“L’ascolto ci rende servi e ministri della Parola” Messa crismale - L'omelia del vescovo, monsignor Francesco Oliva

Messa crismale – Basilica concattedrale di Gerace

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ph. Albano Angilletta

Carissimi fratelli nel sacerdozio,

è un dono di Dio poter anche quest’anno rinnovare le promesse sacerdotali. Quando le dinamiche della vita possono arrestare lo slancio e l’entusiasmo del giorno in cui fummo unti e consacrati col sacro olio, è giusto ravvivare il nostro impegno di sequela, ritrovare il coraggio di essere più uniti al Signore, motivati non da interessi umani, ma dall’amore per la chiesa ed i fratelli.

Vorrei richiamare la comune riflessione sul fondamentale rapporto con la Parola di Dio, indispensabile per formare il cuore di un buon pastore. L’apostolo Paolo, a Mileto, nel discorso di addio rivolto ai presbiteri-vescovi invita ad affidarsi e a sentirsi affidati “al Signore e alla Parola della sua grazia” (At 20,32), ad esserne ascoltatori, a stare “dentro” la Parola, che è  “viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12), ed ha in sé il potere di salvare la nostra vita. Essere affidati alla Parola è avere con essa grande familiarità, che non è solo conoscerne l’aspetto linguistico o esegetico, pur necessario, quanto accostarsi ad essa con cuore docile e orante, perché possa penetrare nei pensieri e nei sentimenti, in tutto il nostro essere, in modo da generare quella mentalità nuova, che fa dire all’Apostolo: “Noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16).

“Rimanendo” nella Parola, ci formeremo al pensiero di Cristo da veri discepoli del Signore. L’ascolto presuppone la fede: “fides ex auditu” (Rm 10, 17). Se ci fidiamo di Colui che parla e perseveriamo in questa dinamica saremo capaci di ascolto e di essere in intimità col Signore. Possiamo ben dire che, se per Dio “in principio era la Parola” (Gv 1,1), per il presbitero “in principio è l’ascolto”. E’ ascolto della voce di Dio, della richiesta di salvezza del nostro tempo, del grido del povero, della nostra stessa umanità. L’ascolto è il cuore della missione di ogni presbitero. Il profeta Geremia ci ricorda il primato dell’ascolto rispetto ad ogni altra azione di culto: “In verità io non parlai né diedi comandi sull’offerta e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Ma questo comandai loro: “Ascoltate la mia voce!” (Ger 7, 22-23). “Ascoltare è meglio del sacrificio” (1Sam 15, 22), aggiunge il profeta Samuele. Il bisogno primario dell’ascolto ci dispone ad accogliere, a custodire e realizzare la Parola, in modo da essere capaci di comunicarla a coloro ai quali siamo stati inviati. Guai se non accogliessimo la Parola come rivolta a noi stessi, ma pensandola solo per gli altri: sarebbe un lasciarla cadere nel vuoto invece che nel proprio cuore (cf 1 Sam 3,19). Nella dinamica dell’ascolto c’è anzitutto l’ascolto-dialogo col Signore, un ascolto che si realizza nella reciprocità: Lui ascolta me ed io ascolto Lui. Lui vede me, i miei limiti, ma anche le mie positività ed io mi sento accolto ed amato da Lui. Lui il Signore vede quello che gli altri non possono vedere, il bene ed il male che c’è in me. Lui sa quando amo, quando c’è rabbia in me. Conosce i sentimenti più nascosti. Ma non condanna, usa misericordia come metodo di relazione ed invita ad avere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 5-7).

All’ascolto della Parola consegue e si alimenta l’ascolto dei fratelli.  E’ l’ascolto più che il parlare a rompere le nostre solitudini, a farci superare il pericolo di chiuderci in noi stessi. Oggi la nostra prima vera opera di misericordia pastorale è proprio l’ascolto dell’altro: ascolto delle sue fragilità ed insuccessi, delle sue preoccupazioni, delle sue attese e speranze. La nostra vera umanità sta nel farci ascolto. E’ un’umanità che imprime alla vita “il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di comprensione” (EG, 169). E’ la prossimità che si fa accoglienza, dialogo, perdono, aiuto e che spinge nei contesti dove le persone vivono e soffrono, in modo da coglierne i bisogni concreti. Nel ministero della consolazione siamo prossimi allo sfiduciato, allo smarrito e a chi ha più bisogno di curare le ferite della vita. La nostra non è una prossimità facile o di comodo: richiede una gratuità che deve divenire stile di vita, preghiera d’intercessione, dono di sé.

La nostra umanità si esprime nell’arte dell’accompagnamento, tanto necessaria nel contesto odierno, in cui forte è il bisogno di essere ascoltati: un bisogno di ascolto personale, quello che fa sentire la persona accolta ed amata.

La disponibilità/capacità di ascolto ci rende uomini di relazione. La nostra missione si connota essenzialmente in senso relazionale: siamo pastori nella misura in cui siamo capaci di relazione.

Viene anzitutto la relazionalità nel presbiterio, una relazionalità che non può essere surrogata da altre forme al di fuori di esso: la relazione con i confratelli e con il vescovo che è di natura sacramentale, quindi necessaria, non può essere ridotta ad una realtà opzionale, affidata alla sensibilità soggettiva. Ci possono essere relazioni difficili o anche spezzate, ma tali situazioni non possono cronicizzarsi. Sono relazioni che nelle dinamiche esistenziali possono anche entrare in crisi. Ma non per questo deve venire meno il dovere di riprendere il dialogo e di usare misericordia e perdono.

