Immagine della Chiesa celeste Riapertura della cattedrale dopo i lavori di restauro (Locri 22 dicembre 2021) - Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva

 

Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

 

Fratelli e sorelle carissimi
Cari sacerdoti,
Autorità civili e militari,

Eleviamo un inno di ringraziamento al Signore per il dono natalizio della riapertura al culto della Chiesa cattedrale, dopo i lavori di restauro. Un intervento complesso e delicato, che la rende più funzionale e adeguata all’esercizio delle azioni liturgiche più solenni. Con Maria cantiamo anche noi il magnificat! Diciamo il nostro grazie a Dio. E con il salmista preghiamo: «Rendo grazie al Signore con tutto il cuore, nel consesso dei giusti e nell’assemblea. Grandi sono le opere del Signore, le contemplino coloro che le amano. Le sue opere sono splendore di bellezza» (Sal 110,1). Il Signore ci ha concesso di avviare e portare a compimento quest’opera. Tutto ha inizio da Lui e tutto deve essere fatto per la sua gloria. Ai ringraziamenti al Signore unisco quelli verso i primi artefici dell’intervento. Mi riferisco ai tecnici progettisti e al direttore dei lavori, all’impresa e a tutti i tecnici degli impianti elettrico e microfonico. Lascio al parroco don Fabrizio il compito di ringraziarli personalmente uno per uno. Il primo grazie va proprio a lui nella duplice veste di parroco della Cattedrale e direttore Ufficio diocesano Beni Culturali, per la passione, l’impegno e l’intelligenza profusi nel seguire con gusto artistico e meticolosa precisione ogni momento e scelta progettuale.
L’opera non sarebbe stata possibile senza il contributo economico della Conferenza episcopale italiana dai fondi dell’8 per mille e della generosa partecipazione della comunità parrocchiale. Ringrazio quanti firmando l’8xmille a favore della Chiesa cattolica, rendendo possibili questi interventi. Il mio grazie va anche al sindaco, ai funzionari della Soprintendenza e alla Commissione diocesana arte sacra. Quello che vediamo non rende tutti gli sforzi, le fatiche, i sudori, i sacrifici di coloro che hanno preso parte a questa complessa opera di restauro, di messa in sicurezza e di adeguamento liturgico. Con il risultato finale che vediamo e che ha restituito un edificio reso bello e funzionale alla comunità diocesana in tempi relativamente brevi.
Mi soffermo su qualche breve riflessione.
Questa Chiesa torna finalmente a splendere come ‘cattedrale’, simbolo della Chiesa viva, edificio spirituale, costruito con le pietre vive sull’unico fondamento che è Gesù Cristo, pietra angolare (cfr. Ef 2,20-22). E’ Lui che sostiene e assicura l’equilibrio e l’armonia di tutto l’edificio. Parlare di chiesa cattedrale è parlare della chiesa madre, prima o principale chiesa della diocesi (Ecclesia caput et mater omnium ecclesiarum), unica, al di sopra di tutte le altre, meraviglioso simbolo della Chiesa, che prega, canta e adora, di quel corpo mistico, le cui membra diventano compagine di carità, grazie al dono dello Spirito Santo. In essa v’è la sede o cattedra episcopale, simbolo del servizio che svolge il vescovo che come pastore guida e governa nella carità la comunità diocesana, insegna la via della fede, presiede le celebrazioni liturgiche. La chiesa cattedrale è una, come uno è il vescovo; parimenti una è la comunità diocesana, costituita nell’unità dalle tante comunità parrocchiali.
Nella Chiesa cattedrale, titolata a Santa Maria del Mastro, la nostra comunità diocesana è chiamata a vivere i momenti più importanti del suo cammino spirituale e liturgico-sacramentale. In essa possiamo sostare con Maria per cantare le lodi del Signore, ascoltare la Parola che salva, essere in cammino verso la Gerusalemme celeste.
Sostiamo con Maria per cantare le lodi del Signore. Condividiamo il cantico della Vergine, che veneriamo come Santa Maria del Mastro ovvero del Maestro e che d’ora in poi in questa bellissima icona del Piccolo Eremo delle Querce di Crochi contempliamo come la Kyriotissa, cioè portatrice di Cristo. Immagine dei cristiani come li definisce Sant’Ignazio di Antiochia: “Siete tutti compagni di viaggio (synodoi), portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito” (Agli efesini, 9,2). Pregando il Magnificat siamo uniti a Maria che loda il Signore per le grandi opere in Lei compiute. Maria è la credente inserita in un popolo di credenti: cammina con noi insegnandoci a cantare le lodi del Signore. Canta perché innamorata e, nel suo amore, riconosce la sua piccolezza di fronte alla grandezza di Dio e se ne rallegra. Ci mostra che Dio ama ciò che è piccolo e debole e lo rende grande con il suo amore. Con Maria mettiamoci in ascolto della parola che salva in questa chiesa cattedrale, ove l’annuncio deve principalmente risuonare e farsi presente.
