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Pentecoste e la Giornata pro-Seminario

In occasione della Solennità di Pentecoste, come ogni anno, in tutte le parrocchie della Diocesi di Locri-Gerace, si celebrerà la Giornata pro-Seminario indetta dal Vescovo, S. E. monsignor Francesco Oliva.

La Comunità diocesana è chiamata a pregare per le vocazioni sacerdotali, nonché a sostenere il Seminario Vescovile “San Luigi” di Locri: luogo di incontro non solo per sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e seminaristi, ma per chiunque voglia (gruppi e associazioni laicali) anche per un istante, trovare ristoro e ospitalità.

In preparazione a tale giornata, l’équipe del Seminario Diocesano, in collaborazione con il Pontificio Seminario Teologico Regionale “S. Pio X” di Catanzaro, ha organizzato alcuni weekend, nelle tre vicarie, per far conoscere non soltanto il Seminario in quanto struttura, ma le persone che, insieme, formano e animano la comunità che vi opera al suo interno.

I weekend si sono svolti attraverso incontri-dialoghi con e tra i giovani; le giornate sono state concluse con la Celebrazione Eucaristica nelle Comunità accoglienti.

L’équipe del Seminario vescovile invita tutti i fedeli a “continuare a pregare per le vocazioni sacerdotali e religiose, affinché il Signore possa, ancora oggi, mandare operai nella sua messe. Con gioia nel cuore prepariamoci a vivere la rinnovata effusione dello Spirito il giorno di Pentecoste”.

La Veglia di Pentecoste, quest’anno sarà celebrata presso la Parrocchia “S. Nicola di Bari” in Marina di Gioiosa alle ore 20,00 di oggi 22 maggio 2021.

©2021 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Siderno: la chiesa di San Nicola riapre al culto Domenica 23 maggio 2021 la celebrazione per la dedicazione dell'altare e la benedizione dell'ambone presieduta da S.E. monsignor Francesco Oliva

Siderno: la chiesa di San Nicola riapre al culto

Domenica 23 maggio 2021 la celebrazione per la dedicazione dell’altare e la benedizione dell’ambone presieduta da S.E. monsignor Francesco Oliva

©2021 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

«Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono IL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 55ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 55ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

 

«Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono

Cari fratelli e sorelle,

l’invito a “venire e vedere”, che accompagna i primi emozionanti incontri di Gesù con i discepoli, è anche il metodo di ogni autentica comunicazione umana. Per poter raccontare la verità della vita che si fa storia (cfr Messaggio per la 54ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2020) è necessario uscire dalla comoda presunzione del “già saputo” e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto. «Apri con stupore gli occhi a ciò che vedrai, e lascia le tue mani riempirsi della freschezza della linfa, in modo che gli altri, quando ti leggeranno, toccheranno con mano il miracolo palpitante della vita», consigliava il Beato Manuel Lozano Garrido[1] ai suoi colleghi giornalisti. Desidero quindi dedicare il Messaggio, quest’anno, alla chiamata a “venire e vedere”, come suggerimento per ogni espressione comunicativa che voglia essere limpida e onesta: nella redazione di un giornale come nel mondo del web, nella predicazione ordinaria della Chiesa come nella comunicazione politica o sociale. “Vieni e vedi” è il modo con cui la fede cristiana si è comunicata, a partire da quei primi incontri sulle rive del fiume Giordano e del lago di Galilea.

Consumare le suole delle scarpe

Pensiamo al grande tema dell’informazione. Voci attente lamentano da tempo il rischio di un appiattimento in “giornali fotocopia” o in notiziari tv e radio e siti web sostanzialmente uguali, dove il genere dell’inchiesta e del reportage perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, “di palazzo”, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società. La crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più “consumare le suole delle scarpe”, senza incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni. Se non ci apriamo all’incontro, rimaniamo spettatori esterni, nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno la capacità di metterci davanti a una realtà aumentata nella quale ci sembra di essere immersi. Ogni strumento è utile e prezioso solo se ci spinge ad andare e vedere cose che altrimenti non sapremmo, se mette in rete conoscenze che altrimenti non circolerebbero, se permette incontri che altrimenti non avverrebbero.

