Archivi categoria: Sinodo

Nei santi segni della liturgia la presenza del Risorto Incontro a Locri con l'arcivescovo di Bari-Bitonto, monsignor Francesco Cacucci

Locri, mercoledì 17 ottobre ore 18,30, presso il Centro Pastorale Diocesano

Incontro con l’arcivescovo di Bari-Bitonto, monsignor Francesco Cacucci

.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Accogliere ogni novità come dono di Dio Lettera del Vescovo di Locri-Gerace

Locri 30 settembre 2018

XXVI Domenica del tempo ordinario

 

 

bty

Carissimi fratelli e sorelle, Carissimi Sacerdoti,

Siamo Chiesa popolo in cammino, soggetto alle vicende del tempo e della storia e talvolta esposti alle intemperie di un’umanità debole, anche se redenta da Cristo. Per sua benevolenza per il dono del battesimo siamo chiamati ad essere corresponsabili nella missione evangelica. Tutti, Vescovo, presbiteri e popolo di Dio siamo per vivere nella fedeltà al disegno di Dio. In un cammino di fede che ci chiede di fare la sua volontà: “Ecco, io vengo, o Padre, per fare la tua volontà”. La volontà di Dio si esprime nel seguire Colui che Egli ha mandato, il suo Figlio Gesù ed il suo Vangelo. La stessa volontà si esprime sia nelle decisioni del Vescovo che nella disponibilità dei sacerdoti ad essere missionari, cioè mandati a servire il Signore laddove Egli vuole. Nient’altro conta di più di questo: vivere il Vangelo nella carità, accogliendo quanto il Signore ci chiede in questa particolare ora ed in questa terra.

Sulla linea del rinnovamento pastorale già avviato anche quest’anno molte nostre comunità parrocchiali avvertiranno la novità del cambiamento attraverso gli avvicendamenti dei parroci e la riorganizzazione di alcuni Uffici diocesani. Ci tengo a precisare che ogni “nomina” non avviene nell’ottica della “progressione in carriera” e neanche come un provvedimento disciplinare. Né va accolta come un peso o come un premio, ma come un dono ed una missione. Se un sacerdote vive il nuovo ministero come un peso, tutto gli diventerà difficile, finisce col chiudersi in se stesso, venendo meno alla missione ricevuta. Se lo accoglie come una promozione lo svolgerà da carrierista o da funzionario, sognando altre mete più appetibili, magari servendosi del gregge. Ma in questo modo tradisce la sua vocazione missionaria. Se invece la nomina è accolta come dono di Dio, allora ci si mette subito al servizio della nuova comunità con entusiasmo; la si vivrà come occasione di rinnovamento interiore, come un nuovo stimolo a mettersi in discussione, per offrire il meglio di sé a servizio della Chiesa e della sua missione. Accogliere il nuovo incarico come dono stimola la responsabilità personale, riconoscendo nel discernimento del Vescovo, difficile e faticoso, ma doveroso e credibile, la chiamata del Signore.

L’affidamento di un incarico nasce da questa opera di discernimento che il Vescovo fa davanti al Signore per il bene della comunità. Non è un semplice rimediare ad emergenze pastorali o rispondere a richieste personali cedendo ad eventuali “interferenze esterne”, ma obbedire alle esigenze ed ai bisogni di una Chiesa veramente missionaria. Sono in tanti ad osservare che dopo molti anni nella stessa parrocchia, sia una Comunità parrocchiale sia il Parroco, nel suo ministero di guida, sono esposti al rischio sia di adagiarsi in comportamenti e prassi sclerotizzate, che vanno avanti nello stile del ‘come s’è sempre fatto’. Il cambiamento giova alla Comunità ed allo stesso Sacerdote. La Chiesa saggiamente pone un limite di durata – non solo al ministero del vescovo – ma anche a quello del parroco, proprio per favorire tale rinnovamento.

