Il difficile rapporto dei giovani con la fede Assemblea Diocesana di Locri-Gerace. La riflessione di don Armando Matteo

Il difficile rapporto dei giovani con la fede. Sono davvero la prima generazione incredula? Si può ricostituire, e come, un nuovo rapporto con la fede e far tornare  Gesù e il Vangelo davvero significativi per la  vita e le scelte dei giovani?

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Quella del rapporto tra le nuove generazioni e la fede rappresenta, dal punto di vista della comunità ecclesiale, una questione decisiva. Per molteplici ragioni. La prima e principale è quella per la quale, nella misura in cui ai credenti stanno a cuore le nuove generazioni, lo stanno affinché esse possano trovare al più presto e nel migliore dei modi possibili l’opportunità di trovare la loro strada e collocazione del mondo. Cosa che non è certamente semplice per chi, in quanto giovane, ha sul serio la possibilità di scegliere tra molte strade. Va da sé, perciò, che nell’età della giovinezza è decisivo il tema del discernimento, cioè lo sviluppo di quella preziosa opera di interrogazione circa il tipo di persona che uno desidera diventare. A partire da ciò che uno porta dentro di sé. A partire da ciò che il confronto con gli altri e con la realtà gli restituiscono.

Per i credenti, tuttavia, il cuore del discernimento è proprio la fede in Gesù. Il Documento preparatorio del prossimo Sinodo sui giovani, al riguardo, è di una chiarezza straordinaria: «La fede, in quanto partecipazione al modo di vedere di Gesù (cfr. Lumen fidei, n. 18), è la fonte del discernimento vocazionale».

L’interrogativo sulla fede dei giovani ha dunque questo primo ed essenziale risvolto, legato alla loro ricerca di una vita buona. Nondimeno, non si può non ricordare che la comunità cristiana, almeno qui in Occidente, non ha previsioni di un futuro facile, se non riuscirà a riallacciare significative relazioni con il mondo delle nuove generazioni. Senza i giovani, la Chiesa almeno qui scompare. Ce lo confermano la situazione davvero molto precaria delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ma anche la qualità media delle vite delle parrocchie, delle associazioni e dei movimenti che orbitano nell’area del cattolicesimo. Davvero difficile non dare ragione a quel che una volta disse papa Benedetto XVI pensando alla Chiesa in Europa, nella quale, a suo dire, appunto, la gente che frequenta la comunità ecclesiale è sempre di meno e sempre più anziana. Né è meno realistico papa Francesco, quando denuncia che sempre questa Chiesa ha più le fattezza di una “nonna” che quella di una “madre”. Insomma il difficile rapporto tra i giovani e la fede è tema scottante.

Non sorprende pertanto il fatto che, negli ultimi anni, si siano sviluppate diverse proposte di letture di ciò che i dati delle molte indagini relative al rapporto delle nuove generazioni con l’universo della fede attestano.

Che cosa c’è dunque in gioco quando si parla di crisi di fede del mondo giovanile, di quel mondo cioè che, stando ancora al Documento preparatorio per il prossimo Sinodo, raccoglie la popolazione che va dai 16 ai 29 anni? Personalmente ritengo che la grande maggioranza dei giovani faccia sempre più fatica a percepire la bontà dello sguardo di Gesù sul mondo per una vita pienamente umana, precisamente lì dove essa decide di sé e del proprio futuro. Cioè precisamente lì dove essa esercita il proprio discernimento vocazionale. E questo non perché non abbia avuto modo di conoscere Gesù, il suo sguardo, la sua proposta di vita e di fede. Piuttosto perché a questa fetta di popolazione è mancata in concreto una testimonianza di che cosa significhi “vivere da adulti secondo lo sguardo di Gesù”.

Ritengo pertanto che è, questo, il tempo di riconoscere quella enorme crisi di fede che ha attraversato, silenziosamente ma non per questo radicalmente, il mondo delle generazioni adulte. In particolare quello rappresentato dalle persone nate tra il 1946 e il 1964, la “generazione dei boomers”, e quelle nate tra il 1964 e il 1979, la “generazione X”.

Questo ci indica sostanzialmente l’incredulità dei giovani, che, stando ancora alle parole del Documento preparatorio del Sinodo, consiste nel fatto che «l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria». L’incredulità dei giovani ci restituisce cioè tutta la loro fatica a mettere insieme il loro non semplice ingresso nel mondo adulto (il discernimento appunto circa la persona che si desidera diventare) e quanto appreso a proposito di Gesù durante l’esperienza del catechismo legata all’iniziazione cristiana. La “teoria” di quest’ultimo, da tempo, da almeno vent’anni, non trova più alcun riscontro pratico nella vita delle mamme e dei papà, e di tutti gli altri adulti, con i quali i ragazzi e i giovani ogni giorno hanno a che fare e dai quali è giocoforza che provino ad apprendere i modi di stare al mondo da adulti.

Il nodo veramente cruciale della trasmissione della fede oggi è pertanto quello connesso a quell’immaginario di adulto, che si è imposto ad ogni livello, e che è sostanzialmente contraddistinto da una netta fisionomia “postcristiana”. Il profilo vincente dell’adulto di oggi è quello di chi pensa ossessivamente al proprio benessere fisico, al guadagno più alto, al “restare per sempre giovane”, al rinvio permanente di ogni responsabilità generativa ed educativa, a esercitare una libertà che escluda ogni forma di “per sempre”, a “giochicchiare” con i messaggini e i post di Facebook, a rincorrere infine le ultime mode e gli ultimi ritrovati dell’apparato tecnologico. Insomma il profilo oggi vincente è quello di un adulto che con ciò che l’adultità di per sé evocherebbe non vuole avere più nulla a che fare. Va da sé che questo adulto postcristiano non ha più alcuno spazio per l’esperienza del credere, del pregare, della prossimità concreta nei confronti dell’altro, ed infine per l’esperienza di una postura autenticamente umana sul mondo. Ed è per questo che egli non è più neppure in grado di sostenere l’azione del discernimento dei propri figli in relazione al processo di maturazione di questi ultimi.

Quale potrebbe essere allora la mossa vincente di una Chiesa che intenda sul serio fare la sua parte perché i giovani possano riscoprire quanto la fede in Gesù sia esattamente la fonte di ogni discernimento? La mossa vincente è quella di porsi all’altezza della sfida culturale che oggi rappresenta l’emergere del profilo postcristiano dell’adultità. Significa annunciare che diventare adulto non è il peggiore dei mali possibili. Che esiste vita umana oltre la giovinezza. Di più: che la qualità veramente umana della vita è proprio oltre la giovinezza, la quale resta sempre un età di scelte di vita e solo istericamente può diventare l’unica scelta di vita. Che, insomma, la qualità veramente umana della vita è quella adulta. Quella della cura. Quella della donazione. Quella del dare che offre più gioia del ricevere. Quella che il teologo Sequeri identifica con lo spazio che ad ogni essere umano apre l’interrogativo circa il “per chi sono io?”. Quella cioè di chi ha finalmente compreso che la propria felicità è sempre riflesso gratuito e indeducibile della felicità che si è capaci di far sperimentare agli altri.

Ora una tale qualità adulta dell’esistenza, che tocca alla Chiesa riportare alla luce, è proprio quella che magnificamente splende in Gesù, nel suo sguardo sul mondo, nel suo respiro, nei suoi sentimenti, nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi comandamenti, nel suo amore, nei suoi miracoli, nella sua passione, nella sua morte ed infine nella sua risurrezione. Egli è un adulto per sempre! Questo è il Gesù che oggi la prima generazione incredula attende.

 

don Armando Matteo

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