Quei dettagli di cronaca nel Vangelo

Ai primi discepoli che vogliono conoscerlo, dopo il battesimo nel fiume Giordano, Gesù risponde: «Venite e vedrete» (Gv 1,39), invitandoli ad abitare la relazione con Lui. Oltre mezzo secolo dopo, quando Giovanni, molto anziano, redige il suo Vangelo, ricorda alcuni dettagli “di cronaca” che rivelano la sua presenza nel luogo e l’impatto che quell’esperienza ha avuto nella sua vita: «Era circa l’ora decima», annota, cioè le quattro del pomeriggio (cfr v. 39). Il giorno dopo – racconta ancora Giovanni – Filippo comunica a Natanaele l’incontro con il Messia. Il suo amico è scettico: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Filippo non cerca di convincerlo con ragionamenti: «Vieni e vedi», gli dice (cfr vv. 45-46). Natanaele va e vede, e da quel momento la sua vita cambia. La fede cristiana inizia così. E si comunica così: come una conoscenza diretta, nata dall’esperienza, non per sentito dire. «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito», dice la gente alla Samaritana, dopo che Gesù si era fermato nel loro villaggio (cfr Gv 4,39-42). Il “vieni e vedi” è il metodo più semplice per conoscere una realtà. È la verifica più onesta di ogni annuncio, perché per conoscere bisogna incontrare, permettere che colui che ho di fronte mi parli, lasciare che la sua testimonianza mi raggiunga.

Grazie al coraggio di tanti giornalisti

Anche il giornalismo, come racconto della realtà, richiede la capacità di andare laddove nessuno va: un muoversi e un desiderio di vedere. Una curiosità, un’apertura, una passione. Dobbiamo dire grazie al coraggio e all’impegno di tanti professionisti –  giornalisti, cineoperatori, montatori, registi che spesso lavorano correndo grandi rischi – se oggi conosciamo, ad esempio, la condizione difficile delle minoranze perseguitate in varie parti del mondo; se molti soprusi e ingiustizie contro i poveri e contro il creato sono stati denunciati; se tante guerre dimenticate sono state raccontate. Sarebbe una perdita non solo per l’informazione, ma per tutta la società e per la democrazia se queste voci venissero meno: un impoverimento per la nostra umanità.

Numerose realtà del pianeta, ancor più in questo tempo di pandemia, rivolgono al mondo della comunicazione l’invito a “venire e vedere”. C’è il rischio di raccontare la pandemia, e così ogni crisi, solo con gli occhi del mondo più ricco, di tenere una “doppia contabilità”. Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza. Ma anche nel mondo dei più fortunati il dramma sociale delle famiglie scivolate rapidamente nella povertà resta in gran parte nascosto: feriscono e non fanno troppa notizia le persone che, vincendo la vergogna, fanno la fila davanti ai centri Caritas per ricevere un pacco di viveri.

Opportunità e insidie nel web

La rete, con le sue innumerevoli espressioni social, può moltiplicare la capacità di racconto e di condivisione: tanti occhi in più aperti sul mondo, un flusso continuo di immagini e testimonianze. La tecnologia digitale ci dà la possibilità di una informazione di prima mano e tempestiva, a volte molto utile: pensiamo a certe emergenze in occasione delle quali le prime notizie e anche le prime comunicazioni di servizio alle popolazioni viaggiano proprio sul web. È uno strumento formidabile, che ci responsabilizza tutti come utenti e come fruitori. Potenzialmente tutti possiamo diventare testimoni di eventi che altrimenti sarebbero trascurati dai media tradizionali, dare un nostro contributo civile, far emergere più storie, anche positive. Grazie alla rete abbiamo la possibilità di raccontare ciò che vediamo, ciò che accade sotto i nostri occhi, di condividere testimonianze.

Ma sono diventati evidenti a tutti, ormai, anche i rischi di una comunicazione social priva di verifiche. Abbiamo appreso già da tempo come le notizie e persino le immagini siano facilmente manipolabili, per mille motivi, a volte anche solo per banale narcisismo. Tale consapevolezza critica spinge non a demonizzare lo strumento, ma a una maggiore capacità di discernimento e a un più maturo senso di responsabilità, sia quando si diffondono sia quando si ricevono contenuti. Tutti siamo responsabili della comunicazione che facciamo, delle informazioni che diamo, del controllo che insieme possiamo esercitare sulle notizie false, smascherandole. Tutti siamo chiamati a essere testimoni della verità: ad andare, vedere e condividere.

