Pietra di scarto – Maggio 2020 A cura di p. Vincenzo Sibilio

31 maggio 2020

Lasciamo che lo Spirito ridoni speranza a questa terra arida

La missione della Chiesa nel mondo: essere sacramento della nuova umanità riconciliata dall’amore e unificata dallo Spirito. Una umanità che non costruirà più nessuna “torre di Babele” e che, pur parlando lingue diverse (il rispetto delle differenze), si riconosce unico corpo che, con l’universo intero, gemendo e soffrendo, tende al punto “omega”, la cristificazione di tutta la realtà e il compimento della promessa: essere familiari di Dio, essere Dio.

Non più bianchi e neri, italiani e stranieri, ricchi e poveri, sfruttatori e oppressi, cristiani e non cristiani, cattolici e ortodossi e riformati, clero e laici, non più uomo e donna. Ma un solo corpo, chiamati alla conversione, nel rispetto del servizio di ciascun membro.

Mai più scene di odio “bestiale” (senza offendere le bestie), manifestazione del satana: un bianco, con tutto il possibile sadismo, soffoca schiacciando un suo fratello nero.

Mai più discriminazioni di nessun tipo.

Ma anche, mai più lacerazioni proprio nella Chiesa.

C’è il rischio che, invece di affrettare, ritardiamo il compimento della promessa.

Lasciamo che lo Spirito, Acqua e Soffio Vitale, ridoni speranza a questa terra arida.

27 maggio 2020

L’esperienza del “ricominciamento”

Ancora i due “addii”. Ancora tutta la tenerezza dell’amore; la cura perché quelli che rimangono siano custoditi, non vengano divorati da lupi rapaci. La consapevolezza di doverli lasciare e la sofferenza per il distacco. Vengono messi nel cuore del Padre e, grazie allo Spirito, diventano una cosa sola tra loro e con Lui: figli e perciò fratelli.

In questi due mesi e più abbiamo vissuto il dolore del distacco, la morte in solitudine, la percezione dell’abbandono. Eppure, mai siamo stati soli, mai abbandonati. Egli è morto con ciascuno dei nostri morti, ma a ciascuno ha dato la possibilità della vita senza fine.

Nella mia vita ho sperimentato tante volte il lasciare; tante volte ho percepito che “dovevo andar via” e tante volte ho condiviso le lacrime. Eppure, ogni volta, l’esperienza del “ricominciamento”, della vita che vince la morte, dell’amore che va oltre.

26 maggio 2020

Due addii

Due addii densi di commozione d’amore: l’uno, in forma di preghiera di intercessione fatta con la forza di chi è consapevole di aver compiuto la missione affidatagli e, geloso dei “suoi”, esige dal Padre che vengano custoditi nell’amore; l’altro, in forma di saluto di chi, amante appassionato, sa che non rivedrà più i “suoi” ed è consapevole di aver fatto tutto ciò che gli era possibile.

Entrambi, sono addii che vanno incontro a sofferenza, lacerazione, morte.

Ripenso alla nostra vocazione che ci fa viandanti: amare intensamente le persone affidateci, pronti a lasciare per ricominciare ad amare. Non possiamo impossessarci di nessuno e siamo chiamati ad amare con tutta la nostra carne, ciascuno di coloro che ci vengono affidati.

Nessuno e niente ci appartiene e di nessuno e niente possiamo dire “sei mio”. Cura, premura, prossimità. Mai possesso.

25 maggio 2020

E poi, basta una fragilità…

Finalmente, ora parla in maniera comprensibile! Per questo crediamo che veramente è venuto da Dio.

Ci sentiamo sicuri e ci sembra di aver raggiunto un livello di comprensione delle “cose di Dio” per cui ci sentiamo saldi nelle fede, nulla ci è oscuro.

E poi, basta una fragilità, una incomprensione, una tribolazione, un dolore per farci rimettere tutto in discussione; la notte ci assale e non vediamo albe. Che delusione! E che illusione! Dov’è quel Dio tenero e padre? A cosa è servito il sacrificio del Figlio? Ha detto che avrebbe messo nel nostro cuore lo Spirito di consolazione e di pace. Ma dov’è?

L’illusione di aver “comperato Dio” si infrange dinanzi alla prova della vita e quel dio di cui andavo fiero, è un idolo manufatto che, proprio nel momento del rischio, non interviene e ci lascia soli.