Come sacerdoti sappiamo che ciò che veramente conta nel ministero pastorale non è tanto quello che si fa e dove lo si fa, ma quello che si è, rendendosi “strumenti di Cristo, bocca per la quale parla Cristo, mano attraverso la quale Cristo agisce” (Benedetto XVI). Nessun sacerdote è perfetto e ogni comunità parrocchiale e fedeli devono accoglierlo con fede, accettandolo come inviato di Dio in spirito di collaborazione. Pregare con il prete, condividerne la missione, in atteggiamento di rispetto verso le sue proposte pastorali, camminare con la chiesa seguendo le indicazioni diocesane è quanto una comunità cristiana ben formata sa vivere. E’ umano che ci si affezioni al proprio parroco, ma ciò non può portare ad arroccarsi in atteggiamenti possessivi e di chiusura ad ogni possibilità di cambiamento. La comunità parrocchiale non è un’isola autosufficiente, che deve difendere propri privilegi e tradizioni, ma una comunità che crede, spera ed ama, in piena comunione con le altre, con la diocesi ed il vescovo. I sacerdoti sono missionari che vivono il ministero in comunione con il vescovo e con il presbiterio. “Nessun presbitero è in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto”, ricorda il Concilio Vaticano II (PO 8). “Nessun presbitero” può vivere il ministero in modo autoreferenziale e individualistico.

Nei presbiteri cui ho chiesto di offrire il servizio in altre comunità parrocchiali, ho trovato grande libertà interiore e disponibilità al cambiamento. E anche se in qualche raro caso, ho riscontrato qualche resistenza, alla fine ha prevalso il dialogo ed il senso di responsabilità. Dispiace però che su decisioni così delicate quali un trasferimento di parroco alcuni laici (e qualche sacerdote) si sono lasciati andare al mormorio e a pettegolezzi tanto dannosi per la Chiesa, perché minano la comunione ecclesiale. L’obbedienza “offerta e sofferta” (don Primo Mazzolari) aiuta a superare ogni chiusura.

Chiedo a tutti, sacerdoti e fedeli, di lasciarsi guidare dallo Spirito del Signore e di accogliere ogni novità come dono di Dio per il bene comune e per la propria santificazione.

Il Signore vi benedica e vi accompagni, non dimenticando di pregare anche per me.

Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Le sfide per il nuovo anno pastorale Il saluto di chiusura dell'Assemblea Diocesana

ph. Albano Angilletta

Questa assemblea diocesana, con la presenza di tanti giovani, più che a conclusione si pone all’inizio di un nuovo anno pastorale. Abbiamo ricevuto tanti spunti di riflessione dalle relazioni del prof. Matteo, che ci hanno offerto delle coordinate di lettura culturale del nostro tempo, invitandoci a rimodulare le nostre scelte pastorali. I risultati dei laboratori ci aiuteranno in questo cammino.

Solo a modo di prima condivisione consegno qualche considerazione indicativa di un percorso da continuare:

  1. Il prof Matteo più che soffermarsi sui giovani, ha parlato della crisi del mondo degli adulti e delle trasformazioni del modo di pensare e del mutamento lessicale prodottosi in relazione all’approccio con la fede. La pastorale giovanile chiama in causa tutta la pastorale: v’è una concentrazione dell’impegno formativo sui ragazzi meno su quello degli adulti. E’ oggi imprescindibile la formazione degli adulti: solo recuperando il senso cristiano delle vita e la bellezza della fede, gli adulti (e le famiglie) possono tornare ad essere grembo generativo. Il cammino di maturazione della persona porta ad essere adulti superando la fase giovanile. E’ necessario, secondo il prof. Matteo, il recupero dell’ “adultità”. Senza gli adulti non c’è generazione alla fede..
  2. Guardando alla nostra realtà, siamo in un tempo in cui non ci possiamo più accontentare della sola amministrazione dei Sacramenti accompagnati e di un po’ di preparazione ad essi. La nostra azione pastorale non può restare sbilanciata sul versante della sacramentalità. Né ci può tranquillizzare il “successo” delle feste popolari ed il consenso che possono avere nel sentire della gente! Va recuperata la dimensione evangelica della nostra tradizione religiosa. Più festa meno feste. Chiamati ad essere una “chiesa inquieta”, non possiamo adagiarci su noi stessi e sulle nostre consolidate pratiche.
  3. Ogni nostro percorso pastorale avviene in linea di continuità: da quello della Carità, ancorando ad essa gli stessi Sacramenti e la liturgia con opere-segno (I biennio) a quello della Famiglia (II biennio). Il percorso biennale che ci attende intende mettere al centro la Sacra Scrittura, favorendo la familiarità con essa ed avviando un percorso di discernimento vocazionale attraverso l’ascolto della Parola. Il nostro impegno educativo e pastorale è aiutare le giovani generazioni nella scoperta, l’accoglienza e la presa in carico della loro vocazione, che coincide con la loro missione nel mondo e nella Chiesa.
  4. Di questo percorso parleremo quando consegneremo la Lettera Pastorale ”Non passare oltre, senza fermarti” nel mese di ottobre (11 ottobre?).
  5. Prepariamoci a vivere e ad accogliere le sollecitazioni che verranno dal Sinodo dei vescovi, riconoscendo sin d’ora che lo stile della Chiesa è lo stile sinodale.
  6. Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