Nulla sostituisce il vedere di persona

Nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona. Alcune cose si possono imparare solo facendone esperienza. Non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti. La forte attrattiva di Gesù su chi lo incontrava dipendeva dalla verità della sua predicazione, ma l’efficacia di ciò che diceva era inscindibile dal suo sguardo, dai suoi atteggiamenti e persino dai suoi silenzi. I discepoli non solamente ascoltavano le sue parole, lo guardavano parlare. Infatti in Lui – il Logos incarnato – la Parola si è fatta Volto, il Dio invisibile si è lasciato vedere, sentire e toccare, come scrive lo stesso Giovanni (cfr 1 Gv 1,1-3). La parola è efficace solo se si “vede”, solo se ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo. Per questo motivo il “vieni e vedi” era ed è essenziale.

Pensiamo a quanta eloquenza vuota abbonda anche nel nostro tempo, in ogni ambito della vita pubblica, nel commercio come nella politica. «Sa parlare all’infinito e non dir nulla. Le sue ragioni sono due chicchi di frumento in due staia di pula. Si deve cercare tutto il giorno per trovarli e, quando si son trovati, non valgono la pena della ricerca».[2] Le sferzanti parole del drammaturgo inglese valgono anche per noi comunicatori cristiani. La buona novella del Vangelo si è diffusa nel mondo grazie a incontri da persona a persona, da cuore a cuore. Uomini e donne che hanno accettato lo stesso invito: “Vieni e vedi”, e sono rimaste colpite da un “di più” di umanità che traspariva nello sguardo, nella parola e nei gesti di persone che testimoniavano Gesù Cristo. Tutti gli strumenti sono importanti, e quel grande comunicatore che si chiamava Paolo di Tarso si sarebbe certamente servito della posta elettronica e dei messaggi social; ma furono la sua fede, la sua speranza e la sua carità a impressionare i contemporanei che lo sentirono predicare ed ebbero la fortuna di passare del tempo con lui, di vederlo durante un’assemblea o in un colloquio individuale. Verificavano, vedendolo in azione nei luoghi dove si trovava, quanto vero e fruttuoso per la vita fosse l’annuncio di salvezza di cui era per grazia di Dio portatore. E anche laddove questo collaboratore di Dio non poteva essere incontrato in persona, il suo modo di vivere in Cristo era testimoniato dai discepoli che inviava (cfr 1 Cor 4,17).

«Nelle nostre mani ci sono i libri, nei nostri occhi i fatti», affermava Sant’Agostino,[3] esortando a riscontrare nella realtà il verificarsi delle profezie presenti nelle Sacre Scritture. Così il Vangelo riaccade oggi, ogni qual volta riceviamo la testimonianza limpida di persone la cui vita è stata cambiata dall’incontro con Gesù. Da più di duemila anni è una catena di incontri a comunicare il fascino dell’avventura cristiana. La sfida che ci attende è dunque quella di comunicare incontrando le persone dove e come sono.

Signore, insegnaci a uscire dai noi stessi,
e a incamminarci alla ricerca della verità.
Insegnaci ad andare e vedere,
insegnaci ad ascoltare,
a non coltivare pregiudizi,
a non trarre conclusioni affrettate.
Insegnaci ad andare là dove nessuno vuole andare,
a prenderci il tempo per capire,
a porre attenzione all’essenziale,
a non farci distrarre dal superfluo,
a distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità.
Donaci la grazia di riconoscere le tue dimore nel mondo
e l’onestà di raccontare ciò che abbiamo visto.

Roma, San Giovanni in Laterano, 23 gennaio 2021, Vigilia della Memoria di San Francesco di Sales.


Franciscus

[1] Giornalista spagnolo, nato nel 1920 e morto nel 1971, beatificato nel 2010.

[2] W. Shakespeare, Il mercante di Venezia, Atto I, Scena I.