Non basta la religiosità, non basta neppure la fede e neppure qualche “pia” opera di carità. Se la fede non diventa fiducia e non si incarna nel mio pianto e non si fa gesto d’amore attraverso le nostre mani, è solo una proiezione di nostri bisogni, la copertura di nostre incapacità e il Dio crocifisso non ci basta.

Domenica 24 maggio 2020  – Ascensione del Signore

Io sono con voi tutti i giorni

Se ne ritorna a casa sua ma dice loro “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Sparisce ma rimane nella carne dei suoi, si identifica con loro, li fa suo corpo.

Siamo su un alto monte in Galilea, terra delle genti. È lo stesso monte delle beatitudini? È lo stesso monte della trasfigurazione? È certamente il luogo della rivelazione e della missione. Nel momento stesso in cui sale in alto, disperde i suoi fino ai confini della terra e cammina con loro.

Colui che era stato annunciato come l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ora realizza l’annuncio dicendo Io-sono-con-voi.

Negli Atti degli Apostoli, Luca situa il mistero dell’Ascensione sul monte degli Ulivi (la pietra con le orme dei suoi piedi…) e intima agli Undici di abbassare lo sguardo e di iniziare a vivere il tempo dello Spirito che è tempo di attesa e di speranza, di lotta e di contemplazione, di annuncio e di giustizia, tesi al Suo ritorno.

Terminata la sua missione, è andato ad aprirci le porte di casa che erano state sbarrate da “colui che divide e lacera”; da questo momento non siamo più ospiti e stranieri e la nostalgia che portiamo nel cuore si traduce in realizzazione: siamo a casa.

23 maggio 2020

Cosa significa nel tuo nome?

Mi chiedi di rivolgermi al Padre nel tuo nome per poter essere esaudito. Cosa vuoi dire? Cosa significa nel tuo nome? Tu ti fai intercessore tra me e il Padre e stai dalla mia parte, ti schieri per me e a mio favore, ti esponi a tal punto da sostituirti a me, al posto mio, dando la vita. Così mi garantisci che il Padre mi ama perché io ho amato te. Io, con la mia fragilità, con il “poco niente”; io con i miei ripiegamenti e con tutte le volte in cui ho detto non ti conosco. Eppure tu sei certo che ti ho amato e ti amo e per questo mi rassicuri: il Padre mi ascolta!

Fai tutto tu! E non ti importa dei miei “no” perché sai che non posso fare a meno di te dopo avere sperimentato la tua passione d’amore.

Me ne sto con te, lì, nella “grotta del Pater”, sopra il monte degli Ulivi e lascio che il mio cuore venga invaso dal tuo cuore e balbetto anche io la parola “abbà”, “papà”.

22 maggio 2020

La dinamica dolore-gioia

Solo per intuizione posso comprendere la dinamica dolore-gioia, ma non potrò sentirla nella mia carne come la sente una donna che sta per partorire: avverte e affronta il dolore e le doglie perché sa che la gioia la invaderà e che questa è proprio il frutto del coraggio che ha avuto a vivere e accogliere il dolore. Eppure, nella mia vita, ho fatto esperienza di paternità/maternità; ricordo gli occhi di tanti “figli”, il loro grido alla vita e il loro “ci sto”; ricordo il dolore e il pianto vissuto in attesa della loro “nascita”. E sono riconoscente.

Forse proprio da queste esperienze viene la parola che ha sentito Paolo e che oggi viene detta a me: non aver paura, ma continua a parlare e non tacere… perché io ho un popolo numeroso in questa città.

È quel popolo di cui Paolo si sentirà padre e che ha generato nel dolore.

Ha così senso la parola del salmo 92: “alla vecchiaia daranno ancora frutto, saranno vegeti e rigogliosi come erba fresca”.

Poter fare, ancora una volta, questa esperienza e la gioia attraversa la mia carne.

21 maggio 2020

Mi vedrete… non mi vedrete”

“Cos’è questo ancora un poco mi vedrete, ancora un poco non mi vedrete?”. Sono parole oscure eppure fanno parte della nostra esperienza. La nostra vita di fede si basa esattamente su questo “mi vedrete…non mi vedrete”. Viviamo momenti in cui non possiamo assolutamente dubitare della Sua presenza ed è dolce poggiare il capo sul Suo petto e conosciamo la Sua passione d’amore per noi e ci sentiamo sazi e vorremmo fermare il momento. E, poi, viene la notte; ci sentiamo soli, abbandonati, il peccato ci assale e ci vince e gridiamo a Lui ma…dorme. E allora mettiamo tutto in discussione, viviamo delle nostre illusioni e il nostro sguardo si offusca e non abbiamo la forza di sostenere lo sguardo dell’altro. E non abbiamo la prontezza di fare memoria del “tempo d’amore”; anzi, siamo convinti che è stata una nostra costruzione. E ci agitiamo e le lacrime scendono e annebbiano.

