Don Costa: uomo toccato dall’amore di Dio Omelia nelle Esequie di don Pasquale Costa

VI Domenica di Pasqua

Omelia nelle Esequie di don Pasquale Costa

ph. agensir.it

In questa celebrazione pasquale ci uniscono sentimenti di riconoscenza e ringraziamento nei confronti di don Pasquale Costa, sacerdote che ha speso la sua vita a servizio di questa comunità di Grotteria. Nato a Grotteria 95 anni or sono, si è lasciato affascinare dal carisma di don Orione, seguendo gli studi presso il Collegio dell’Opera di don Orione a Reggio Calabria. Qui conobbe il Santo Fondatore dell’Opera, san Luigi Orione, un vero stratega della carità, un cuore “senza confini perché dilatato dalla carità di Cristo”. Don Orione era un sacerdote santo modello: per lui “solo la carità salverà il mondo“, ripeteva a tutti che “la perfetta letizia non può essere che nella perfetta dedizione di sé a Dio e agli uomini, a tutti gli uomini“.

Don Pasquale divenne sacerdote nel 1954, perdurando nella vita sacerdotale per ben 67 anni. Sento doverlo ringraziare anche a nome dei miei predecessori per il servizio reso alla Chiesa diocesana e in particolare alla comunità cristiana di Grotteria. Apostolo e parroco delle campagne, ha percorso in lungo ed in largo le frazioni di questo comune, vivendo con la gente e tra la gente. Ha insegnato religione cattolica nelle scuole statale, non mancando di dedicarsi agli studi ed alla ricerca storica. Servendo il Signore e la sua Chiesa con tutto sé stesso, con la sua umanità, il suo carattere, la sua intelligenza, le sue fragilità. E quando le sue forze sono diminuite è rimasto fedele alla sua vocazione, offrendo la sua sofferenza e le sue preghiere per il bene della chiesa. Credeva che tutto quello che chiediamo al Padre nel nome del Signore Gesù Egli ce lo concede.

Ho conosciuto don Pasquale solo negli ultimi anni della sua vita, quando ormai la debolezza fisica e gli acciacchi lo avevano reso molto debole. Quando l’anzianità avanzante l’aveva di fatto relegato in casa. Mai era solo: l’ho visto sempre in compagnia ed assistito dalla sorella suora e dai suoi affetti più cari. Ringrazio i suoi parenti, la sorella suora, la collaboratrice domestica e tutti coloro che si sono presi cura di lui. So che è grande per un sacerdote, specie nell’anzianità, il rischio di rimanere solo, dimenticato anche da quelli che da lui hanno ricevuto solo bene. Diciamo grazie al Signore per il dono del suo ministero sacerdotale, un ministero che ravviva la speranza dei “cieli nuovi e terra nuova” in questo tempo inquieto, preoccupato nella ricerca dei beni materiali che creano dipendenza senza procurare vera gioia.

In questa celebrazione del Risorto, nella VI domenica di Pasqua, la liturgia della Parola ci aiuta a comprendere il Mistero che si compie nella vita di un sacerdote. Nel contesto dell’ultima cena Gesù dice ai discepoli ed anche a tutti noi sacerdoti e fedeli: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. È un invito importante, essenziale, decisivo. Solo rimanendo in Lui, il sacerdote ed ogni discepolo vive e conserva la sua fecondità umana e spirituale. E porta molti frutti. Sono i frutti di una relazione profonda: la benevolenza, la generosità, l’altruismo, il perdono, la riconciliazione, la pace, la gioia. Tutti doni dello Spirito, frutti di una relazione che nasce dall’incontro con Gesù. Coloro che incontrano Gesù “sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento” (EG 1). Quando il mondo di oggi incorre in questi mali è pervaso da “una tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata”. In questa povertà spirituale, “la vita interiore si chiude nei propri interessi, non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene”. Come avverte papa Francesco nell’esortazione EG, anche noi credenti incorriamo “in questo rischio, certo e permanente” (n. 2). E gli stessi sacerdoti non ne sono esenti, nonostante il loro essere ancorati in Dio. Il sacerdote che ha sperimentato l’amore di Dio è chiamato a perseverare in esso, a rimanere nel suo amore, sperimentando la bellezza dell’essere suo amico: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. In queste parole ritroviamo la vera identità del sacerdote (Gv 15,15). Si potrebbe addirittura vedere in esse – come affermava papa Benedetto XVI – l’istituzione stessa del sacerdozio.

