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La morte di un Uomo sulla croce Uno studio di Francesco La Cava sui meccanismi della morte per crocifissione. La scienza concorda pienamente con il racconto evangelico.

Uno studio di Francesco La Cava sui meccanismi della morte per crocifissione. La scienza concorda pienamente con il racconto evangelico.

La morte di un Uomo sulla croce

Le parole dell’apostolo Giovanni come precisi dati clinici

 di Giuseppe Italiano

 


ph. Agensir

In questi giorni che ricordano la passione di Gesù, come non ricordare il medico-umanista Francesco La Cava [Careri (RC), 1877 – Roma, 1958]? Egli nel 1953 ha scritto un libro così intitolato: La Passione e la morte di N.S. Gesù Cristo illustrate dalla scienza medica (Napoli, M. D’Auria Editore Pontificio). Libro che, approfondendo gli studi sul meccanismo della morte per crocifissione, segna una svolta nella letteratura intorno agli ultimi istanti, sul Calvario, di Gesù: il quale soffre e muore sulla croce come una qualsiasi persona sana, dal fisico perfetto e senza alcuna malattia preesistente. Francesco La Cava smantella l’ipotesi, sostenuta da alcuni studiosi, della presenza in Cristo di una pleurite; nonché la tesi che la Sua morte sia stata provocata dalla rottura della parete del cuore. Egli dimostra che il liquido che fuoriesce dal Suo costato non proviene dalla pleura, ma dall’idrotorace che si era formato per l’atteggiamento inspiratorio del cruciarius; e che la separazione di tale liquido (sangue e successivamente acqua) sta scientificamente a dimostrare che il cuore di Cristo era integro.

La Cava, scopritore nel 1923 del volto di Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina (tra le pieghe della pelle di San Bartolomeo), ricava dal Vangelo i dati clinici che gli permettono di esaminare il caso; precisamente dalle parole di Giovanni, testimone oculare della morte del Maestro. E le usa – lui, uomo di fede – come reperto necroscopico. E sono quelle relative al colpo di lancia di Longino sul fianco destro di Gesù già morto. Colpo che provoca la fuoriuscita di sangue e di acqua, nettamente; prima sangue e poi acqua. Giovanni mantiene la sua consueta chiarezza: «continuo exivit sanguis et aqua» (Gv 19, 34), «subito ne uscì sangue e acqua».

Lo studio di La Cava è la dimostrazione scientifica della esattezza delle parole di Giovanni.

E prende l’avvio dall’orto di Getsemani, dove Gesù si ritira e dove rivela chiaramente la sua condizione umana: con il bisogno di solitudine nell’imminenza della morte, con la tristezza e l’angoscia che prova (cfr. Mt 26, 37).

Prima di intraprendere il percorso che, per le vie di Gerusalemme, porta al Calvario, Gesù subisce le umiliazioni più prostranti: viene deriso, legato, ingiuriato, flagellato, incoronato con spine. Ed era stato tradito da Giuda, abbandonato dai discepoli, tradito dal popolo che prima l’aveva accolto con le palme e poi lo manda a morte, preferendo salvare Barabba; e rinnegato da Pietro.

In tali condizioni psico-fisiche, Gesù percorre quasi per intero il chilometro della via crucis; arriva all’inizio del tratto finale (molto ripido) avendo già la cosiddetta dispnea da sforzo, cioè l’affanno. I giudei si accorgono e, per evitarGli la morte prima della crocifissione, Lo alleggeriscono della croce, che viene caricata sulle spalle del Cireneo.

Tre ore circa dura la sua agonia sulla croce. Un solo lamento: «Ho sete». Gli esegeti hanno interpretato queste parole nel significato di sete divina di redenzione delle anime. La Cava precisa che si tratta di sete umana; della sete di un uomo che non mangiava e non beveva da almeno 24 ore, che aveva perduto sangue per la flagellazione, per la corona di spine, per la crocifissione; che era nello stato febbrile per le ferite già infiammate.

La morte, quindi, sopraggiunge dopo breve agonia, considerato che vengono registrati casi di condannati che hanno resistito sulla croce fino a otto/nove giorni. Tanto che i soldati non Gli rompono le gambe, come invece fanno con i due ladroni, ancora in vita. La rottura delle gambe procurava subito la morte.