È la dinamica delle consolazioni e delle desolazioni. L’arte del discernimento è proprio saper riconoscere la Presenza anche nel tempo dell’Assenza. Lasciandoci guidare dal Soffio di Vita.

20 maggio 2020

Lo Spirito di verità

Quando Pilato si vede messo alle strette, dirà: “che cosa è la verità?”. Un potente, che ha paura di perdere il suo ruolo e che, forse, ha costruito la sua fortuna sulla menzogna, non può permettere di essere abitato dallo Spirito di verità. Ne sente il fascino, si sente vacillare ma fugge.

Lo Spirito di verità che ci promette Gesù e che ci condurrà alla verità tutta, è Spirito di luce che conduce ad una vita di verità: trasparenza che permette a ciò che siamo profondamente dentro di noi di coincidere con ciò che appariamo all’esterno.

Lo Spirito di verità non ci fa ricchi o potenti ma ci dà di “conoscere”: di avere, cioè, un rapporto contemplativo d’amore coniugale con noi stessi, con gli altri, con la terra e con Dio.

Lo Spirito di verità conduce Paolo ad Atene e lo spinge ad esporsi, donandogli la “parresia” (il coraggio del libero parlare) che gli permetterà di esibirsi in un raffinato esempio di inculturazione non per conquistarsi la simpatia degli uditori ma per far esplodere lo sconvolgente annunzio della resurrezione. È un apparente fallimento.

(Penso a tutti gli sforzi fatti dai nostri missionari e a come si sono lasciati guidare dallo Spirito di verità).

Oggi è urgente permettere allo Spirito di dire e fare la verità a questo mondo basato sulla menzogna, senza aver paura di perdere terreno, autorità, potere.

19 maggio 2020

Tra presenza e assenza

Il desiderio è molto più intenso della sua realizzazione. L’unione intima, il divenire una sola carne, può fare a meno della presenza fisica “fuori di me”; se riconosco in me lo Spirito Consolatore, percepisco in maniera intensissima, nel mio cuore, nella mia intelligenza, nella mia carne, la presenza dell’Amato; anzi avverto che è l’Amato che mi fa essere ciò che sono e lavora in me e mi nutre e orienta le mie mani verso l’altro.

Eppure, sento il bisogno di “vederLo”, di “toccarLo” ed è proprio lo Spirito che mette in me desiderio e nostalgia.

Tutta la mia vita si giuoca tra presenza e assenza, appagamento di intimità e grido di solitudine, terra assetata arida senz’acqua e ricerca affannosa del Suo Volto. Tra tentazione di cercarLo nei cieli (fuga) e coscienza di doverLo trovare, abbassandomi, nella terra (incarnazione).

18 maggio 2020

Era questo il tempo

Oggi, 18 maggio 2020, tutto ricomincia anche se con prudenza.

Era questo il tempo della presenza del Consolatore. Era questo il tempo in cui avremmo potuto lasciarci ammaestrare dallo Spirito per comprendere dove ci vuole portare. Purtroppo in tanti di noi vi è stata solo l’ansia, non aspettando altro che tutto tornasse come prima. Il desiderio serpeggiante è stato quello di poter “ritornare alla normalità”.

Ho paura. Ho paura che questo tempo sia passato invano; che non abbiamo saputo cogliere la testimonianza dello Spirito di verità e che, di conseguenza, ora, non siamo capaci di rendere testimonianza al Cristo. Vogliamo “ritornare nelle nostre sinagoghe”, riprenderci i nostri spazi e i nostri “diritti”; non vogliamo accettare che, per vocazione, noi siamo dei perseguitati e che la nostra missione è di essere “dispersi” lungo le strade degli uomini e accogliere l’invito che le Lidia di oggi ci rivolgono.

Ho il sogno di una chiesa pellegrina che si fa carne nella carne di ogni uomo e donna e si fa chiesa in ogni casa che accoglie.

