I gesuiti a Gerace di Enzo D'Agostino

Verso il 1560 risiedette a Gerace il gesuita Giacomo Mantegna, che, entrato nella congregazione il 7 novembre 1558, era stato poi mandato in Calabria per motivi di salute, «a l’aria nativa»: doveva, pertanto, essere originario della stessa Gerace o del territorio diocesano, come sembra attestare lo stesso cognome.

Nel 1562 e nel 1567 la Quaresima fu predicata a Gerace dal celebre gesuita Nicola Bobadilla (1509-1590), uno dei primi compagni di sant’Ignazio di Loyola.

Questi aveva una notevole considerazione di Gerace: in una lettera ai superiori scrisse, infatti, che «Gerasi es una gran ciudad… Gerace è una gran città. Ha il vescovo. Ha dottori in legge e cinque predicatori, ed è tutta devota alla Compagnia».

E veramente in Gerace sia la predicazione del Bobadilla che la presenza del Mantegna dovettero creare grande entusiasmo e simpatia per la Compagnia di Gesù, tanto che, facendo testamento, il possidente Tiberio Armeni decise di destinare i propri beni all’istituzione nella città di un collegio gesuita.

Non se ne fece niente perché Gerace, anche se era una gran ciudad, non superava in quegli anni il numero di mille famiglie, condizione prima per poter ospitare un collegio della Compagnia.

A Gerace dei Gesuiti si tornò a parlare nell’ultimo quarto dell’Ottocento, quando, riaperto il seminario (che era stato chiuso negli anni successivi alla proclamazione dell’Unità), il vescovo Francesco Saverio Mangeruva (1872-1905) riuscì ad ottenere che a dirigerlo e animarlo venissero da Napoli (dal 1878) alcuni padri di quella Provincia, impegnandoli anche nell’insegnamento di filosofia, dommatica, matematica, scienze naturali e lingua francese.

L’arrivo dei Gesuiti appena qualche mese dopo l’elezione al soglio pontificio di Leone XIII, fu come una proclamazione di adesione di questa piccola diocesi meridionale al progetto di rinnovamento culturale che papa Pecci mostrava di voler proporre, fondandolo sul ricorso al tomismo, «un tomismo scelto come radice sicura ed insieme potente stimolo a pensare in maniera originale, si potrebbe quasi dire autoctona, il destino della Chiesa nel mondo contemporaneo» (A. Monticone). Monsignor Mangeruva aveva chiamato i Gesuiti per portare nel seminario aria nuova. Per felice combinazione, l’aria nuova si diffuse con il vento neotomista, e il vescovo Mangeruva – già allievo dei Gesuiti a Napoli e filosofo egregio egli stesso – la respirò e la fece respirare a pieni polmoni. Ciò è confermato dall’arricchimento che ebbe la Biblioteca del seminario (furono acquistate tutte le opere di San Tommaso e i 221 volumi della Patrologia del Migne) e dall’istituzione nello stesso seminario dell’«Accademia filosofico-teologica San Tommaso d’Aquino» e delle «Congregazioni del clero», fondate «per tenere esercitato il medesimo nello studio della Morale e dei Sacri Riti, mercé la discussione dei casi sopra l’una e l’altra materia e rendendo sempre più idoneo ad istruire il popolo e sostenere il lustro e la maestà delle sacre funzioni» (successivamente, le «congregazioni» saranno trasformate in «Pia associazione di sacerdoti sotto il titolo dei SS. Cuori di Gesù e della Beatissima Vergine», con finalità soprattutto missionarie).

Quelli con i Gesuiti alla guida del seminario furono per Gerace anni esaltanti, che fecero dell’istituto una fucina culturale di alto prestigio. Ivi, ad iniziativa di quei religiosi, fu anche impiantato un piccolo osservatorio meteorologico. Non mancarono problemi, perché alla fine del 1883-84 il rapporto tra i Gesuiti e il vescovo subirono una brusca interruzione («Incomprensioni da parte di Sua Eccellenza, che pure si sforzava di trattare con grande affetto i Gesuiti, e mormorazioni di alcuni del clero e del seminario», ha scritto il gesuita Francesco Meduri), e il presule, anzi, tentò – senza successo – di sostituirli con i Salesiani. Negli anni successivi i Gesuiti operarono ancora nel seminario, ma la loro presenza dopo il l890-91 si ridusse e alla fine ne rimase uno solo, il padre Domenico Capriglione, desideroso di concludere a Gerace la propria vita terrena (ivi poi morì il 14 giugno 1899).

Pur così impoverito, il seminario continuò a godere di grande prestigio e ad essere luogo di formazione e di produzione culturale, anche se è dubbia la ricaduta al di fuori degli ambienti ecclesiastici, come sembra che attestino le difficoltà incontrate nella fondazione del movimento cattolico.

Enzo D’Agostino

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