[3] Sermo 360/B, 20.

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Maria è la grande cooperatrice dello Spirito Santo Santuario N. S. dello Scoglio -11 Maggio 2021 - L'Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva

Santuario N. S. dello Scoglio

cofSanta Domenica di Placanica – 11 Maggio 2021

 

La Messa che celebriamo è quella di Maria nel cenacolo, la madre accanto agli apostoli in attesa dello Spirito Santo. Il Vangelo ci riporta nel cenacolo ove Gesù consegna ai suoi discepoli le sue ultime volontà. Rivela loro la necessità della venuta dello Spirito: “Se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito” (Gv 16, 5-11).  Il suo allontanarsi è semplicemente fisico, apparente, ma necessario: va al Padre, per far strada allo Spirito, nostro avvocato e difensore. “E’ necessario che io vada”: è un annuncio che riempie i discepoli di tristezza, mentre li rassicura affermando che non devono turbarsi, perché sarà sempre presente proprio attraverso lo Spirito. Questi diverrà loro compagno di viaggio. In questo contesto appare l’importanza della presenza di Maria, che prepara i discepoli ad accogliere lo Spirito. Lei grazie all’azione dello Spirito unitamente ai discepoli forma la prima comunità cristiana. Sa che senza lo Spirito non c’è chiesa, non è la comunità voluta da Gesù, non c’è comunione né pace. Senza lo Spirito ognuno va dove vuole e fa quel che vuole, il Vangelo diventa opinabile, si pensa di vivere senza Dio, che non è più necessario per tutti. L’amore viene scambiato per egoismo. Al posto della carità subentra la ricerca del proprio interesse. Lo Spirito invece guida il cammino dei discepoli, li aiuta a cogliere la presenza del Figlio nel mondo e ad amare come egli ha amato, mostra che senza Maria si disperdono, non comprendono il linguaggio della carità, non vanno avanti, si inceppano in un perbenismo sterile ed egoista. Lo Spirito rende Maria vicina ad ogni uomo. Lo Spirito rende possibile incontrare Maria: Egli trasforma la vicinanza di Maria in fuoco di carità. Lasciandoci condurre dallo Spirito sapremo cogliere la presenza di Dio nel mondo, gustare la bellezza del volto di quella donna tutta bella che Dio ha voluto per il suo Figlio. Senza lo Spirito, tutto è inganno, allucinazione, apparenza. Chiediamo a Gesù: mandaci il tuo Spirito, in modo che i nostri occhi si aprano alla verità, alla luce del bene, all’amore vero e totale, all’incontro con Maria. Donaci la consapevolezza che non siamo soli, che il Consolatore ci accompagna e ci rende portavoce di messaggi positivi, messaggeri di speranza, capaci di camminare sulla retta via.

Siamo in grado di dar ascolto alla voce dello Spirito in questa difficile ora di pandemia?

Andando al Padre, il Signore ha inaugurato il tempo dello Spirito, un tempo nuovo in cui possiamo riconoscerlo attraverso i segni e le vicende della vita. Un tempo in cui anche Maria con la sua presenza ci aiuta a superare la tentazione di pensare di essere abbandonati ad un destino di morte e di fallimento. Lo Spirito viene per insegnarci ad amare e riempirci di gioia. E’ lo Spirito che ci svela il volto della Madre, che ci fa gustare il dono della sua vicinanza, che ci allontana dalla tentazione del fare a meno di Dio, dal voler costruire la storia attraverso una tecnologia svincolata da ogni limite, dal considerarci artefici di tutto.

Lo Spirito ci guida nella conoscenza della verità e ci fa discernere la ricchezza di una Madre che ci sta vicina, ci aiuta a perseverare nell’amore del Figlio suo. Tutti abbiamo bisogno dello Spirito Santo. Lo Spirito fa in modo che riconosciamo il nostro peccato, che è la mancanza di fede e di carità, l’incredulità e l’allontanarsi da Dio. Ci fa riconoscere le nostre ingiustizie, che compiamo quando pensiamo di non avere su di noi lo sguardo di Dio. Quando seguiamo la logica del mondo, agiamo come se Dio non ci fosse o non ci vedesse. Il Paraclito ci manifesta ciò che è vero e buono, che vale la pena vivere nella carità, essere operatori di giustizia, il pagare di persona, il metterci la faccia nella ricerca del bene comune, lo scegliere da che parte stare, il superare la tentazione della mondanità.