17 maggio 2020 – VI Domenica di Pasqua

Vivere oltre, dando ragione della speranza

“Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.  La ragione della speranza, il motivo per cui viviamo, ci relazioniamo, annunziamo. Cos’è che ci spinge? Perché ci lasciamo regolare dal futuro? Perché permettiamo che sia il futuro a determinare il nostro presente?

A chi, oggi, ci chiede questo, cosa rispondiamo?

A fronte dei tanti cristiani che, nei sud del mondo, vengono messi a morte per il loro stile di vita che urta ed è denuncia inerme delle ingiustizie e violenze, noi, qui, nel mondo occidentale opulento e decadente, cerchiamo accordi più o meno giusti, per continuare a conservare un minimo di potere. A tanti sembrano ingiuste certe restrizioni imposte da un bene maggiore che è la salute di ogni uomo e donna. E ci lamentiamo perché non possiamo “soddisfare i nostri bisogni religiosi”.

Forse questo è il tempo favorevole, forse lo Spirito ci chiede di vivere oltre; forse siamo chiamati a dare ragione della speranza che è in noi, impastandoci con la carne del povero, del moribondo, di colui che ha perso il lavoro; esprimendo la nostra prossimità al malcapitato di turno; non ritornando ad una falsa normalità ma ricercando vie nuove per esprimere la nostra fede e la nostra gioia di essere chiesa: una comunità di testimoni della Resurrezione.

16 maggio 2020

Saper cambiare rotta

Paolo inizia a programmare l’evangelizzazione: si aggrega un giovane, ebreo per parte di madre, Timoteo, che fa circoncidere per non creare ostilità con il mondo giudaico; delinea i viaggi da fare, dove andare per ottenere maggiore frutto, come comunicare la bella notizia della libertà da tradizioni stabilita dai Dodici a Gerusalemme.

Il suo programma è ben studiato, ma… per ben due volte Paolo deve cancellare i suoi programmi: lo Spirito non gli permette di realizzarli e lo conduce per altre strade. Senza abbandonare lo slancio missionario e senza rinunciare ad annunciare la Bella Notizia, tuttavia è costretto a cambiare rotta. Inizia a sperimentare che nulla dipende da lui, che deve lasciarsi guidare dallo Spirito, che deve essere pronto a mettere da parte i suoi progetti e vivere la “dinamica del provvisorio” che non è superficialità o improvvisazione, ma capacità di leggere i segni e scoprire, nella storia del quotidiano, il progetto di Dio.

Noi stiamo vivendo, ancora oggi, una svolta epocale: come Chiesa, siamo pronti a leggere i segni? A lasciarci guidare dallo Spirito accettando che sconvolga le nostre abitudini, tradizioni, programmi? Siamo pronti a “varcare nuove frontiere” non sapendo dove e verso chi lo Spirito ci condurrà?

15 maggio 2020

Chiamati a libertà

In nome della fedeltà all’amore e alla libertà, i Dodici, riuniti solennemente a Gerusalemme, hanno il coraggio di andare oltre la legge, di infrangere uno dei pilastri dell’alleanza: coloro che provengono dai “gentili” non devono farsi circoncidere per entrare nella via del Maestro! Questa decisione è scandalosa perché supera il segno dell’appartenenza, della consacrazione! Ma non aveva già profetizzato Geremia circa la vera circoncisione che è quella del cuore? Perché imporre fardelli pesanti a coloro che Egli ha chiamato amici? Perché pretendere la fedeltà ad una tradizione riducendo a schiavitù i chiamati a libertà?

Essi, ai nuovi discepoli, chiedono soltanto di vivere la fedeltà all’amore, evitando di continuare a vivere nella sfera dell’“impuro”, di un mondo non trasparente di luce ma abitato dalla notte.

È un grande insegnamento per tutti coloro che, oggi, si appellano a tradizioni umane, i riti, come se la fede cristiana, la via di Gesù, dipendesse da una cultura, una mentalità, una sedimentazione di abitudini.

Chiamati a libertà.

14 maggio 2020

Quali sono i criteri delle nostre scelte?

Elezione del dodicesimo apostolo al posto di Giuda.