 

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

 A quale pastorale giovanile è possibile oggi dare vita? Il decalogo proposto da don Armando Matteo nel corso dell'Assemblea Diocesana di Locri-Gerace

 

(ph. di Albano Angilletta)

don Armando Matteo

Pastorale giovanile vocazionale. Una prima mappa

Provando a fare ora una breve sintesi di quanto esposto ieri, si tratta di prendere onestamente atto che il nostro lavoro pastorale non trova più una sponda generosa all’interno delle dinamiche familiari. Noi adulti siamo sempre di meno adulti e sempre di meno adulti credenti. Nelle famiglie si prega di meno, si legge di meno il Vangelo, si parla di meno dei grandi temi della vita, ci si comporta sempre di meno da adulti. Lo scarso o nullo interesse dei giovani verso la realtà ecclesiale e della fede è dovuto proprio alla mancata consegna di un reale interesse verso queste realtà da parte dei loro genitori e dei loro adulti di riferimento.

Non possiamo più svolgere la nostra azione con i giovani senza tenere conto di questo contesto culturale in cui gli adulti rinnegano la loro specifica vocazione alla generatività e alla responsabilità. E dunque alla testimonianza di fede in carne e ossa.

Per questo ritengo molto felice l’idea di dare vita a ciò che si chiama “pastorale giovanile vocazionale”. Di essa vi propongo ora una prima mappa quale contributo per una discussione ed un lavoro che sono tutti davanti a noi.

 1) Spendi il massimo delle tue energie per convertire gli adulti al loro compito educativo.

Senza gli adulti non c’è generazione alla fede. Senza adulti non vengono al mondo altri adulti. La trasmissione della fede e la generatività intergenerazionale sono la loro vocazione specifica. Questo è il dinamismo fisiologico. Qui si deve prioritariamente realizzare il principio fondamentale della nuova pastorale giovanile vocazionale, secondo il quale è l’intera comunità che si fa carico e si prende cura dei giovani.

 2) Insegna a tutti ad onorare la vocazione all’adultità propria di ogni essere umano.

Tutti siamo chiamati a diventare adulti. Quella dell’adultità – ovvero la risposta alla domanda “per chi sono io?” (P. Sequeri) – è la forma zero di ogni altra vocazione ed è la premessa di un vero e pieno compimento di sé.

 3) Riscopri la centralità del terzo comandamento.

Che cosa intendiamo lasciare come eredità dell’intero percorso dell’iniziazione cristiana ai nostri ragazzi e ai nostri adolescenti? Questo è il nodo critico da affrontare oggi: la vita cristiana si nutre la domenica e di domenica. Si nutre dell’incontro eucaristico con il Signore Gesù, dell’incontro con la comunità, con i propri famigliari e amici ed infine con se stessi. Per questo è opportuno tener desto il carattere “festivo” dei giorni festivi.

 4) Insegna a pregare. Sempre.

Senza preghiera non c’è fede.

 5) Credi di più nella Bibbia.

La Bibbia sia come l’anima del catechismo. Il cristiano è in verità colui che guarda il mondo come Gesù: da qui la necessità di sviluppare una decisa familiarità con la Scrittura come obiettivo minino del credente futuro possibile. Questa è la risposta alla domanda-titolo di ieri “Cosa significa credere, quando non si è più bambini?”: significa essere adulti come Gesù.

 6) Esci dagli schemi e pensa per singolarità.

Non sforzarti di incasellare i giovani negli schemi/negli itinerari del tuo catechismo, ma cerca di adattare questi ultimi al giovane che hai davanti. Bisogna imparare ad aiutare ciascuno a trovare il proprio sentiero verso il luogo del proprio incontro con il Dio del Vangelo

 7) Unisci sempre sacramenti e carità.

L’esperienza del volontariato e della partecipazione alle opere di carità della parrocchia sia pertanto presentato e proposto come elemento di verifica del cristianesimo interiorizzato e dell’assunzione del carattere missionario proprio della fede.

 8) Scommetti sulla creatività digitale delle nuove generazioni.

