Da Polsi un messaggio di speranza Festa della Madonna della Montagna di Polsi (settembre 2017)   OMELIA di monsignor Francesco Oliva

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, cari confratelli nel sacerdozio, grazie per essere qui a condividere la gioia del Signore. Radunati da Maria Madre del buon Pastore. A te, caro don Tonino, va la mia gratitudine per avere accettato il delicato compito di Superiore-rettore di Polsi che si aggiunge all’impegno parrocchiale in Ardore marina. Un servizio molto delicato, quello di rettore di un Santuario, che da secoli vede affluire tanti devoti. Qui carovane di devoti hanno portato le loro gioie e le loro speranze, i loro doni votivi, ma anche le ferite di una vita di stenti e sofferenze. Sappiamo che la sua storia ha origine alla fine del primo millennio sui ruderi di antichi monasteri, “veri e propri tabernacoli celesti” (E. D’Agostino), abitati dai monaci italo-greci, ove la tradizione popolare racconta di apparizioni, di misteriosi trasporti di statue, di ritrovamento di effigie sacre. Il nostro Santuario è sorto nel luogo in cui un pastorello ritrovò la Croce che ancora oggi veneriamo.

Al rettore don Tonino e ai suoi collaboratori chiedo di organizzare sempre meglio il servizio di accoglienza dei pellegrini, senza particolarismi e preferenze, migliorandone la qualità. I pellegrini meritano un’ospitalità degna di ogni rispetto. Pellegrino è il fedele che affronta un lungo viaggio che ha come meta il santuario, sottoponendosi alle difficoltà del percorso a piedi, spinto unicamente dalla fede e dal desiderio di vivere momenti di silenzio, di raccoglimento e preghiera. Qui a Polsi ai piedi della Madonna vengono tanti pellegrini in carovane. Ieri ho provato grande ammirazione vedendo tanti giovani arrivare stremati a piedi, tante famiglie con i loro piccoli in braccio. Mi son chiesto (e lascio a ciascuno la risposta): cosa può spingere dei giovani, uomini e donne, ad affrontare viaggi del genere? Venire a piedi a Polsi non è uno scherzo: mette a dura prova le resistenze fisiche. C’è chi durante il viaggio si sente male, s’infortuna. E più di uno ha avuto bisogno del soccorso della Croce Rossa. Ringrazio tutti i volontari del servizio e chiunque altro (in primo luogo le forze dell’ordine di ogni ordine e grado) per quanto hanno saputo fare nonostante i disagi del luogo impervio. Non tutti però quelli che vengono al santuario lo fanno con lo spirito giusto: alcuni sono spinti da altre ragioni (svago e divertimento, fare un weekend ed un pic-nic; pic-nic, interessi estranei, ecc.). Questi non sono pellegrini. Né tantomeno lo sono coloro che vengono per affari illeciti. A questi diciamo di restare a casa propria. Non è questo il luogo adatto.

Il santuario di Polsi non ha una casa del pellegrino, ma possiede un insieme di case, alcune destinate all’accoglienza dei pellegrini, altre a seminario e convento, a museo e a vari servizi. E’ nostra intenzione continuare nel lavoro di restauro e adeguamento delle strutture esistenti, nell’ammodernamento delle abitazioni, come anche nel rinnovo della suppellettile, per offrire una più degna ospitalità. Questo richiede qualche sacrificio in più. Ci tengo però a sottolineare che il Santuario è di tutti, un bene comune, ma non un bene di chi pensa di poter fare in esso ciò che crede. L’osservanza delle regole dell’ospitalità è fondamentale. Rispettare e tenere puliti gli spazi messi a disposizione sono comportamenti che hanno a che fare con il senso civico, ma anche espressione di filiale devozione a Maria. In questa direzione va l’allestimento del sistema di videosorveglianza che abbiamo voluto attivare nel corso dell’anno. So che a qualcuno può non piacere, ma non c’è altra via per salvaguardare il nostro Santuario dalle interferenze esterne. Inoltre per migliorare il servizio di accoglienza prevediamo altre iniziative, quali un presidio delle forze dell’ordine (che hanno già dato la propria disponibilità e questo fa loro onore) ed un pronto soccorso medico attivi nei periodi di maggiore affluenza.