Un esempio e un modello di discernimento e di elezione:

  1. Il candidato, faccia parte di coloro che hanno condiviso e che sono testimoni della resurrezione (significa che sia persona di provata fede, che abbia familiarità con Lui e che possa dimostrare con la sua vita la verità);
  2. Bisogna evitare favoritismi che generano solo divisioni e malcontenti;
  3. Non bisogna scegliere in base a simpatie o alleanze;
  4. Necessario che venga coinvolta la base e che sia questa ad indicare e proporre;
  5. Affidarsi ad un criterio “oggettivo” in modo di evitare qualsiasi fazione;
  6. Lasciare che sia Dio ad eleggere, anche ricorrendo semplicemente alla sorte.

Cosa viene fuori? Dio non sceglie Giuseppe il “giusto” (dall’appellativo sembrerebbe avere più possibilità), ma Mattia. Questa è la solita logica di Dio che non sceglie mai il “primo”, quello che agli occhi umani avrebbe le carte in regola (Mosè e non Aronne, Davide e non i suoi fratelli, ecc…).

Quali sono i criteri delle nostre scelte? È questo il modello che determina tante scelte sia nella Chiesa sia nella società? Quanti favoritismi, quante alleanze inique, quanti interessi di parte e di lobbies?

13 maggio 2020

Ci sono sempre i benpensanti

Ci sono sempre i benpensanti che, in buona coscienza, si appellano alla “tradizione dei padri” per bloccare qualsiasi passo in avanti, qualsiasi novità che potrebbe sconvolgere le sane e antiche abitudini.

Bàrnaba e Paolo si trovano dinanzi ad una forte opposizione causata da persone anche perbene che vedono nella estrema libertà di Paolo il grosso rischio di snaturare la fede dei padri.

Paolo ha il coraggio di dire che i cristiani provenienti dal mondo non ebraico non sono tenuti a farsi circoncidere! È uno scandalo! La circoncisione è il segno della consacrazione e dell’appartenenza ad un gruppo scelto (e privilegiato).

Sono costretti a sottoporre la questione ai piedi degli apostoli a Gerusalemme.

Quante volte, lungo questi duemila anni, abbiamo dimenticato la grande lezione della prima chiesa e abbiamo preteso di imporre, soprattutto alla nuove generazioni di cristiani, usi, costumi, tradizioni che non facevano parte della loro storia e cultura e che nulla hanno a che fare con il messaggio dirompente del kerygma cristiano ( basta ricordare la grande questione dei “riti malabarici”, l’imposizione di una lingua, ecc…) che esige una vera e sincera inculturazione.

Dovunque andiamo e dovunque siamo, per vocazione siamo chiamati ad inserirci nel contesto, nella storia, nella tradizione e nella cultura del luogo e imparare a far emergere i semi del Cristo certamente presenti. La Bella Notizia non è nella nostra mente (non è proprietà nostra) ma è già nella carne di coloro ai quali siamo mandati. Sta a noi scoprirla e annunziarla.

12 maggio 2020

Chi sono questi “anziani”?

Chi sono questi “anziani” che Bàrnaba e Paolo costituiscono in ogni comunità? Qual è il loro compito, il loro servizio?

Non sono dei vecchi ma degli “adulti nella fede” che non vengono posti sopra la comunità, ma nella comunità. Il loro compito è quello di accompagnare la comunità nel suo cammino, aver cura di ciascuno, esortare, incoraggiare, far sì che la comunità resti salda nella fede ricevuta.

Nella Prima Lettera di Pietro al cap 5, 1 – 4, troviamo descritta la missione degli “anziani” (presbiteri): pascete…non per forza ma per amore di Dio, non per sordido interesse, ma per entusiasmo di fede, non facendo da padroni…

Oggi, proprio in questo tempo così strano, abbiamo bisogno di veri “anziani”, non “uomini del sacro”, ma “uomini del pastorale”: uomini che sappiano camminare davanti e dietro la comunità; che abbiano a cuore non tanto il ripristino di tradizioni quanto il bene di ciascuno/a; che vadano “di casa in casa” a spezzare il pane e la Parola; che sappiano condividere il dolore e il fallimento di tante famiglie che hanno perso il lavoro, che hanno figli emigrati, che guardano le loro mani di fatica, inattive e piangono senza lacrime.

Facciamo di questo momento non un limite o una sconfitta, ma un’occasione per riscoprire la genuinità della prima fede.

