Madonna di Polsi: La simbologia del santuario tra sacro e legalità L'intervento del vescovo Francesco Oliva

 

Signor Ministro On. Marco Minniti,

Eccellenza il Prefetto

Eccellenza rev. ma Mons. V. Bertolone

Illustri Autorità civili e militari,

Signori e signore,

Foto G. Archinà

Ringrazio S.E il Prefetto per aver voluto quest’incontro. E’ una gioia ed un onore poter accogliere in questo luogo sacro tante Autorità civili, militari e religiose. E’ un segno di attenzione a questo Santuario e a tutti i suoi devoti. Un’attenzione al nostro territorio, alla sua gente, onesta e laboriosa, che non si lascia scoraggiare di fronte a nessun ostacolo.

Questo luogo sacro, cuore dell’Aspromonte, nell’antichità centro di spiritualità monastica, ha sempre svolto un ruolo catalizzatore della pietà popolare della gente del Sud. Il nostro incontro è un’occasione per lanciare un segnale di speranza alle nostre popolazioni, troppo spesso umiliate e dimenticate. La presenza del signor Ministro ci rinfranca e c’incoraggia. Lei, signor Ministro, proviene da questa terra, vi abita, è calabrese come noi. La nostra gente la stima e ripone in lei tanta fiducia. Ne conosce i problemi, le attese. conosce anche le difficoltà in cui versano tanti nostri comuni, che stentano ad andare avanti e a svolgere i loro essenziali compiti istituzionali. Molti di essi chiedono di essere supportati ed accompagnati.

Mi spiace per i disagi incontrati per raggiungere questo luogo. Purtroppo il sistema viario che porta al Santuario va reinventato ogni anno dopo la stagione delle piogge: è precario, insicuro e a lungo impraticabile. Un intervento strutturale completo, oltre a favorire un accesso più agevole e sicuro, consentirebbe una presenza ed un’attività religiosa più continua a tutto vantaggio delle nostre popolazioni.

Permettetemi di condividere alcune riflessioni su un tema che tocca la vita, la storia e la spiritualità  del nostro Santuario. Ci provo, consapevole della sua delicatezza.

Devo anzitutto confessare, come vescovo di questa diocesi, che ho sempre provato grande disagio di fronte alla ricorrente qualificazione di Polsi come “Santuario della ‘ndrangheta”, tanto da pensare alla rinuncia al titolo di “Abate di Polsi”, se questo non avesse avuto significato di resa. Non solo non vogliamo arrenderci, ma desideriamo offrire ai devoti un luogo di preghiera libero da contaminazioni esterne. In questi tre anni di ministero ho avuto modo di conoscere ed interfacciarmi con storie di fede e manifestazioni di religiosità popolare, ma anche con fatti e misfatti che hanno deturpato l’immagine del Santuario. La storia recente, attraverso indagini investigative, accurate e specializzate, ha messo in luce l’organizzazione di summit di ‘ndrangheta nei pressi di questo luogo, che non fanno onore a Maria, madre del divin Pastore, e neanche anche fede semplice e spontanea di tanti suoi devoti. Anzi ne sono una offesa gravissima che nessuno potrà mai cancellare.

Mi sono posto davanti a questi fatti con l’animo del pastore: di fronte alle sconfitte, alle difficoltà, ai fallimenti, agli errori ed alle ferite subite, ho pensato che bisogna mettere al primo posto il bene dei fedeli e ripartire con rinnovato ardore, senza trincerarsi in atteggiamenti di distacco o di difesa, come se niente fosse successo. Mi sono reso conto dell’urgenza di un riscatto morale per rispetto verso la  gente di Calabria che qui viene unicamente a pregare e a riconciliarsi con Dio e con la vita. D’altra parte sarebbe stato irrispettoso della tradizione di fede e di culto che in questo luogo da secoli è stata vissuta arrendersi di fronte all’arroganza di pochi e non adoperarsi in tutti i modi per preservare questo luogo da quanto non si addice alla sua sacralità. Se è vero che la mafia è un fenomeno umano e come tale ha un inizio ed una fine, qui non può avere vita né protezione. E’ un bubbone pericoloso, perché capace di strumentalizzare la fede di chi viene esclusivamente a pregare e a porre sotto la protezione di Maria la propria vita, con i suoi problemi e le sue sofferenze. A questo popolo che già soffre tante umiliazioni non si può né si deve togliere la speranza. E si toglie la speranza, quando si lasciano prevalere minoranze agguerrite e arroganti che lo tengono sotto scacco. Per fortuna il lavoro svolto in questi anni dalle forze dell’ordine e dalla magistratura è riuscito a tenere sotto controllo un territorio troppo esposto alle derive dell’illegalità e della violenza. Un impegno molto arduo al quale le sole forze dell’ordine e della magistratura non possono far fronte, se non si progetta un’incisiva azione culturale che aiuti a sviluppare una maggiore consapevolezza della pericolosità della mentalità mafiosa. Senza questa azione di formazione diventa difficile la lotta contro la mafia.