Permettetemi ora di richiamare quello che per me è il problema più delicato: liberare Polsi dal suo stato di isolamento. Il Santuario è raggiungibile attraverso strade impervie e pericolose. Ogni anno qualche fedele ha subito qualche incidente. E credo che solo la protezione di Maria abbia impedito che sia stato mortale. Dei collegamenti telefonici e informatici non è il caso di parlare. Da più parti è stato osservato e scritto sui giornali che il territorio di Polsi è stato un territorio molto frequentato dalla ‘ndrangheta. Pochi hanno pensato che ciò fosse favorito proprio dall’impraticabilità del luogo. Una cosa mi sembra scontata: l’isolamento di un territorio favorisce le attività della criminalità. La storia insegna che laddove lo Stato non fa sentire la sua presenza attraverso interventi importanti, servizi ed opere di sviluppo del territorio, la mafia è sempre presente e comanda al suo posto.

Allora la prima urgenza (e su questo mi sembra di cogliere una convergenza tra le istituzioni, dopo la visita al santuario del ministro dell’interno, l’on. Marco Minniti) è liberare Polsi dal suo stato di isolamento. Dando priorità alla realizzazione di una nuova strada o alla sistemazione al meglio di quelle esistenti attraverso un intervento importante. Il Santuario si è sempre attivato con i propri mezzi, per limitare i disagi e rendere percorribili le strade esistenti. Ma oggi non bastano più i rattoppi annuali, con continui dispendi di risorse economiche. Occorrono interventi strutturali di una certa importanza. Credo (ma penso di non sbagliarmi) che il santuario di Polsi per la sua importanza e notorietà sia l’unico a non avere una strada di accesso veramente percorribile.

Personalmente sono convinto che liberare Polsi dal suo isolamento è un bene per tutti. Polsi è un Santuario molto noto, direi tristemente noto, presenta all’esterno l’immagine della Calabria. Perché essa non dev’essere l’immagine più bella e positiva? Come chiesa cerchiamo di fare la nostra parte. Ma ora lo Stato deve fare la sua, progettando una strada che sia degna dei tanti pellegrini che la percorrono. Sono molto in disagio di fronte alle lamentele di tanti cittadini, che mi domandano: “Si passa per Polsi?”. “Da quale parte si può andare?” e c’è chi attacca in modo più rude e diretto: “Ormai siamo stanchi di aspettare”.

Care Autorità presenti, non dovrei essere io a dovervi dire che dal Santuario passa

per tutta questa terra che troppo lamenta l’assenza delle istituzioni. Una strada per Polsi dal versante San Luca e dal versante Montalto lascerebbe passare un messaggio di fiducia nella vicinanza dello Stato a questo aspro monte.

Confido nella sensibilità di S.E. il Prefetto, del Governatore della Regione Calabra, l’on. Mario Oliverio, e di tutti gli amministratori presenti, del Presidente del Parco, del Commissario di San Luca, dei dirigenti di Calabria Verde, delle forze dell’ordine, ciascuno per la propria parte. Quando si è in tanti tutto risulta più difficile! Sentiamoci tutti interessati e passiamo dalle promesse ai fatti!

Oggi con la parabola dei talenti il Signore ci chiede conto sul modo in cui abbiamo trattato il grande talento del Santuario di Polsi e come ce ne siamo avvalsi. E’ l’occasione di un esame di coscienza anzitutto per me vescovo, che sono chiamato a continuare un servizio pastorale che altri vescovi prima di me hanno svolto in questa chiesa con tanta passione, competenza e spirito di servizio. Come Chiesa stiamo cercando di fare del nostro meglio per tenere lontana la ‘ndrangheta. Abbiamo scelto la via del dialogo con le istituzioni civili per perseguire questo obiettivo e non ci tiriamo indietro per quanto ci compete sul piano formativo. Ed in questo sento anche il bisogno di ringraziare i vescovi che mi hanno preceduto. L’impegno senza risparmio di mons. Ciliberti, l’azione pastorale di p. Giancarlo Bregantini, l’opera intensa di p. Giuseppe Fiorini Morosini nel denunciare la presenza invadente della mafia sono stati per me un segnale forte a continuare in questa direzione. Il loro impegno di promozione sociale e religiosa, ma anche di denuncia del fenomeno mafioso, è stato di grande spessore. Grazie alla loro azione pastorale questo santuario vive e continua a svolgere un ruolo molto significativo nel contesto della pietà popolare del Meridione d’Italia. Questo acquista ancora più valore se si tiene presente il difficile contesto in cui hanno operato. Il nostro è stato un territorio macchiato di sangue. Non si può dimenticare la situazione della Locride al tempo dei sequestri, delle faide. Da allora ad oggi tanto è cambiato, grazie anche all’azione delle forze dell’ordine che hanno pagato un grande tributo di sangue. Così come l’ha pagato la Chiesa.