11 maggio 2020

Gesto e parola

Gesto e parola: uno storpio sin dalla nascita, per la prima volta avverte vita nelle gambe e, per la prima volta, può stare in piedi. Finalmente è un uomo. E questo, grazie ad un incrocio di sguardi e ad una fiducia che nasce dalla disperazione. Quest’uomo e Paolo si guardano in profondità; Paolo legge il cuore sanguinante dello storpio. Paolo si fa prossimo e perciò, con la forza dello Spirito, può guarirlo.

E quando vogliono offrire sacrifici riconoscendoli dei, Bàrnaba e Paolo reagiscono e provano a portare il cuore dei presenti all’unico vero Dio. Essi non sfruttano una vittoria per il proprio tornaconto, non si impossessano di ciò che non è loro; non permettono che ci si faccia idoli e miti.

Gesto e Parola: la Bella Notizia muove i primi passi verso una inculturazione che la libera dagli stereotipi del passato e dal loro linguaggio e che tenta di parlare il linguaggio degli uomini.

10 maggio 2020 – V Domenica di Pasqua

Con questa pietra posso costruire

Pietra di scarto,

ai miei occhi non serve.

La metto da parte,

è inutile.

Brutta, imperfetta.

Fragile

come l’arena gialla

di povere colline

dove si tenta di strappare

vita.

Piena di rughe e macchie,

piena di resti di millenni nascosti.

Amo la sua fragilità,

la sua imperfezione la fa unica.

La rigiro tra le mie mani,

sento il calore di un sole,

avverto una possibilità.

Con questa pietra

posso costruire.

Diventa testata d’angolo.

Sola, regge il mio cuore

e mi fa essere casa.

9 maggio 2020

Due parole

Due parole:

  1. “mostraci il Padre e ci basta”! Da sempre, anche inconsciamente, vado per le strade del mondo; salgo sulle cime più alte; mi inabisso nel profondo del mare; mi inoltro in terra sconosciuta; di notte cerco di penetrare il mistero del cielo stellato. Cammino, così, alla ricerca del Volto. Come Mosè, anche io, da sempre, voglio vedere il Suo Volto. E piango e mi illudo di trovarlo dove non è e l’amarezza mi assale e, in bocca, l’amaro della sconfitta.

E oggi, mi dice che posso vederLo: è il volto del crocifisso e dei tanti crocifissi della storia. Un padre piagato, sanguinante, dolente per me.

  1. “farete cose più grandi di quelle che ho fatto io”! Io, se riesco a riconoscere il volto del Padre nell’uomo della croce, sono chiamato a “fare cose più grandi”. Cosa? Ho paura a dirlo: togliere i crocifissi dalla croce e mettermi io al loro posto per la liberazione dell’uomo.
8 maggio 2020

E vivere così, sempre.

Stabilità di vita, affetti, calore umano, una casa; non una qualunque, la casa-mia. Desiderio di sentire la mia mano nella mano di mio padre e la mano di mia madre che accarezza il mio volto. E vivere così, sempre.

Lui mi dice che questo è possibile e che per questo, va a prepararmi il posto. Ma quale? E come ci arriverò? Per quale via?

Davvero troverò la pace? Davvero la mia inquietudine si placherà? Davvero il mio affannarmi, la mia ansia troverà una risposta? Davvero, finalmente, potrò gustare la dolcezza di chiamarlo Abbà-Papà?

Devo camminare sul suo corpo (egli è la via), attraversare la sua carne (egli è la vita) perché

la mia vita, per sempre, possa essere vissuta nella casa-mia.

Non più ospite, non più pellegrino, non più nomade viandante in cerca di amore.

Il Dio creatore è mio Padre; il Dio redentore è mia Madre. Il Fuoco che porto dentro è lo Spirito, seme fecondo.

7 maggio 2020

Egli ha lavato i piedi ai suoi

Egli ha lavato i piedi ai suoi. Alcuni dei suoi pretendono di farsi lavare i piedi che benignamente presentano a chi sta più in basso.

Egli si è chinato e abbassato, facendosi servo. Alcuni dei suoi stanno così in alto che tu devi fare fatica anche solo a guardarli.

Sono una funzione-prestigio e non più un servizio.

Eppure, ci dice che un servo non è più grande del suo padrone…

Per poter stare al mio posto, ai piedi dei miei fratelli, devo aver fatto un’esperienza di totale comunione con Lui, tale da sentire che la mia carne è la Sua e che è Lui in me che si mette al servizio, attraverso me.

