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Dove la povertà non esiste Pellegrinaggio in Terra Santa - Il Diario di don Fabrizio Cotardo - 6.

27.02.2019

Dove la povertà non esiste

Un viaggio, in questo caso un pellegrinaggio, comporta la scoperta di luoghi, monumenti, città, panorami.

Un viaggio, però, è anche incontro con altre culture, usi, costumi.

Un viaggio è, soprattutto, incontro tra persone.

In questi giorni mi sono immerso in una realtà dove “convivono” arabi, ebrei, cristiani. Una realtà fatta da palestinesi e israeliani.

Ho incontrato persone che con le loro “storie” mi hanno dato tanto.

In Palestina, nell’antica città templare di Akko (San Giovanni d’Acri), domenica abbiamo celebrato (in arabo) l’Eucaristia con la piccola comunità Cattolica superstite.

Una chiesa retta dai francescani (provenienti da ogni parte del mondo) e da un piccolo gruppo di suore (di cui una originaria dalla Basilicata). La bellissima chiesa, piccola rispetto “le glorie” del passato e dal forte “gusto” francescano, era riempita dai bambini. Molti i genitori (giovani) e le catechiste (giovani anch’esse) mi hanno regalato una “ventata d’aria fresca”. Una piccola chiesa, uno sparuto numero di cristiani rispetto alla popolazione, solo una sessantina di famiglie (prolifere, ringraziando il buon Dio) che continuano ad essere la speranza della Chiesa cristiana in questa realtà che ha dato, anche, la testimonianza di martiri.

Una chiesa antica (per la sua storia) ma giovane (per la composizione del presente).

Tra loro un’armonia semplice, bella, serena. Non c’era distinzione di “ruoli”. Una cosa mi ha colpito: non c’era il coro perché a cantare era l’intera comunità.

Si capisce, si intuisce subito che si va in chiesa veramente (e solamente) per celebrare l’Eucaristia.

Una comunità non esente da difficoltà. I frati e le suore continuano “a seminare” ma sono coscienti che crescendo, i ragazzi loro affidati, potranno essere “assorbiti” o dagli ebrei o dai musulmani.

La comunità cristiana, conscia del proprio ruolo, continua a seminare. Al buon Dio il far germogliare, crescere e fruttificare nel tempo opportuno.

Tutto questo in un clima tutt’altro che ricco.

Volutamente ho evitato il termine “povertà”.

Entrato in Giordania, a farci da guida ho trovato il simpaticissimo Alì.

Diretti verso Petra abbiamo sostato a Madaba. Da Petra siamo partiti alla volta del Mar Morto.

Abbiamo attraversato diversi villaggi. La povertà era evidente.

Macchine vecchissime.

Strade impolverate.

Negozi che vendono oggetti che a causa della “polvere desertica” appaiono già vecchi, usati.

Ma anche nella loro foggia sono vecchi rispetto ai nostri standard.

Case (eufemismo questo) con a fianco tende e/o baracche.

Bambini che camminano a piedi per andare e/o tornare da scuola.

La nostra guida, Alì, presentandoci l’attuale situazione sociale, politica e culturale, ha precisato: “ci sono i ricchi (pochissimi), poi ci sono quelli che hanno di meno (la maggioranza) ma non c’è la povertà, la miseria, poiché tutti hanno il necessario per vivere”.

Di fronte a ciò che i miei occhi hanno visto, appariva non veritiera l’affermazione di Alì.

L’ho compresa nel sito di Petra in una zona totalmente desertica, grazie alla popolazione beduina.

I beduini che ho visto nel sito archeologico di Petra sembrano “personaggi” usciti da un qualsiasi libro di fiabe.

Con i loro lunghi cappotti che sfiorano il terreno, i loro occhi neri, profondi, evidenziati da un contorno nero di “trucco”, con la loro pelle ambrata, scurita dal sole sono disponibilissimi.

Pronti a venderti milioni di monili in argento beduino, confezionato dalle loro donne, o ad accompagnarti in meravigliose visite al sito con i loro asini (sfiniti) e/o i loro cammelli, non disdegnano il farsi fotografare.