La vocazione sacerdotale è una relazione di amicizia che nasce dall’amore di Dio e si proietta sui fratelli. Come spiega san Giovanni nella seconda lettura, “Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”. Chi ama conosce Dio. È meraviglioso! Non basta allora aver studiato tutti i trattati di teologia, per conoscerlo, né basta essere maestri. Ecco il significato profondo dell’essere sacerdote: diventare amico di Gesù Cristo. Ecco il nucleo più profondo del sacerdozio. Non si può essere sacerdoti senza essere amici di Gesù e senza esserlo nella relazione tra sacerdoti. È un’amicizia che si alimenta nell’amore, non un’amicizia fatta di complicità o arroccata attorno a muri che dividono o escludono, un’amicizia selettiva, che accetta alcuni ed esclude altri. Questo non corrisponde all’amore del Signore. L’amicizia con Gesù è un’amicizia aperta, disponibile, che guarda al bene dell’altro, che si fa prossimità, condivisione di percorsi di vita e di servizio, che non solo non fa selezione né discrimina alcuno, ma sa scusare e perdonare l’offesa ricevuta. Il Signore ci chiede di essere degni della sua amicizia, fondata sul reciproco amore: “Questo vi comando: amatevi come io vi ho amati”. Né bisogna scoraggiarsi se appare un’amicizia fragile, perchè affidata alla nostra libertà, che spesso pecca di arbitrarietà, di ricerca di ciò che appare, di ciò ch’è facile e comodo, e spesso concretamente rifiuta la legge dell’amore e di sottomettersi alla legge della croce. Un’amicizia fragile che rifiuta la croce, nonostante sia richiesta da una scelta di amore. La croce del Signore rende liberi, perché manifesta il volto di un amore donato. Un amore che trasmette gioia, la stessa che Gesù regala ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua. La regala a tutti quelli che credono nella sua Parola e per mezzo del battesimo si uniscono a lui e alla comunità dei suoi discepoli: la Chiesa.

Il prete è un uomo toccato dall’amore di Dio e la sua vita è un mistero e un miracolo d’amore, partecipa e rivive il mistero di Gesù che offre la sua vita per tutti. Il suo nome e la sua missione sono iscritti nel cuore stesso di Dio: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Dietro la vita del sacerdote c’è sempre il mistero di una scelta gratuita radicata nella benevolenza di un Padre mosso solo dal suo amore: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”.

Il Sacerdote sa di essere stato scelto dal Signore, sa che Lui ha avuto una particolare predilezione e benevolenza nei suoi confronti. È un uomo che si è lasciato incontrare da Dio. In questo incontro ha consumato la sua vita: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”. Quali frutti è chiamato a portare il sacerdote nella sua vita? Sono quelli espressi attraverso una vita spesa per gli altri. Il primo frutto è la fedeltà alla volontà del Padre, è permanere nel suo amore.

C’è infine l’umanità del sacerdote, che non va sottovalutata. Nel brano degli Atti degli Apostoli, a Cornelio, centurione romano, convertito, che gli si inginocchia davanti, rialzandolo, Pietro dice: «Àlzati: anche io sono un uomo!». Il sacerdote è anch’egli un uomo con il suo bagaglio di umanità, che non spende per sé, ma mette al servizio dei fratelli: da vero uomo è capace di gioire con chi gioisce e di piangere con chi piange. Condivide la sorte di ogni fratello che incontra lungo il suo cammino. Ma può anche sporcarsi le mani, peccare, tradire la fiducia e mancare di fedeltà. Senza per questo perdere la sua dignità sacerdotale. Non per questo il Signore verrà meno alla sua fedeltà. Anzi ha la pazienza di attenderlo, di camminargli a fianco senza far pesare la sua vicinanza. Per questo, mentre chiedo ai sacerdoti di essere sempre vicini alla gente, nello stesso tempo chiedo ai fedeli di sostenere i sacerdoti con la preghiera, con l’amicizia e di essere loro vicini, perché siano sempre pastori con il cuore di Dio.

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. È questo un punto centrale del discorso di Gesù: il riferimento alla gioia di chi ha veramente incontrato il Signore e l’ha seguito. È la gioia del sacerdote. Il suo è un ministero che porta gioia, la gioia del Vangelo, la gioia di aver incontrato il Signore della vita e della pace.

In questa prospettiva don Pasquale ha vissuto la sua missione sacerdotale accogliendo in sé l’amore di Dio e restando fedele ad esso, prendendosi cura della Chiesa e della comunità, insegnando ad amare ed a seguire il Signore.

 

 

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