6 maggio 2020

Cosa c’era nel cuore …

Cosa c’era nel cuore dei primi cristiani da spingerli ad andare per le strade del mondo e annunziare la Bella Notizia? Cosa avvertivano per cui, inquieti, non stavano chiusi in casa né a fare condivisioni in piccoli gruppi scelti né solenni e sazianti liturgie?

Strategia di espansione per acquistare sempre più potere? Bisogno di colonizzazione? Mania di grandezza?

Ad Antiochia, si riuniscono in preghiera e digiuno in ascolto dello Spirito e, docili, impongono le mani su Bàrnaba e Sàulo e li “buttano” nella mischia della missione.

Essi che hanno sperimentato la liberazione da ogni schiavitù, di essere amati da un Dio “folle” che si espone alla morte come espressione massima di questo amore, sentono l’urgenza di annunziare anche ad altri la possibilità di una vita piena e libera; non possono tenere per sé questo amore; devono permettergli di annidarsi nel cuore di altri uomini e donne. La gioia non si può contenere ed è necessariamente contagiosa.

La Chiesa per sua natura o è missionaria o non è. Non si è chiesa per i riti, anche belli, ma per i piedi sporchi e stanchi del camminare, per la condivisione delle strade dell’uomo, per andare fino ai confini del mondo ad annunziare la resurrezione.

“Andate e mettete fuoco dovunque e in ciascuno”.

 

5 maggio 2020

Gerusalemme e Antiochia

Gerusalemme è la chiesa madre. È il luogo della autenticità. È il luogo dove sono i testimoni oculari della morte e resurrezione, coloro che hanno condiviso l’avventura. Dove alcuni uomini e donne, tutti rigorosamente ebrei, diventano i garanti della tradizione perché “hanno visto”.

Antiochia è la novità. Il luogo della freschezza della fede, dell’entusiasmo dell’innamoramento. Il luogo dove persone di varia provenienza religiosa, culturale, sociale, accolgono la Bella Notizia e la vivono con gioia. Il luogo dove, per la prima volta, i discepoli vengono chiamati cristiani. Il luogo della sperimentazione, dell’apertura che comporta anche il rischio di deviazioni o derive.

Cosa fa Gerusalemme? Invia una persona fidata e di discernimento, Bàrnaba. Non è l’inquisitore, non si mette a giudicare, a condannare, non sopprime il soffio dello Spirito. Anzitutto gioisce per quanto si vive e si fa, riconosce l’opera dello Spirito, esorta tutti alla perseveranza.

Inizia così l’inculturazione della fede: Cristo non è proprietà privata di nessun gruppo e lo Spirito agisce dove e in chi vuole.

Non è Antiochia che deve andare a Gerusalemme ma è Gerusalemme che deve andare ad Antiochia.

Mi viene la figura del cardinale inquisitore del film MISSION: gioisce, si commuove ma poi prevale la “ragion di stato”, il compromesso, il dover garantire a Roma di non perdere potere.

4 maggio 2020

Un numero. Un nome.

Un fisico prestante; un volto bello; un sorriso sempre sulle labbra; mani ben curate; abiti eleganti. Ti si avvicina come se ti conoscesse da sempre: cordialità, pacca sulla spalla, subito il “tu” dall’alto della sua distanza. Perché avverti un disagio? Quegli occhi che ti guardano ma non ti vedono perché sempre oltre… quel profumo costoso che sa di sandalo e di incenso… Ti attrae ma ti senti tirato, costretto, percepisci il rischio di una spirale dalla quale non potrai più uscire. Ti parla come se volesse il tuo bene ma avverti suoni falsi, parole imparate, frasi ad effetto.

Un uomo qualunque dai tratti mediterranei; mani sporche di vita; una veste da pastore macchiata di rosso. Ti si avvicina, ti chiama per nome, i suoi occhi di lacrime e sangue ti entrano dentro. Non sta in alto ma davanti a te per indicarti la via e dietro di te per custodirti. Ti parla un linguaggio che tu portavi nella tua carne da sempre. Ti ripugna eppure senti una libertà mai provata. E quando pronuncia il tuo nome, avverti un terribile amore.

Il primo è il Mercenario: colui che ti deve conquistare perché gli servi; che ti compiace perché tu faccia quello che vuole. Per lui sei carne da macello e succhia il tuo sangue per affermarsi sempre di più e star bene nel suo chiuso e meschino mondo (quanti mercenari, oggi! Quanti ipocriti dalle mani pulite! Nella chiesa, nella società, nella politica). Per lui sei un numero.