Oggi ci tocca affermare che quel Gesù che è salito al Padre è più che mai presente nella nostra storia e nella nostra vita. E’ perciò un bene che sia tornato al Padre. E’ un bene per noi crescere nella fede, smettere di cercare Dio solo per coprire i nostri vuoti e risolvere i nostri piccoli grandi problemi.

Maria è la grande cooperatrice dello Spirito Santo, la donna delle periferie, che abita gli spazi ove vivono i rifiutati, gli scarti della società, i senza lavoro, i poveri. Maria abita dove l’umanità è in sofferenza, in difficoltà, nei deserti della società. E’ lì che porta gioia, speranza e la grazia dell’amore di Dio. Senza questa fede non comprenderemmo come possa aver potuto prediligere questo luogo, questa solitaria contrada di Santa Domenica.

Qui è venuta a ricordare alla nostra terra due importanti insegnamenti:

Il primo sull’essere discepoli del Signore. Lei, da sempre prescelta per essere la Madre, ha imparato a farsi discepola, ponendosi in devoto ascolto di Dio: all’annuncio dell’Angelo ha aperto il suo cuore per accogliere il mistero della maternità divina. Ha seguito Gesù, mettendosi in ascolto di ogni parola che usciva dalla sua bocca e conservando tutto nel suo cuore. Ma senza fermarsi all’ascolto. L’ascolto ha sempre bisogno di tradursi in azione. Maria l’ha fatto, vivendo il Vangelo insegnato dal Figlio: dagli umili servizi resi ad Elisabetta per aiutarla nella sua gravidanza, alla nascita del figlio nella povertà a Betlemme, a Cana con l’occhio attento ai due giovani sposi, sul Golgota ai piedi della croce di Gesù, nel cenacolo a far compagnia ai discepoli in attesa dello Spirito Santo.

Il secondo insegnamento sulla preghiera del Rosario. In ogni mistero del Rosario sentiamo Maria vicina a noi e la contempliamo come prima discepola di suo Figlio. Il Rosario è una profonda meditazione sui misteri della vita di Gesù. Una preghiera che “non ci allontana dalle preoccupazioni della vita; al contrario, ci chiede di incarnarci nella storia di tutti i giorni per saper cogliere i segni della presenza di Cristo in mezzo a noiScopriamo così la via che ci porta a seguire Cristo nel servizio ai fratelli” (papa Francesco). Il Rosario è la preghiera del discepolo che incontra Dio amando e servendo i fratelli.

Mi piace consegnare ai fedeli devoti di Nostra Signora dello Scoglio queste due indicazioni. Cari fratelli e sorelle che ormai per consolidata tradizione venite qui allo Scoglio, colgo la vostra immagine, nel discepolo che recita il santo Rosario con i piedi ben radicati in terra e lo sguardo rivolto al cielo. Questa mi sembra essere la vera consegna che la Madonna intende farci attraverso il servizio semplice ed umile di Fratel Cosimo. Prego il Signore perchè lo Scoglio sia sempre quel luogo dal quale si ritorna interiormente trasformati. Questo è possibile grazie a Maria ed allo Spirito che la rende presente qui allo Scoglio ed in ogni luogo ove c’è bisogno dell’amore di Dio.

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Don Costa: uomo toccato dall’amore di Dio Omelia nelle Esequie di don Pasquale Costa

VI Domenica di Pasqua

Omelia nelle Esequie di don Pasquale Costa

ph. agensir.it

In questa celebrazione pasquale ci uniscono sentimenti di riconoscenza e ringraziamento nei confronti di don Pasquale Costa, sacerdote che ha speso la sua vita a servizio di questa comunità di Grotteria. Nato a Grotteria 95 anni or sono, si è lasciato affascinare dal carisma di don Orione, seguendo gli studi presso il Collegio dell’Opera di don Orione a Reggio Calabria. Qui conobbe il Santo Fondatore dell’Opera, san Luigi Orione, un vero stratega della carità, un cuore “senza confini perché dilatato dalla carità di Cristo”. Don Orione era un sacerdote santo modello: per lui “solo la carità salverà il mondo“, ripeteva a tutti che “la perfetta letizia non può essere che nella perfetta dedizione di sé a Dio e agli uomini, a tutti gli uomini“.