Il mio pensiero va a don Giuseppe Giovinazzo vice-superiore del santuario di Polsi trucidato in un agguato di stampo mafioso l’1 giugno 1989. Lo abbiamo ricordato tre anni fa in occasione del 25 anniversario della morte. Ma è nostro dovere continuare a ricordarlo. Don Giuseppe Giovinazzo è stato assassinato sulla strada di Polsi non molto lontano da qui: era venuto al santuario per svolgervi il ministero sacro.

Ritengo che si debba dare in questo luogo maggiore visibilità alla sua testimonianza e al suo martirio. Con il rettore del santuario abbiamo pensato di allestire uno spazio della memoria con una lapide marmorea a suo ricordo. La titolazione a don Giovinazzo di questo anfiteatro e del largo antistante può essere un bel segno di riconoscenza. Con la memoria condivisa e la preghiera dobbiamo purificare questo luogo dal sangue versato e riparare i tanti misfatti compiuti da criminali senza scrupoli. E’ un nostro dovere morale. Il tributo di sangue pagato dalla nostra chiesa alla violenza assassina è stato molto alto. Quello di don Giovinazzo si aggiunge all’assassinio di don Gennaro Amato, parroco a Crochi di Caulonia (8 marzo 1945), di don Antonio Esposito, parroco di Ciminà (6 luglio 1966). Una testimonianza delle difficoltà in cui hanno operato i sacerdoti in questa terra. Essi hanno dovuto affrontare arretratezze culturali, calunnie e maldicenze, violenze e persecuzioni. A tutti loro dico: grazie!

Chi viene in questo Santuario chiede e riceve il perdono. Personalmente ancora una volta sento il bisogno di chiedere perdono al Signore per tutti coloro, che, con le loro azioni criminali, hanno profanato l’immagine ed i simboli religiosi del nostro Santuario. Chiedo perdono per i cristiani che si dicono devoti dell’immagine della Madonna di Polsi portandola con sé o conservandola nella propria casa, mentre il loro cuore è lontano da Dio. O mescolano la vergogna del crimine alla sacralità dell’immagine della Madre del Buon Pastore.

Ringrazio S.E. il Prefetto per aver voluto richiamare l’attenzione su questo tema in un convegno alla presenza del Ministro Minniti. E’ stato un evento che questa chiesa diocesana ha vissuto con grande coinvolgimento.

Sono certo che la Madonna di Polsi con il suo sguardo materno e benevole ha fatto desistere molti dai loro piani malvagi. Ed ha arginato il fenomeno mafioso. Ben vengano le iniziative che trasformano il frutto del crimine in opere di solidarietà (il mio pensiero va all’utilizzo dei beni confiscati per dare casa a chi non ce l’ha). Ben vengano le iniziative sociali e formative organizzate nel nostro Santuario nel corso degli anni. In passato non sono mancate interventi sociali in collaborazione con la diocesi e le parrocchie. In tempo di guerra il Santuario ha accolto profughi e rifugiati. Molto positivo è stato il Concorso per le scuole intitolato alla “Madonna della Montagna di Polsi” che quest’anno ha avuto la sua prima edizione. Un concorso pensato per avvicinare i giovani al Santuario e per fornire loro percorsi di formazione alla legalità, alla solidarietà e alla cura del creato.