Il secondo è il Pastore: colui che ti “conosce per nome”, che ti ha tatuato nel palmo della sua mano, colui che versa il suo sangue perché tu viva, sia libero, sia uomo. Non ha nulla di attraente, non ha profumi ammalianti, non ha un suo mondo, non ti costringe. Ha occhi e cuore d’amore e questo solo può darti. Per lui sei un nome, il tuo nome.

3 maggio 2020 IV Domenica di Pasqua

Il pastore. Il recinto. La porta. Il guardiano. I ladri.

Un pastore. Uno stallo recintato. Una porta. Un guardiano. Dei ladri.

Mi colpisce la figura del guardiano: quando arriva il Pastore, apre subito la porta, non teme che le pecore possano perdersi. Il Pastore entra ma non per chiudersi anche lui nel recinto; fa uscire ad una ad una le pecore che conosce per nome, si mette davanti ad esse e le conduce fuori. E il guardiano? Il suo compito è quello di custodire in attesa dell’arrivo del Pastore, poi deve mettersi da parte, scomparire. E le pecore non devono stare chiuse in un recinto (sacro, bello, splendente di luce artificiale) ma andare lungo le strade del mondo dietro il loro Pastore che le conduce a libertà. E se si smarriscono? Non preoccuparti. Egli lascia quelle sicure per andare in cerca di quelle che si smarriscono. È la porta che non rimane mai chiusa per paura. Egli conosce per nome (rapporto intimo e interpersonale) perché siamo sua segullah (proprietà): gli apparteniamo, ci ha comperati a caro prezzo.

2 maggio 2020

“Volete andarvene anche voi?”

“Questo discorso è duro. Chi può intenderlo?”. “Volete andarvene anche voi?”.

È proprio la situazione che stiamo vivendo oggi: da una parte, malattia, dolore, morte che non hanno una spiegazione; dall’altra, uomini di religione che invocano una libertà di culto per ritornare a fare riti di sempre, che danno la sicurezza di un fare consolidato e appagante (per chi?).

Entrambe le parti, non aperte all’imprevedibile, all’insperato, non pronte a vedere in questa notte senza stelle una possibilità di luce e di giorno trasparente. Meglio ritornare al passato sicuro che accettare di lanciarci nella costruzione di nuova vita.

E intanto, quest’uomo da duemila anni ci dice una parola che non vogliamo intendere: devi diventare mia carne e mio sangue; devi essere me.

E le sicurezze? E il prestigio? E il potere? E il capitale?… Non ci sto! Non voglio la croce. Non voglio “mangiarti”. Non venire nelle nostre case. Verrò io a trovarti ogni tanto lì dove ti ho confinato e messo “in custodia”, ti offrirò anche qualche sacrificio per “tenerti buono” e ti farò solenni feste. Ma non venire nelle nostre case, non affiancarti lungo il mio cammino, non fare le strade del dolore umano, non osare di rivolgermi la Parola mentre sono indaffarato nel mio niente.

1 maggio 2020 – San Giuseppe Lavoratore

Il lavoro non è una condanna

Il lavoro non è una condanna ma è il mezzo che ci consente di essere concreatori: di portare alla pienezza l’opera iniziata da Lui quando tutto era informe e confuso. Il lavoro consente di distinguere, portare alla luce, dare un nome alle cose. È la via attraverso la quale riscopriamo e viviamo la nostra dignità; ci facciamo uomini. È la via attraverso la quale possiamo realizzare la nostra destinazione finale: il sabato senza tramonto, la festa che non ha più fine.

In questo momento particolare che stiamo vivendo, viene ancor più in evidenza il dramma, soprattutto nella nostra realtà meridionale: quel po’ di lavoro che c’era (spesso da schiavi o in nero) è finito. Aumenta sempre di più la fila di coloro che attendono un aiuto; famiglie che non hanno nulla da mettere a tavola; uomini e donne mortificati nella loro dignità.

Cosa fare? Forse è urgente una mobilitazione delle forze sane per immaginare e inventare lavoro; forse è questo il momento di mettere insieme giovani e meno giovani che, attraverso la cooperazione e la condivisione, riprendano in mano la terra (quante terre incolte e abbandonate!), riscoprano la bellezza dei nostri luoghi e ne facciano uno strumento di lavoro e di riscatto; riaprano le antiche botteghe e gli antichi sapori; offrano la gioia di una terra ospitale.