La missione è un dono da ravvivare ogni giorno Omelia della Messa Crismale - Concattedrale di Gerace

 

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Carissimi fratelli sacerdoti,

Cari religiosi e religiose, diaconi e seminaristi,

Fratelli e sorelle,

 

«Felice assemblea, quella di cui la Scrittura attesta che gli occhi di tutti erano fissi su di lui! Quanto desidererei che questa assemblea ricevesse una simile testimonianza, che gli occhi di tutti, dei non battezzati e dei fedeli, delle donne, degli uomini e dei fanciulli, non gli occhi del corpo, ma quelli dell’anima, guardassero Gesù!». Faccio mio l’invito di Origene a fissare gli occhi su Gesù come lo erano gli occhi di tutti nella Sinagoga di Nazaret. I nostri sguardi sono fissi su Gesù, se il nostro sacerdozio si modella su quello di Gesù, se l’essenza del bergamotto, che profumerà il crisma, si trasforma in profumo di Cristo per noi. Quanto vorrei che i nostri occhi incrociassero lo sguardo di Gesù! Sono – per dirla con Don Tonino Bello – “occhi che indagano, occhi che chiedono. Occhi che giudicano, occhi perplessi. Occhi pensosi. Occhi di scettici, occhi di amici”. Cosa cercano i nostri occhi in Gesù? Cosa gli occhi di Gesù cercano in noi? Non smettiamo di cercare Gesù in quello che facciamo. Senza di Lui la nostra esistenza sacerdotale sarebbe vuota, inconsistente, povera e demotivata.

Siamo stati consacrati, carissimi confratelli nel sacerdozio, per essere di Cristo e per servire la Chiesa. Apparteniamo a Cristo ed alla Chiesa, “non perché costretti ma volontari, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1Pt 5, 2-4). Nella nona Omelia sul Levitico, Origene ricorda che “quando amo i miei fratelli fino a dare per essi la mia vita, quando combatto fino alla morte per la giustizia e per la verità, quando mortifico il mio corpo astenendomi dalla concupiscenza carnale, quando sono crocifisso al mondo e il mondo è crocifisso per me, allora io offro di nuovo un sacrificio d’olocausto sull’altare di Dio…allora io divento un sacerdote che offre il suo proprio sacrificio” (Hom. Lev 9,9). Siamo autentici nella misura in cui siamo dono per gli altri, quando ci lasciamo amare da Gesù e, per amore di Gesù, diveniamo offerta per i fratelli.

Desidero rivolgermi a tutti ed a ciascuno in particolare,  per quello che è, con il suo vissuto e le sue difficoltà. Non dimentichiamo che la nostra missione sacerdotale è più grande di noi e va al di là delle preferenze personali. Nessuno si sceglie il servizio da svolgere ed il ruolo da esercitare. L’aspirare ai carismi più grandi è desiderio di servire il Signore con tutte le proprie forze laddove Egli ci chiama. E’ Lui a scegliere e ad affidarci il nostro ministero. Lasciamoci entusiasmare da questa sua attenzione, senza andare alla ricerca di chissà cosa, servendolo negli umili, come anche nelle attività meno gratificanti, ma a Lui gradite, vivendo con riconoscenza la povertà delle piccole comunità. L’invito ad operare in comunità di parrocchie non è un altro tema pastorale che si aggiunge ai tanti, ma la proposta dello stile del dialogo e dell’incontro, del condividersi, riconoscendo che la parrocchia non è cosa nostra, che il percorso pastorale che portiamo avanti, per quanto consolidato nel tempo, non è “l’unico” stile possibile ed ha bisogno di aprirsi al confronto ecclesiale. Queste hanno bisogno del Vangelo. Non di un vangelo al risparmio, al contagocce, ma del vangelo del chicco di grano caduto che muore e, non rimanendo solo, feconda, del lievito che fermenta, del sale che condisce, della luce che illumina, del lavoro quotidiano, del dono di un amore gioioso.

Sento di dire a cuore aperto: se non progrediamo nello stimarci a vicenda, se non lasciamo cadere pregiudizi originati da incomprensioni e silenzi, è a rischio la nostra credibilità. Scandalizzano le rivalità, le maldicenze, il parlare dietro, le facili accuse, il sentirsi e farsi superiori agli altri: c’impediscono di proclamare la parola di Dio “con franchezza”. E se non c’è franchezza (parresia), non potremo essere credibili. Liberiamoci da quelle maschere formatesi nel tempo da relazioni superficiali e poco autentiche. Esse nascondono il volto di Cristo in noi, danneggiano la fraternità sacerdotale e pregiudicano il servizio pastorale. Dio non può essere “mascherato” in noi. Lo stile dei ministri sacri è fatto di franchezza: la franchezza nel parlare, di dire le cose con chiarezza. Vincendo sempre la tentazione del sospetto e del facile giudizio. Solo così risplenderà in noi il volto di Cristo.