Don Pasquale divenne sacerdote nel 1954, perdurando nella vita sacerdotale per ben 67 anni. Sento doverlo ringraziare anche a nome dei miei predecessori per il servizio reso alla Chiesa diocesana e in particolare alla comunità cristiana di Grotteria. Apostolo e parroco delle campagne, ha percorso in lungo ed in largo le frazioni di questo comune, vivendo con la gente e tra la gente. Ha insegnato religione cattolica nelle scuole statale, non mancando di dedicarsi agli studi ed alla ricerca storica. Servendo il Signore e la sua Chiesa con tutto sé stesso, con la sua umanità, il suo carattere, la sua intelligenza, le sue fragilità. E quando le sue forze sono diminuite è rimasto fedele alla sua vocazione, offrendo la sua sofferenza e le sue preghiere per il bene della chiesa. Credeva che tutto quello che chiediamo al Padre nel nome del Signore Gesù Egli ce lo concede.

Ho conosciuto don Pasquale solo negli ultimi anni della sua vita, quando ormai la debolezza fisica e gli acciacchi lo avevano reso molto debole. Quando l’anzianità avanzante l’aveva di fatto relegato in casa. Mai era solo: l’ho visto sempre in compagnia ed assistito dalla sorella suora e dai suoi affetti più cari. Ringrazio i suoi parenti, la sorella suora, la collaboratrice domestica e tutti coloro che si sono presi cura di lui. So che è grande per un sacerdote, specie nell’anzianità, il rischio di rimanere solo, dimenticato anche da quelli che da lui hanno ricevuto solo bene. Diciamo grazie al Signore per il dono del suo ministero sacerdotale, un ministero che ravviva la speranza dei “cieli nuovi e terra nuova” in questo tempo inquieto, preoccupato nella ricerca dei beni materiali che creano dipendenza senza procurare vera gioia.

In questa celebrazione del Risorto, nella VI domenica di Pasqua, la liturgia della Parola ci aiuta a comprendere il Mistero che si compie nella vita di un sacerdote. Nel contesto dell’ultima cena Gesù dice ai discepoli ed anche a tutti noi sacerdoti e fedeli: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. È un invito importante, essenziale, decisivo. Solo rimanendo in Lui, il sacerdote ed ogni discepolo vive e conserva la sua fecondità umana e spirituale. E porta molti frutti. Sono i frutti di una relazione profonda: la benevolenza, la generosità, l’altruismo, il perdono, la riconciliazione, la pace, la gioia. Tutti doni dello Spirito, frutti di una relazione che nasce dall’incontro con Gesù. Coloro che incontrano Gesù “sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento” (EG 1). Quando il mondo di oggi incorre in questi mali è pervaso da “una tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata”. In questa povertà spirituale, “la vita interiore si chiude nei propri interessi, non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene”. Come avverte papa Francesco nell’esortazione EG, anche noi credenti incorriamo “in questo rischio, certo e permanente” (n. 2). E gli stessi sacerdoti non ne sono esenti, nonostante il loro essere ancorati in Dio. Il sacerdote che ha sperimentato l’amore di Dio è chiamato a perseverare in esso, a rimanere nel suo amore, sperimentando la bellezza dell’essere suo amico: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. In queste parole ritroviamo la vera identità del sacerdote (Gv 15,15). Si potrebbe addirittura vedere in esse – come affermava papa Benedetto XVI – l’istituzione stessa del sacerdozio.