La cura delle relazioni nel presbiterio è una condizione essenziale di fecondità della missione che ci è stata affidata. E’ necessario perciò resistere alla tentazione di rifugiarsi nel piccolo gruppo che mette in discussione il buon andamento del ministero, la gratuità delle relazioni, la fiducia reciproca, la collaborazione pastorale. Può accadere che si lavora con alcuni e si escludono gli altri in base a orientamenti di simpatia o di antipatia, magari anche legittimi, che però diventano inaccettabili, se sono occasione di divisione nel presbiterio. E’ di fondamentale importanza che relazioni sacerdotali siano aperte ad una relazionalità inclusiva e non esclusiva. Vivere la relazionalità inclusiva costa fatica, se ci si lascia prendere da “una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione” (EG, n. 78). Non aiuta far prevalere sempre il proprio IO e la propria autoreferenzialità, il puntare il dito, il voler dire sempre l’ultima parola. Per questo non è mai di troppo la cura della bocca e del cuore, che ci invita a custodire la parola e le intenzioni. Se il popolo di Dio ascoltasse tanti nostri discorsi ne sarebbe edificato, perché ricchi di passione per il vangelo? Oppure ne resterebbe sconcertato per l’invidia e la gelosia, se non proprio la maldicenza, che talvolta li attraversa? Non è questa la causa di un ministero deludente e deprimente?

Nel rinnovare le promesse sacerdotali vogliamo ridare vitalità al nostro essere sacerdoti e ricordare la preziosità e bellezza del dono della vocazione. Per ciascuno di noi e per tutta la chiesa. Ogni presbitero saprà rendere ragione della sua vocazione ed essere modello per quei giovani che sono in cerca di riferimenti. Ogni germe di vocazione si sviluppa ed alimenta grazie alla testimonianza di chi vive gioiosamente il sacerdozio. Vi esorto a continuare a pregare per le vocazioni. Lo chiedo a tutti. Ma ciò che più deve preoccupare noi sacerdoti non è tanto il numero ridotto delle vocazioni quanto il rischio di perdere il sapore del Vangelo e di non essere luce che illumina.

Ai sacerdoti, insieme alla preghiera, chiedo di amare questa chiesa. Con le sue rughe, le sue ferite, le sue difficoltà. Senza amore verso questa terra ogni nostra azione pastorale perde di slancio e scade nella routine delle cose da fare.  Qui nella nostra terra vive gente che soffre le ferite di storie che è difficile rimarginare, le difficoltà di un territorio avaro di soddisfazioni. Ma è gente legata ad una tradizione di fede che la sostiene e le dona speranza e fiducia nelle difficoltà della vita. Una fede però che va purificata dalle incrostazioni che la rendono abitudinaria e ripetitiva. Viviamo una realtà nella quale siamo chiamati a superare sia l’approccio ideologico che quello rigorista, sapendo che i processi e le situazioni della vita non possono essere classificati attraverso schemi inflessibili o norne astratte. Ma hanno bisogno di comprensione, di intelligenza critica, di dialogo costruttivo e di grande benevolenza.

Ringrazio tutti voi, cari Presbiteri, religiosi e religiose, per il lavoro e la fatica quotidiana, ma anche per la vostra amicizia e collaborazione. Ringrazio tutti indistintamente. Si cammina insieme. Insieme si cresce. Insieme ci si corregge. So che non mancano i momenti di frustrazione e le delusioni, che spesso provengono da ingenerosità e odiosità: c’è chi non sa apprezzare il vostro lavoro, chi vede e rimarca le vostre fragilità. Gli stessi che pongono ostacoli spesso sono i primi ad avere bisogno ed apprezzare i vostri sforzi, riconoscendovi necessarie guide del loro cammino. Per quanto dipende da voi non manchi l’impegno ad offrire una risposta chiara e coerente alla richiesta di Vangelo che proviene dalla nostra gente.

Siamo in pochi, molti anziani e malati. Il Signore – non dimentichiamolo – ci ha chiamati a far parte di questo presbiterio, e quindi a camminare e lavorare insieme. Mai da soli. Non resta che sostenerci l’un l’altro se vogliamo vivere degnamente la vocazione.

Sentiamo la vicinanza dei fratelli presbiteri anziani e malati (d. Pasquale Costa, d. Giuseppe Zancari, d. Filippo Polifrone). Di tutti i sacerdoti avanti negli anni non possiamo dimenticare la fedeltà, l’esperienza maturata ed il lavoro svolto. Abbiamo sempre bisogno di loro.

Dal cielo prega per noi don Vincenzo Sansalone, venuto a mancare nel mese di novembre scorso, lasciandoci una testimonianza di distacco dalle cose e di povertà evangelica.
Così come dal cielo, partecipa a questa eucaristia padre Michele Ceravolo che ricordiamo con affetto.

A tutti chiedo la bontà di una preghiera, la comprensione ed il perdono.

Possiamo tutti sperimentare la maternità della Chiesa che affidiamo a Maria, la madre della Divina Misericordia. Il Signore benedica il vostro servizio e vi dia la pace del cuore.

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

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