Se non da qui, da dove altro dovrebbe partire e svilupparsi quel protagonismo dei giovani, considerato oggi come secondo principio fondamentale della nuova pastorale giovanile? Lasciamoci istruire da essi ad abitare e ad evangelizzare questo universo digitale e accompagniamoli con la massima fiducia nella costruzione di una nuova e più bella Chiesa 2.0.

 9) Impara dai monaci.

L’autentica spiritualità cristiana non è fatta solo di parole e di prediche, ma anche di spazi di interiorità. Permetti ai giovani di ritrovare se stessi, di gustare l’esperienza della solitudine non come spazio dello stare da soli ma quale tempo per stare con se stessi, con le proprie domande, con le proprie ferite e delusioni e infine con i propri desideri e sogni.

 10) Crea la carta di identità del credente della tua parrocchia

Ogni volta che metti mano ad un progetto, chiediti verso dove miri, quale modello di adulto credente desideri proporre alle persone alle quali ti rivolgi. Devi perciò pensarne concretamente gli stili di vita e le prassi appropriate (quanta preghiera, cosa leggere, quali gesti di carità, quali attenzioni…).

  

Per continuare la riflessione

  1. Matteo, Tutti giovani, nessun giovane, Piemme 2018; La Chiesa che manca. Giovani, donne e laici nell’Evangelii gaudium, San Paolo 2018.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Il difficile rapporto dei giovani con la fede Assemblea Diocesana di Locri-Gerace. La riflessione di don Armando Matteo

Il difficile rapporto dei giovani con la fede. Sono davvero la prima generazione incredula? Si può ricostituire, e come, un nuovo rapporto con la fede e far tornare  Gesù e il Vangelo davvero significativi per la  vita e le scelte dei giovani?

bty

Quella del rapporto tra le nuove generazioni e la fede rappresenta, dal punto di vista della comunità ecclesiale, una questione decisiva. Per molteplici ragioni. La prima e principale è quella per la quale, nella misura in cui ai credenti stanno a cuore le nuove generazioni, lo stanno affinché esse possano trovare al più presto e nel migliore dei modi possibili l’opportunità di trovare la loro strada e collocazione del mondo. Cosa che non è certamente semplice per chi, in quanto giovane, ha sul serio la possibilità di scegliere tra molte strade. Va da sé, perciò, che nell’età della giovinezza è decisivo il tema del discernimento, cioè lo sviluppo di quella preziosa opera di interrogazione circa il tipo di persona che uno desidera diventare. A partire da ciò che uno porta dentro di sé. A partire da ciò che il confronto con gli altri e con la realtà gli restituiscono.

Per i credenti, tuttavia, il cuore del discernimento è proprio la fede in Gesù. Il Documento preparatorio del prossimo Sinodo sui giovani, al riguardo, è di una chiarezza straordinaria: «La fede, in quanto partecipazione al modo di vedere di Gesù (cfr. Lumen fidei, n. 18), è la fonte del discernimento vocazionale».

L’interrogativo sulla fede dei giovani ha dunque questo primo ed essenziale risvolto, legato alla loro ricerca di una vita buona. Nondimeno, non si può non ricordare che la comunità cristiana, almeno qui in Occidente, non ha previsioni di un futuro facile, se non riuscirà a riallacciare significative relazioni con il mondo delle nuove generazioni. Senza i giovani, la Chiesa almeno qui scompare. Ce lo confermano la situazione davvero molto precaria delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ma anche la qualità media delle vite delle parrocchie, delle associazioni e dei movimenti che orbitano nell’area del cattolicesimo. Davvero difficile non dare ragione a quel che una volta disse papa Benedetto XVI pensando alla Chiesa in Europa, nella quale, a suo dire, appunto, la gente che frequenta la comunità ecclesiale è sempre di meno e sempre più anziana. Né è meno realistico papa Francesco, quando denuncia che sempre questa Chiesa ha più le fattezza di una “nonna” che quella di una “madre”. Insomma il difficile rapporto tra i giovani e la fede è tema scottante.

Non sorprende pertanto il fatto che, negli ultimi anni, si siano sviluppate diverse proposte di letture di ciò che i dati delle molte indagini relative al rapporto delle nuove generazioni con l’universo della fede attestano.