In questa prospettiva mi è parso importante avviare una serie di iniziative pastorali sino ad indire una Giornata diocesana di preghiera per la conversione dei mafiosi e la custodia della casa comune per il primo sabato del mese di ottobre. L’obiettivo è sollecitare il coinvolgimento della comunità cristiana nelle problematiche del territorio, in modo da essere sensibilizzata e messa di fronte alla gravità di fenomeni legati alla criminalità e all’illegalità.

Pesa ancora oggi il lungo ritardo della chiesa nel denunciare e prendere le distanze di fronte alla gravità del fenomeno mafioso. Troppo a lungo, mafia e Chiesa sono andati a braccetto nello stesso territorio. La mafia non era contro la Chiesa e la Chiesa non mostrava interesse a mettersi contro di essa. Questo silenzio ha agevolato il formarsi di una mentalità mafiosa, che rappresenta l’humus malefico che rende sempre più difficile la lotta alla mafia. Ma – come affermava uno storico marxista Francesco Renda – la sottovalutazione del fenomeno mafioso è stata della Chiesa, ma non solo. Tutta la comunità civile nazionale l’ha sottovaluta per un lungo periodo.

Il cambio di passo è maturato progressivamente. Dopo la strage di Capaci e di via D’Amelio, dopo l’invettiva di san Giovanni Paolo II nella Valle dei templi ad Agrigento e dopo gli omicidi di don Pino Puglisi e di don Giuseppe Diana, è emersa la necessità di una lotta più determinata e sinergica. Dalla tolleranza e acquiescenza, dalla coabitazione senza conflitti si è passati alla denuncia aperta. La Chiesa ha definitivamente voltato pagina.

L’ha fatto in modo autorevole con l’intervento di papa Francesco nell’omelia tenuta nella piana di Sibari il 21 giugno 2014. Ero presente, quando il Santo Padre pronunciò parole pesanti contro i mafiosi: “La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! … Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati! ”. Si può discutere sulle modalità di applicazione di una pena del genere. Esse sono già allo studio.

Alle parole del santo Padre seguì la presa di posizione dell’episcopato calabro. Con il documento “Testimoniare la verità del vangelo. Nota pastorale sulla ‘ndrangheta” (25 dicembre 2014) si disse chiaramente che “la ‘ndrangheta è negazione del vangelo”, che “non ha nulla di cristiano”, “è altro dal cristianesimo, dalla Chiesa”, “è una struttura di peccato che stritola il debole e l’indifeso, calpesta la dignità della persona, intossica il corpo sociale”, allontana gli uomini da Dio e dal vivere sociale, crea un sistema alternativo di illegalità che uccide l’uomo.

Questa presa di posizione portava a smascherare i riti ed i simbolismi pseudoreligiosi usati dalla mafia a fini strumentali. Proprio perché – come affermava Giovanni Falcone – “entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi ad una religione”, attraverso l’adulterazione dei simboli religiosi i mafiosi si sono costruiti una religione a proprio uso e consumo e spesso sono riusciti ad imporla ad altri. Sono stati capaci di far passare inosservata la contraddizione esistente tra il dichiararsi religiosi e l’essere associati  ad una cosca, tra il portare sul corpo simboli cattolici (catenine, croci, immagini sacre, santini) e l’essere spietati assassini. Come Vescovi calabresi, abbiamo denunciato questo fenomeno, affermando che “l’assimilazione tra certe forme di manifestazione della pietà popolare e della devozione e certi riti pagani e mafiosi di affiliazione ai clan è scandalosa”.

Oggi appare più evidente che il modo di vivere la religiosità da parte dei mafiosi non ha niente a che vedere con la fede cristiana. Abbiamo chiarito che “attraverso un uso distorto e strumentale di riti religiosi e di formule, che scimmiottano il sacro – si pone come una vera e propria forma di religiosità capovolta, di sacralità atea, di negazione dell’unico vero Dio”. Una “religiosità deviata”, attraverso la quale, usando “un linguaggio di atti sacramentali (si pensi alla figura dei padrini), “i boss cercavano di garantirsi obbedienza, copertura e fedeltà”. Quando si nega la dignità umana con le azioni criminali e con il malaffare eretto a sistema non solo non s’incontra Dio, e quindi non si compie alcun atto religioso, ma ci si allontana da quella umanità che Gesù ha indicato come vera religione.