Carissimi fratelli sacerdoti, il Signore continua a riporre in voi tanta fiducia. Vedo segni belli e positivi nella nostra chiesa che aprono il cuore alla fiducia e alla speranza. Sacerdoti generosi, umili, disponibili, che lavorano nel silenzio e non vengono meno alla preghiera e alla liturgia delle Ore, che non si scoraggiano di fronte alle proprie debolezze. Il Signore offre sempre altre opportunità per aprire a nuove esperienze pastorali. Anche un trasferimento da una parrocchia ad un’altra diventa occasione di rinnovamento e di arricchimento, non tanto perché fa cambiare luogo e persone, quanto perché, stimolati dalle nuove situazioni ambientali ed ecclesiali, porta a rigenerarsi. E “chi non si rigenera, degenera” (Edgar Morin).

Lavoriamo senza perderci d’animo. La missione del Signore è un dono da ravvivare ogni giorno, perché la nostra risposta può subire rallentamenti, lasciarsi prendere dalla delusione e dallo scoraggiamento, diventare rinunciataria. Perché no, anche a causa di un’incomprensione con il vescovo. Certe delusioni fanno perdere il mordente e allo slancio iniziale succede l’accidia e la passività. C’è da vigilare di fronte ai possibili attacchi del demone della sfiducia, dell’apatia e della rassegnazione. E per questo è facile distogliere gli occhi da Gesù. E volgersi altrove nella ricerca di alibi che non danno sicurezza e pace interiore.

Il mio pensiero va anche a voi, religiosi e religiose. So che le difficoltà di una pastorale incarnata in questo territorio richiedono un supplemento di amore. Un dato però sembra chiaro: la vostra presenza ed impegno nell’opera di evangelizzazione vi rende sempre più amati dalla nostra gente. Ma non mancano le difficoltà. C’è da affrontare l’enorme sfida di una terra, che ha una sua storia particolare con le sue ferite e contraddizioni. Un territorio che esige l’atteggiamento profetico di chi deve saper coniugare da una parte la denuncia del male, che dev’essere sempre chiara, determinata, senza annacquamenti e compromessi, e dall’altra l’annuncio della speranza cristiana che viene dal Vangelo. Testimoniare la bellezza della vita religiosa in questa terra, nella quale siete venuti non certo per una scelta di comodo, è la principale scommessa pastorale.

E a voi diaconi, che vivete anche la vita matrimoniale, dico di svolgere senza risparmio il servizio della carità verso i poveri, i più deboli ed i malati. Siate entusiasti di questo servizio. Un diacono che non si appassiona nel servizio della carità non sarà in grado di servire all’altare del Signore. A voi seminaristi e ministranti chiedo di apprezzare il servizio all’altare come chiamata del Signore a stare più vicini a Lui. Egli vi ha scelti perché vi ama, vuole avervi accanto e farvi sentire la sua voce.

E voi fedeli laici, amate la vostra chiesa, con le sue rughe e le sue povertà, ma anche con la bellezza della sua fede. Non ripiegatevi sulle tradizioni del passato, perdendo di vista l’unica vera tradizione, che è quella di avere lo sguardo su Gesù, che v’invita ad amare come Lui vi ha amati. La fede non si identifica col folklore e le manifestazioni sacre. Penso ai riti pasquali di cui è ricca la nostra tradizione che spesso suscitano tanta partecipazione emotiva ma non provocano alcun vero cambiamento interiore. La vera tradizione porta a gustare la gioia dell’incontro col Signore, la bellezza di una vita che non si lascia abbracciare dal Crocefisso e sostenere dal suo amore. Amate i vostri sacerdoti, sappiate apprezzare il dono del loro umile servizio.

Sia questa celebrazione crismale una bella occasione per rinnovare la nostra fedeltà al Signore, la fedeltà alle promesse sacerdotali e a tutti gli impegni liberamente assunti, lasciandoci “guidare non da interessi umani, ma dall’amore verso i fratelli”. Amen.

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

 

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