La vocazione sacerdotale è una relazione di amicizia che nasce dall’amore di Dio e si proietta sui fratelli. Come spiega san Giovanni nella seconda lettura, “Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”. Chi ama conosce Dio. È meraviglioso! Non basta allora aver studiato tutti i trattati di teologia, per conoscerlo, né basta essere maestri. Ecco il significato profondo dell’essere sacerdote: diventare amico di Gesù Cristo. Ecco il nucleo più profondo del sacerdozio. Non si può essere sacerdoti senza essere amici di Gesù e senza esserlo nella relazione tra sacerdoti. È un’amicizia che si alimenta nell’amore, non un’amicizia fatta di complicità o arroccata attorno a muri che dividono o escludono, un’amicizia selettiva, che accetta alcuni ed esclude altri. Questo non corrisponde all’amore del Signore. L’amicizia con Gesù è un’amicizia aperta, disponibile, che guarda al bene dell’altro, che si fa prossimità, condivisione di percorsi di vita e di servizio, che non solo non fa selezione né discrimina alcuno, ma sa scusare e perdonare l’offesa ricevuta. Il Signore ci chiede di essere degni della sua amicizia, fondata sul reciproco amore: “Questo vi comando: amatevi come io vi ho amati”. Né bisogna scoraggiarsi se appare un’amicizia fragile, perchè affidata alla nostra libertà, che spesso pecca di arbitrarietà, di ricerca di ciò che appare, di ciò ch’è facile e comodo, e spesso concretamente rifiuta la legge dell’amore e di sottomettersi alla legge della croce. Un’amicizia fragile che rifiuta la croce, nonostante sia richiesta da una scelta di amore. La croce del Signore rende liberi, perché manifesta il volto di un amore donato. Un amore che trasmette gioia, la stessa che Gesù regala ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua. La regala a tutti quelli che credono nella sua Parola e per mezzo del battesimo si uniscono a lui e alla comunità dei suoi discepoli: la Chiesa.

Il prete è un uomo toccato dall’amore di Dio e la sua vita è un mistero e un miracolo d’amore, partecipa e rivive il mistero di Gesù che offre la sua vita per tutti. Il suo nome e la sua missione sono iscritti nel cuore stesso di Dio: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Dietro la vita del sacerdote c’è sempre il mistero di una scelta gratuita radicata nella benevolenza di un Padre mosso solo dal suo amore: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”.

Il Sacerdote sa di essere stato scelto dal Signore, sa che Lui ha avuto una particolare predilezione e benevolenza nei suoi confronti. È un uomo che si è lasciato incontrare da Dio. In questo incontro ha consumato la sua vita: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”. Quali frutti è chiamato a portare il sacerdote nella sua vita? Sono quelli espressi attraverso una vita spesa per gli altri. Il primo frutto è la fedeltà alla volontà del Padre, è permanere nel suo amore.

C’è infine l’umanità del sacerdote, che non va sottovalutata. Nel brano degli Atti degli Apostoli, a Cornelio, centurione romano, convertito, che gli si inginocchia davanti, rialzandolo, Pietro dice: «Àlzati: anche io sono un uomo!». Il sacerdote è anch’egli un uomo con il suo bagaglio di umanità, che non spende per sé, ma mette al servizio dei fratelli: da vero uomo è capace di gioire con chi gioisce e di piangere con chi piange. Condivide la sorte di ogni fratello che incontra lungo il suo cammino. Ma può anche sporcarsi le mani, peccare, tradire la fiducia e mancare di fedeltà. Senza per questo perdere la sua dignità sacerdotale. Non per questo il Signore verrà meno alla sua fedeltà. Anzi ha la pazienza di attenderlo, di camminargli a fianco senza far pesare la sua vicinanza. Per questo, mentre chiedo ai sacerdoti di essere sempre vicini alla gente, nello stesso tempo chiedo ai fedeli di sostenere i sacerdoti con la preghiera, con l’amicizia e di essere loro vicini, perché siano sempre pastori con il cuore di Dio.

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. È questo un punto centrale del discorso di Gesù: il riferimento alla gioia di chi ha veramente incontrato il Signore e l’ha seguito. È la gioia del sacerdote. Il suo è un ministero che porta gioia, la gioia del Vangelo, la gioia di aver incontrato il Signore della vita e della pace.

In questa prospettiva don Pasquale ha vissuto la sua missione sacerdotale accogliendo in sé l’amore di Dio e restando fedele ad esso, prendendosi cura della Chiesa e della comunità, insegnando ad amare ed a seguire il Signore.

 

 

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