Vivono nel sito in tende o nelle stesse “grotte”.

Si confondono, si mimetizzano nell’ambiente circostante, in mezzo alla polvere (sabbia) che è la vera “padrona” di questi posti.

Mi ha colpito l’immagine di un bambino che avrà avuto quattro o cinque anni.

Indossava una tuta verde scuro (questo si capiva dai pochi spazi non coperti dalla polvere giallastra).

Era scalzo.

Come un cerbiatto, carico di un secchio più grande di lui, saltava in mezzo alle pietre del sito archeologico.

Deciso si è diretto verso la sabbia mentre la mamma, infagottata in abiti dalla chiara foggia arabeggiante, lo lasciava libero.

Si è tuffato nella sabbia e, felice, si è messo a giocare.

Con un secchio e la terra.

Aveva ragione Alì.

Qui la povertà non esiste.

Se si ha la gioia e il minimo necessario per vivere, si ha tutto.

Anzi, chi è felice di ciò che è, non desidera null’altro.

Chi non desidera nulla è veramente ricco.

Qui, il vero “povero” sono io.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Nazareth: a casa di Maria Pellegrinaggio in Terra Santa - Il Diario di don Fabrizio Cotardo - 5.

24.02.2019

A casa di Maria

«Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret» (Lc 1,26).

Entrando nella città di Nazareth nel cuore riecheggiava questo versetto, mentre in coro scandivamo le parole dell’Angelus con una necessaria precisazione: “L’Angelo del Signore QUI portò l’annuncio a Maria” e quel “QUI”, più volte ripetuto mi ha ricordato che “QUI” tutto ha avuto inizio.

“QUI” è il luogo pensato da Dio fin dall’eternitá.

“QUI” l’Angelo viene inviato.

“QUI” lo Spirito discende.

“QUI” il Figlio si incarna.

“QUI” la Vergine Maria abita e “QUI” dona la sua disponibilità diventando la “serva del Signore”.

“QUI” inizia la storia della salvezza.

Ed io, oggi, sono “QUI” partecipe di questa grande storia e con animo grato gusto le meraviglie compiute da Dio.

Da lontano brilla la grande lucerna posta sulla cupola della basilica, ricordandomi che Maria è la stella mattutina, la stella che mi conduce al porto sicuro, Gesù.

Ieri sera, senza perdere tempo, come colui che non riesce a trattenere il cuore innamorato della Madre e da Lei si sente attratto, ho voluto prendere parte al Rosario e alla breve processione. Sulle ultime parole della Salva Regine “O Clemente, o Pia, o dolce Vergine…” sono entrato in basilica, sono entrato nella casa della Madre, nella “casa” in cui Gesù ha vissuto con Lei e Giuseppe.

Ma come sempre, il Signore che non delude mai, donando sempre largamente, mi ha voluto concedere un ulteriore regalo: al termine del santo Rosario mi è stato concesso (cosa che per vari motivi non è possibile a tutti) di entrare proprio nella Santa Casa, passando dal retro (il piano alto, adiacente la strada. Dove c’era la cucina, mi è stato detto) e scendendo gli stessi gradini calcati dai piedi santissimi della Santa Famiglia, mi sono ritrovato nel luogo dove è avvenuta l’Annunciazione.

“Verbum caro hic factum est”.

Una semplice scritta con una croce scolpita sul pavimento, ricorda che “QUI” il Verbo si è fatto carne.

Sono stato a casa della Madonna.

Sono stato nella casa di Gesù.

Sono stato nella casa dove tutta la Trinità, attonita, ha atteso quel “fiat”, quella totale disponibilità di Maria.

Non ho chiesto nulla.

Mi sono prostrato e ho baciato il pavimento.

Ho baciato gli stipiti delle porte.

L’emozione mi ha spinto a baciare anche quelle beate mura, tabernacolo vero che hanno contenuto il Dio umanato.

Non ho chiesto nulla.

Ho solo ringraziato, rinnovando il mio “fiat” con maggiore consapevolezza, con una gioia più grande.