Che cosa c’è dunque in gioco quando si parla di crisi di fede del mondo giovanile, di quel mondo cioè che, stando ancora al Documento preparatorio per il prossimo Sinodo, raccoglie la popolazione che va dai 16 ai 29 anni? Personalmente ritengo che la grande maggioranza dei giovani faccia sempre più fatica a percepire la bontà dello sguardo di Gesù sul mondo per una vita pienamente umana, precisamente lì dove essa decide di sé e del proprio futuro. Cioè precisamente lì dove essa esercita il proprio discernimento vocazionale. E questo non perché non abbia avuto modo di conoscere Gesù, il suo sguardo, la sua proposta di vita e di fede. Piuttosto perché a questa fetta di popolazione è mancata in concreto una testimonianza di che cosa significhi “vivere da adulti secondo lo sguardo di Gesù”.

Ritengo pertanto che è, questo, il tempo di riconoscere quella enorme crisi di fede che ha attraversato, silenziosamente ma non per questo radicalmente, il mondo delle generazioni adulte. In particolare quello rappresentato dalle persone nate tra il 1946 e il 1964, la “generazione dei boomers”, e quelle nate tra il 1964 e il 1979, la “generazione X”.

Questo ci indica sostanzialmente l’incredulità dei giovani, che, stando ancora alle parole del Documento preparatorio del Sinodo, consiste nel fatto che «l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria». L’incredulità dei giovani ci restituisce cioè tutta la loro fatica a mettere insieme il loro non semplice ingresso nel mondo adulto (il discernimento appunto circa la persona che si desidera diventare) e quanto appreso a proposito di Gesù durante l’esperienza del catechismo legata all’iniziazione cristiana. La “teoria” di quest’ultimo, da tempo, da almeno vent’anni, non trova più alcun riscontro pratico nella vita delle mamme e dei papà, e di tutti gli altri adulti, con i quali i ragazzi e i giovani ogni giorno hanno a che fare e dai quali è giocoforza che provino ad apprendere i modi di stare al mondo da adulti.

Il nodo veramente cruciale della trasmissione della fede oggi è pertanto quello connesso a quell’immaginario di adulto, che si è imposto ad ogni livello, e che è sostanzialmente contraddistinto da una netta fisionomia “postcristiana”. Il profilo vincente dell’adulto di oggi è quello di chi pensa ossessivamente al proprio benessere fisico, al guadagno più alto, al “restare per sempre giovane”, al rinvio permanente di ogni responsabilità generativa ed educativa, a esercitare una libertà che escluda ogni forma di “per sempre”, a “giochicchiare” con i messaggini e i post di Facebook, a rincorrere infine le ultime mode e gli ultimi ritrovati dell’apparato tecnologico. Insomma il profilo oggi vincente è quello di un adulto che con ciò che l’adultità di per sé evocherebbe non vuole avere più nulla a che fare. Va da sé che questo adulto postcristiano non ha più alcuno spazio per l’esperienza del credere, del pregare, della prossimità concreta nei confronti dell’altro, ed infine per l’esperienza di una postura autenticamente umana sul mondo. Ed è per questo che egli non è più neppure in grado di sostenere l’azione del discernimento dei propri figli in relazione al processo di maturazione di questi ultimi.

Quale potrebbe essere allora la mossa vincente di una Chiesa che intenda sul serio fare la sua parte perché i giovani possano riscoprire quanto la fede in Gesù sia esattamente la fonte di ogni discernimento? La mossa vincente è quella di porsi all’altezza della sfida culturale che oggi rappresenta l’emergere del profilo postcristiano dell’adultità. Significa annunciare che diventare adulto non è il peggiore dei mali possibili. Che esiste vita umana oltre la giovinezza. Di più: che la qualità veramente umana della vita è proprio oltre la giovinezza, la quale resta sempre un età di scelte di vita e solo istericamente può diventare l’unica scelta di vita. Che, insomma, la qualità veramente umana della vita è quella adulta. Quella della cura. Quella della donazione. Quella del dare che offre più gioia del ricevere. Quella che il teologo Sequeri identifica con lo spazio che ad ogni essere umano apre l’interrogativo circa il “per chi sono io?”. Quella cioè di chi ha finalmente compreso che la propria felicità è sempre riflesso gratuito e indeducibile della felicità che si è capaci di far sperimentare agli altri.

Ora una tale qualità adulta dell’esistenza, che tocca alla Chiesa riportare alla luce, è proprio quella che magnificamente splende in Gesù, nel suo sguardo sul mondo, nel suo respiro, nei suoi sentimenti, nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi comandamenti, nel suo amore, nei suoi miracoli, nella sua passione, nella sua morte ed infine nella sua risurrezione. Egli è un adulto per sempre! Questo è il Gesù che oggi la prima generazione incredula attende.

 

don Armando Matteo

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.