Per non appesantire ulteriormente il mio intervento, mi pongo solo una domanda: cosa resta da fare? Sappiamo che sono state dette e scritte tantissime cose, sono state fatte tante denunce. Basta tutto questo? La risposta è scontata, quanto scontata è la richiesta generale di attenzione a questo territorio da tutti i punti di vista. Non è mio compito dire cosa possano o debbano fare lo Stato e le Istituzioni, a diversi livelli in cui operano. Ma sono evidenti le difficoltà in un territorio ove è più marcata la concezione dell’antistato e lo scetticismo nei confronti delle istituzioni.

Come Chiese di Calabria abbiamo avviato un percorso di purificazione di quelle forme di distorta sacralità annidata nelle pieghe della religiosità popolare. E Sulla religiosità popolare sappiamo di dover lavorare molto. C’è molto da fare a livello formativo e culturale  in vista del superamento di una mentalità mafiosa così radicata, da condizionare persino le manifestazioni religiose. E’ questa una grande sfida non solo per la chiesa, ma anche per le istituzioni civili.

Personalmente penso che alla cultura mafiosa ed alla religiosità devozionale deviata deve fare da contrappeso una fede, che inietti lievito evangelico nell’intimo delle coscienze e della vita. La fede ridotta ad una superficiale verniciatura, non incide minimamente nella vita della gente e della società. Quello che vogliamo fare senza invadere il campo delle istituzioni civili è innescare processi di rinnovamento cristiano che traggano ispirazione dal Vangelo.

Noi vescovi calabresi sappiamo qual è il ruolo della Chiesa, che “è madre; e come tale “accompagna” sempre l’uomo, per aiutarlo sia a riconoscere i propri errori nell’alveo della giustizia e a convertirsi; sia ad impedire che si smarrisca… è necessario che la Chiesa sia se stessa, anche quando difende la verità del vangelo di fronte al terribile fenomeno mafioso” (Testimoniare la verità del vangelo, 15).

Siamo pronti ad operare per una pastorale che abbia un’attenzione sempre maggiore al territorio e alle sue problematiche, all’impegno socio-politico ed alla cura del creato. Ma sappiamo che occorre lavorare molto sulla frattura tra la professione esterna della fede e l’impegno nel quotidiano. E’ la stessa frattura che vive il mafioso che concilia la sua condotta con gesti di apparente religiosità.

Il nostro impegno come Chiesa è soprattutto a livello formativo. Oggi più che mai siamo investiti di questa missione: formare ad uno stile più evangelico, che accolga i valori della povertà, della non violenza, del perdono e della misericordia, senza lasciarsi ammaliare dal potere del denaro, soprattutto se viene dal mafioso ‘benefattore’. Come vescovi ripetiamo spesso che “al potere mafioso, che seduce ancora singoli ed istituzioni, dobbiamo opporre quel tanto auspicato e nuovo senso critico, per discernere i valori evangelici e ‘l’impegno dei cristiani nella polis – come espressione della carità e dell’amore che il credente vive in Cristo”, senza disertare la politica, anche se casi di corruzione spingerebbero a cedere alla tentazione di farsi da parte” (Testimoniare la verità del Vangelo, n. 11).

A questa conclusione desideriamo restare fedeli. Senza farci illusioni. Ma sappiamo che, quando il livello morale cala, la mafia la fa da padrona e la società civile resta invischiata senza scampo nelle maglie della burocrazia e della corruzione. Allora tutto si fa più difficile.

Grazie, signor ministro, grazie signor Prefetto, grazie gentili Autorità che siete intervenute così compatte. Questa nostra terra sa essere leale verso le istituzioni e le rispetta, specie quando esse si fanno vicine e ne interpretano i bisogni fondamentali, tra i quali in primo luogo il lavoro e lo sviluppo. Ma pesa molto la distanza economica dal resto del Paese. A nessuno va bene un’Italia a due velocità troppe differenti tra loro. Questa terra si sente parte dell’Italia e ancora piange i suoi giovani morti in guerra per la patria.

Sono certo che lo sguardo di Maria, madre del Divin Pastore, Madonna della Montagna di Polsi, ritornerà a sorridere su quanti vengono qui, per incontrare la gioia del perdono e riprendere la via di una vita nuova.

Grazie.

 

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