La mia profonda commozione ha detto tutto quanto avevo nel cuore ed ho la certezza che Maria, accogliendomi nella Sua casa, non solo mi ha pazientemente ascoltato ma con prontezza materna, mi ha anche esaudito.

Sono “QUI” a casa di Maria di Nazareth.

Sono “QUI” nello stesso “QUI” di Dio.

Con una certezza: andrò via ma il mio cuore, per sempre, ormai è “QUI”.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Presso il lago di Tiberiade Pellegrinaggio in Terra Santa - Il Diario di don Fabrizio Cotardo - 4.

di don Fabrizio Cotardo

23.02.2019

 

Presso il lago di Tiberiade

«Quel mattino in riva al lago

quante cose ho pensato

ogni cosa non ha senso

non so fare il mio mestiere.

Mi sentivo inutile, ma che ci sto a fare,

sei passato per caso e mi hai detto così: Vieni con me, ti darò da fare…».

Queste sono le parole di un canto vocazionale della mia fanciullezza.

Queste sono le parole di un canto vocazionale che raccontano la chiamata dei primi discepoli (Lc 5,1-11).

Queste sono le parole di un canto vocazionale che mi scuote nell’intimo perché mi aiuta a raccontare la mia vocazione.

Oggi siamo stati sul lago di Tiberiade.

Qui il Signore ha chiamato i primi discepoli.

Qui, Risorto, ha conferito il primato a Pietro.

Qui Gesù ha calmato la tempesta.

Mi sono seduto solo, in disparte, sulla riva del lago e ho pianto (e non mi sono vergognato).

Mi sono seduto sul lago e cantando queste parole mi sono profondamente commosso.

Ho pensato a Gesù che passava su quella riva e chiamava i discepoli che, delusi, raccoglievano le reti.

Ho pensato a Gesù quando è passato sulla “riva” della mia vita e mentre, deluso, raccoglievo le “reti” vuote del mio iperattivismo mi ha chiesto di seguirlo.

Ho pensato a Pietro che non capendo fino in fondo la richiesta di Gesù di ributtare le reti in mare, si fida, butta le reti sulla Sua Parola.

Ho pensato a me che ad un certo punto ho dovuto “ributtare in mare le mie reti”, fidandomi di Lui, non delle mie forze, nemmeno delle mie capacità. Anche quando non capivo.

Ho pensato a Pietro che intuisce che Lui è il Signore, si prostra di fronte a Lui e riconosce la propria indegnità.

Ho pensato a me che ogni giorno riscopro la Sua grandezza che sa trarre cose buone dal mio essere sacerdote nonostante i miei limiti, nonostante la mia umanità, le mie infedeltà.

“QUESTA mattina in riva al lago

quante cose ho pensato …” ogni cosa ha acquistato senso.

Qui ho legato il mio cuore perché racconta la storia della Vocazione, della sequela, anche della mia.

È stato un “ritornare” sul posto dove, per la prima volta, ci si è innamorati. E dopo 13 anni ho scoperto che il mio amore è ancora forte, vibrante, appassionato pronto, ancora, a “gettare le reti sulla Sua Parola”.

Abbiamo visitato Tabgha, il luogo dove Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci ed ho chiesto di moltiplicare la fede in ciascuno di noi.

Siamo stati a Cafarnao nella sinagoga dove Gesù ha insegnato, guarito.

Siamo stati a Cafarnao e sulla casa di Pietro abbiamo celebrato l’Eucaristia. In essa ho rinnovato il mio “Sí” per il Signore, per la Chiesa.

Siamo stati sul Monte delle Beatitudini e oggi mi sono sentito beato per il semplice fatto di essere qui e per il grande dono che Dio mi ha concesso: sono Sacerdote e ne sono felice.

Oggi mi sono sentito “beato” perché Lui, il Signore, me lo ha concesso.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Tra le rovine del Tempio di Gerusalemme: Qui “respiri”! Pellegrinaggio in Terra Santa - Il Diario di don Fabrizio Cotardo - 3.

di don Fabrizio Cotardo

 

22.02.2019

Ho avuto la gioia di recarmi sul posto dove restano le rovine del Tempio di Gerusalemme.