Camminiamo con Maria verso la Gerusalemme celeste. Ed alla sua scuola impariamo ad ascoltare la voce di Dio ed a fare quello che Gesù ci chiede. Tenendo presente quanto ci ricorda la lettera agli Ebrei, “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Ebr 13, 14). Un famoso rabbino polacco dell’Ottocento di nome Hofez Chaim racconta che un uomo venne da lontano a consultarlo e rimase stupito perché la sua casa conteneva solo libri, un tavolo e una seggiola. «Dove sono i tuoi mobili?», gli chiese. E il rabbino gli replicò: «E i tuoi dove sono?». «Ma io sono qui solo di passaggio». «Anch’io», concluse il rabbino.
La chiesa cattedrale è immagine della Chiesa celeste e segno delle realtà soprannaturali: è la Gerusalemme illuminata dalla gloria del Signore, con le porte sempre aperte di giorno e di notte, per lasciare entrare la moltitudine dei popoli. La si chiama “ecclesia sancta, ecclesia felix, ecclesia sublimis”, chiesa santa, felice, eccelsa. È immagine della chiesa eccelsa, della città collocata sul monte, accessibile a tutti e a tutti visibile.
Vorrei cogliere in questa celebrazione un’occasione preziosa che ci chiama a riflettere sulla nostra appartenenza ad una comunità concreta, che è la nostra diocesi di Locri-Gerace. La chiesa cattedrale è segno di appartenenza o, se vogliamo, luogo in cui si edifica e si vive questa appartenenza. Purtroppo oggi anche a livello ecclesiale avvertiamo in modo sempre più forte segnali di crisi del senso di appartenenza. Ognuno ha la pretesa di appartenere solo a se stesso. Il fedele sente l’appartenenza alla sua parrocchia e così anche il parroco, sentendosi di fatto estranei a ciò che amplia gli orizzonti ed i rapporti di appartenenza del vivere ecclesiale. Gli individualismi esasperati fanno perdere il senso della comunità e dell’essere parte del medesimo corpo, favorendo chiusure e pericolose forme di isolamento. Anche comportamenti di per se legittimi, distaccati dall’insieme, sono nocivi alla vita della comunità ecclesiale, che si realizza nel suo essere popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Le parrocchie sono chiesa in quanto unite a Cristo nell’appartenenza all’unica chiesa diocesana. Di conseguenza l’appartenenza ad essa viene prima dell’appartenenza alla comunità locale o parrocchiale.
Per tali ragioni urge recuperare il senso di appartenenza alla chiesa diocesana, affettiva ed effettiva. Ma non si tratta di semplice recupero funzionale quanto di una esigenza spirituale e teologica. Dare solidità e consapevolezza a questa appartenenza è una esperienza fondamentale se non vogliamo ridurre la diocesi ad un assemblaggio informe di individualismi incapaci di comunicare tra di loro e di camminare insieme in quell’unità di fede e di carità che Gesù stesso ha chiesto al Padre offrendo se stesso sulla croce.
Concludo, invitando tutti a godere di questo momento, ma anche ad impegnarsi concretamente nell’essere membri di questa diocesi. La Cattedrale come le altre chiese sparse ci ricordano la storia e la fede di quanti ci hanno preceduto e c’invitano a vivere e a restare fedeli a “Gesù Cristo lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (Eb 13,8), il Vivente, l’Amato, colui ci addita «la città futura» (Eb 13,13).
La Chiesa cattedrale c’invita a non aver paura delle sfide del nostro tempo, a coglierne le opportunità. Viviamo in essa una tradizione di fede consolidata nel tempo, che si realizza in una relazione gioiosa con Dio, che accompagna, incoraggia e sostiene il nostro cammino fino ai cieli nuovi e alla terra nuova. Ringrazio i sacerdoti che sanno apprezzare la dimensione diocesana dell’azione pastorale e la vivono quotidianamente con coerenza e fedeltà. Aver portato a termine questa delicata opera di restauro è segno di una comunità che ama quello che ha ricevuto ed a sua volta intende farne dono a chi verrà. Lode al Signore. Amen!

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