Ed ora una brevissima riflessione sul Vangelo ascoltato. Con la parabola dei talenti, san Matteo ci consegna un messaggio di grande attualità. Il racconto tratta di un uomo che, prima di partire per un viaggio, convoca i servitori e affida loro il suo patrimonio. Al primo consegna cinque talenti, al secondo due, al terzo uno. Durante l’assenza, i tre servitori devono far fruttare questo patrimonio. Il primo e il secondo raddoppiano ciascuno il capitale ricevuto; il terzo, invece, per paura di perdere tutto, seppellisce il talento ricevuto. Al ritorno del padrone, i primi due ricevono la lode e la ricompensa, mentre il terzo, che restituisce integra il talento ricevuto, viene rimproverato e punito.

Il significato della parabola è chiaro. L’uomo rappresenta Gesù, i servitori possiamo essere noi e i talenti sono il patrimonio umano e spirituale affidato a ciascuno. In cosa consiste questo patrimonio? Certamente nel dono della vita, nelle qualità e doti personali, ma anche in tanti altri doni spirituali, quali la Parola, l’Eucaristia, la fede, il perdono. Beni spirituali sono anche i santuari. Bene spirituale è anche il nostro Santuario, che in quest’area isolata è richiamo di fede, di speranza e di perdono. Senza questo baluardo, cosa sarebbe stato di questo territorio? Senza l’abbondanza di grazia e dei doni spirituali in esso dispensati cosa sarebbe stato dei tanti devoti che hanno praticato questo luogo?

Facciamo nostra a mo’ di verifica questo interrogativo che traiamo dal vangelo: che fine hanno fatto i doni spirituali qui dispensati dalla Madonna della Montagna? Sicuramente hanno avuto esito diverso: alcuni sono stati sotterrati, ma altri hanno prodotto ove cinque per uno, ove il doppio. Non dimentichiamo che se il Signore ci consegna dei beni e ci ha affidato questo Santuario è per custodirli e farli fruttificare. Egli ci chiederà conto della loro amministrazione. Ai fedeli che dal loro pellegrinaggio a Polsi non hanno inteso trarre giovamento per la loro vita personale e per la crescita umana e spirituale della comunità, o a chi avrà profanato la simbologia religiosa di questo, il padrone al suo ritorno alla fine dei tempi pronuncerà severe parole di condanna: “sia gettato fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Il Vangelo ci fa pensare che il Santuario di Polsi è un talento inestimabile affidato alla nostra chiesa e a tutti i devoti della Madonna. Ci è stato consegnato non per lasciarlo morire o diventare “il santuario della ‘ndrangheta”, per usare un’espressione usata ed abusata dalla stampa. Questo Santuario ci è dato come un luogo dove accogliere i talenti del Signore per farli fruttificare. Esso stesso è un dono prezioso, uno spazio da vivere ed abitare: qui si possono condividere momenti di festa e di preghiera, che ti aiutano a recuperare la gioia e la bellezza dello stare insieme. Il perdono, che qui il Signore ci dispensa nel Sacramento della Riconciliazione, è un grande talento, un bene che ci dà pace e riconciliazione con i fratelli e col mondo intero. Non riduciamo il perdono ad un fatto intimistico, come fosse qualcosa che riguarda solo noi, lasciamo che sprigioni la sua forza di cambiamento, che faccia cadere i muri dell’egoismo eretti in noi, lasciamo che ci spinga a fare il primo passo, a riallacciare rapporti spezzati, a ricucire il dialogo infranto. Il dono dell’Eucaristia come incontro col Cristo, pane di vita, è l’altro grande talento, un farmaco di immortalità, un lievito di crescita che infonde una forza di trasformazione, capace di rinnovare i rapporti umani e sociali. Se lo lasciamo fruttificare in noi, se attraverso di esso viviamo l’unità in Cristo e con Cristo, diventiamo promotori di solidarietà, di giustizia e di pace. Al contrario se il dono dell’Eucaristia si sotterra e si lascia inaridire come fosse un semplice atto rituale, saremo “i servitori inutili” che non hanno fatto tesoro dei talenti che Dio aveva loro affidato.

O Madonna della montagna, Madre del Divin Pastore, prega per noi.

2 settembre 2017

Francesco OLIVA

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