Sono rimasto stordito nel vedere gli ebrei, fratelli maggiori, pregare presso il “muro del pianto”. Ho pensato a tutte le volte che Gesù ha sostato nel Tempio.

Ho immaginato le scene, la vita che popolava quel luogo, i fatti che hanno spinto Gesù a darci degli insegnamenti.

Ho poggiato la mia testa sul “muro del pianto”, ho pregato per quanti mi si sono affidati, per quanti porto nel cuore, per quanti pregano per me. E lì ho respirato secoli di storia, secoli di preghiere, secoli di vicende.

Ho ripercorso tutta la via dolorosa pregando la via crucis.

Ho sostato al “litostrato” ed ho provato a pensare che cosa Gesù provava nel cuore in quei momenti. Ho “visto”, con gli occhi della fede, Gesù che carico della Croce percorre la stessa via (proprio quella) che io oggi ho percorso. “L’ho visto” passare tra la folla rumorosa, tra la gente che popola il mercato, con gli stessi odori di allora, aria speziata che si mischia al meraviglioso profumo del nardo e degli incensi, insieme agli odori di un’umanità che ancora oggi manifesta le sue “povertà” (non solo materiali).

Sono giunto al Calvario e il cuore è impazzito così come, ho pensato, il cuore di quanti amano Gesù.

Ad accogliermi la pietra dell’unzione, la pietra su cui è stato posto il corpo di Gesù per ungerlo con gli oli profumati. Una marea di gente vi si prostra sopra, la bacia, vi versa bottigliette di nardo, vi strofina fazzoletti: un profumo intenso ti invade.

Sembra, mi piace pensare, che la preghiera si materializzi, diventa profumo, tutto invade, tutto impregna, tutti accomuna.

Poi si tocca la pietra del Calvario, il luogo su cui è stata issata la croce. Ricordare che quel posto è impregnato del sangue del Redentore ti fa pensare di essere all’interno di un unico, grande reliquiario che ha il dovere di ricordarti che tutto è vero.

Gesù è vero.

La sua passione è vera.

La sua morte è vera.

La sua risurrezione è vera.

Ma più di ogni altra cosa, il suo amore è vero. Immenso, reale, attuale.

E qui vieni assalito da una tempesta di sentimenti.

Tanti.

Belli.

Altri luoghi mi hanno restituito alcuni episodi del Vangelo ma due mi hanno regalato emozioni altrettanto forti.

La chiesa di San Pietro “in galli cantu” dove, secondo la tradizione è avvenuto il rinnegamento di Pietro e dove si trova la cella, una fossa, in cui Gesù è stato incarcerato.

Qui Gesù, ingiustamente condannato, ha sperimentato l’abbandono e la solitudine. Un’angoscia profonda ti assale, se pensi a ciò che qui Gesù ha subito, a ciò che qui Gesù ha potuto pensare. Si avverte un forte senso di prostrazione interiore: una fossa profonda in cui si veniva calati, con un piccolo lucernario posto in alto, in cui venivano ammassati i carcerati.

Ma, al contempo, una pace immensa ti invade l’anima al cenacolo.

Sono salito in quella che era la “stanza posta al piano alto” dove Gesù aveva chiesto che venisse preparata “la cena”.

Sono salito in quella che era la “stanza posta al piano alto” dove Gesù ci ha regalato i sacramenti del Sacerdozio, dell’Eucaristia, del perdono.

Qui, in questo posto è avvenuta la Pentecoste, qui è apparso il Risorto.

Qui Gesù Risorto, apparendo si dodici, ha alitato su di loro facendogli dono della pace, del Suo Spirito.

Mi sono prostrato e ho baciato il pavimento.

Accanto vi abbiamo celebrato l’Eucaristia.

Qui è nata l’Eucaristia. Ed io qui ho celebrato.

Qui è nato il Sacerdozio. Ed io qui, esercitandolo, ne ho gustato la bellezza.

