non dire delle tante realtà dell’associazionismo e della cooperazione cattolica storicamente legate a Libera. E ancora la disponibilità del Sindaco di Locri e della sua amministrazione. Ecco il “noi”… Che significa convergenza di passioni e di competenze, rifiuto di personalismi e di deleghe. Nessuno è insostituibile, ma nessuno nemmeno può fare al nostro posto quello che la coscienza ci chiede di fare.

Infine i giovani. I veri protagonisti del 21 marzo sono stati loro e protagonisti devono continuare a essere. In Calabria ne ho incontrati di meravigliosi, animati da un amore ardente per la propria terra, che non accettano di vedere ferita dalle mafie, dalla corruzione, dalle tante forme di abuso e illegalità. Sono patrimonio della Calabria e patrimonio del nostro Paese. Non possiamo più illuderli, non possiamo più deluderli. Dobbiamo sostenerli, incoraggiarli, ma poi anche garantire gli strumenti necessari per realizzare le loro passioni, le loro capacità, il loro amore per il bene comune. Non farlo sarebbe danneggiarli ma al contempo danneggiare noi stessi. Le politiche educative e di lavoro sono il primo impegno di una società aperta al futuro. Diamo ai giovani quello che gli spetta e saranno loro, gli esclusi di oggi, a indicarci e a costruire la strada del domani.

dal n. 3/2017 di Pandocheion-Casa che accoglie 

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