Qui è nata la Chiesa il giorno di Pentecoste ed io qui, ho celebrato con il Vescovo, successore degli Apostoli, nel giorno in cui si ricorda la “Cattedra di Pietro”.

Qui Gesù ha istituito il sacramento del perdono e nell’Eucaristia oggi celebrata, oggi più che mai, mi sono sentito perdonato, amato, redento.

Sono stato a Gerusalemme anche oggi.

Qui si perde la cognizione temporale non ti ricordi la data, non guardi l’orologio.

Qui il tempo si dilata, si annulla.

Si entra nel “tempo di Dio” anche perché si calcano gli “spazi” di Dio.

Qui è sempre Pasqua e, nonostante qualche goccia di pioggia, gli alberi fioriti, l’inizio di una timida primavera ci ricorda che questa città, questi luoghi sono gravidi di Vita, di Risurrezione.

Calcare le orme di Gesù è un’emozione indescrivibile.

Credo che ancora più bello sarebbe fare ciò che Lui ha fatto.

Qui ne avverti la presenza.

Ogni volto lo guardi, lo scruti e pensi che da un momento all’altro Lui possa svoltare l’angolo con il gruppo dei dodici, festosi, chiassosi.

Qui ti rendi conto che ciò che ha detto è ancora vivo.

Qui “respiri”, senti che Lui è vivo.

Qui hai la certezza che Lui è risorto.

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Nella grotta dei pastori per celebrare l’emozione Pellegrinaggio in Terra Santa - Il Diario di don Fabrizio Cotardo - 2.

di don Fabrizio Cotardo

21.02.2019

Il mattino si è aperto con la visita alla grotta dei pastori. La tradizione ci racconta che questo è il luogo in cui gli angeli hanno annunciato, ai pastori, la nascita di Gesù.

Questo è il luogo in cui gli Angeli hanno raggiunto la terra.

Questo è il luogo in cui per la prima volta gli angeli hanno cantato: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”.

E qui lo abbiamo cantato anche noi con una preghiera che si fa certezza: chiesa celeste (Angeli) e chiesa peregrinante (uomini), in questo stesso luogo, cantano la gloria di Dio, parlano lo stesso linguaggio, si scoprono amanti e amati da Dio.

Siamo entrati nella grotta della natività passando per la “piccolissima porta dell’umiltà” dove occorre inchinarsi per entrare in Basilica.

Ma non basta inchinarsi.

In questo luogo è giusto prostrarsi e noi ci siamo prostrati, con la faccia a terra, per baciare e venerare il luogo esatto in cui l’Emmanuele “si è prostrato assumendo la condizione di servo”.

Qui abbiamo celebrato e l’emozione è divenuta davvero forte.

Abbiamo celebrato con la messa di Natale perché qui è sempre Natale.

Nella nostra vita dovrebbe essere sempre Natale per ricordarci l’ammirabile scambio: “Dio si fa uomo perché l’uomo si faccia Dio”.

Ho faticato a trattenere le lacrime nel momento in cui leggendo il Vangelo di Luca un font diverso di scrittura, evidenziava che QUI, in questo luogo il “bambino è stato posto nella mangiatoia”.

Ho avuto il cuore in gola mentre celebravo l’Eucaristia, mentre consacravo il pane e il vino e mi rendevo conto che nella stanza affianco, la Vergine Madre aveva avvolto in fasce il piccolo Gesù Bambino. Emozione indescrivibile.

Io consacravo il “Pane di vita” e nello stesso luogo Maria aveva dato la vita al “Pane vivo disceso dal cielo”.

Nel pomeriggio, al Getsemani, tra gli ulivi secolari, abbiamo “meditato” la sofferenza del Cristo condannato, arrestato e crocefisso visitando i luoghi della “notte iniquitatis”.

Qui si è conclusa una giornata densa di preghiera, di emozioni.

In questi luoghi ho cercato Dio.

E l’ho trovato.

Perché in questi luoghi, da sempre, Dio ha pensato a me.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.