E, dopo il colpo di Longino, lo spruzzo di sangue e acqua. Alcuni studiosi giustificano il sangue con la rottura della parete del cuore stesso, dovuta alle sue violente contrazioni; e attribuiscono il flusso dell’acqua alla ferita del pericardio, la membrana che avvolge il cuore e che contiene una certa quantità di liquido.

La Cava osserva che la rottura spontanea del cuore è evento assai raro. E aggiunge che, se anche così fosse stato, non si sarebbe potuto verificare la fuoriuscita distinta di sangue e acqua, poiché, nel cavo pleurico, i due elementi si sarebbero mescolati. Precisa che il prolungato atteggiamento inspiratorio di Cristo, appeso alla croce, aveva portato la grande vena azygos, dalla parte destra, ad inturgidirsi di sangue; così come le altre vene endotoraciche; la cui pressione aveva provocato la trasudazione di siero e il formarsi dell’idrotorace. Il sangue, scuro, proviene quindi dalla vena colma; l’acqua, ben distinta, dall’idrotorace da stasi del cavo pleurico.

L’indagine anatomo-patologica e la fede concordano nella lucida spiegazione del medico La Cava, affascinato dalla scienza medica e dalla Passione di un Uomo necessariamente perfetto per poter profondamente soffrire.

©2019 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

E’ risorto per noi!   Il messaggio per la Santa Pasqua di monsignor Francesco Oliva

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Ogni anno è Pasqua, ma non è mai la stessa. Proprio perché non si tratta di semplice ricorrenza. È un evento straordinario che irrompe nella storia, ieri come oggi. Un evento tanto imprevedibile quanto sperato. Anche da chi distratto cammina senza meta. È l’evento che riguarda il Signore che ha vinto la morte, spalancando le porte di quel Sepolcro che era lì a paralizzare le speranze di tutti. Quel sepolcro vuoto ridona vita alle attese dell’uomo, alle nostre attese.

Sono attese di vita, di resurrezione, di pace.

Attese di vita, di una vita rinnovata, passata attraverso il crogiolo della prova e della passione, e ancor più della morte. Quella passione annunciata che aveva scandalizzato e tramortito i discepoli che seguivano Gesù e che quell’annuncio aveva fatto cadere in un’angoscia totale. La morte dopo quella Pasqua non ha più potere, non è più l’ultima parola detta sulla nostra esistenza. Il Dio della vita è più forte di essa, l’ha vinta, ricreando l’umano vero, purificato dall’ingiustizia, dalla violenza e dall’egoismo senza cuore. C’è bisogno oggi di una nuova umanità, capace di sentimenti forti, dello sguardo attento alle sofferenze e alle ferite di chi è smarrito e solo. Troppe morti! Tanti cuori spenti! Tanta violenza, inutile violenza, insopportabile corruzione! Quanti scarti di umanità attorno a noi! Abbiamo bisogno della pasqua, di quel passaggio che rialza la nostra umanità.

Attese di risurrezione. Nessuno vuol vedere frustrati i sogni e le attese. Nessuno vuol vedere finite le sue relazioni più belle, la vita amata sin dal primo momento. Nessuno vuol vedere finite nel nulla le gioie e le speranze. O perdere gli amici più cari, il bene che ha saputo costruire, anche a fatica, l’affetto della famiglia, gli amori che hanno sfidato il tempo che passa. Risorgere è la parola che fa primavera, che fa rinascere tutte queste attese, che fa sperare nella vita e nell’amore che non finisce. Ecco la vera risurrezione: la vita che ritorna a fiorire immersa nell’infinito amore del Dio che crea ed è fonte di vita. Il Signore fa fiorire quel giardino che custodiva il sepolcro nuovo, raccoglie le lacrime della vedova di Nain, che piange il suo figlio morto, rialza l’amico Lazzaro, venuto a mancare in sua assenza, ridona la vita alla figlioletta del centurione, che prende per mano e riconsegna agli affetti più cari. E’ il Signore che fa vivere, che libera dalla disperazione, dalla morte, dalla solitudine, dall’indifferenza, che risolleva e fa risorgere dalle vite spente, dalle vite senza sogno e senza fuoco. Lui che dice di sé: “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me non morirà in eterno”. Egli è Colui che non desiste finché non ha raggiunto e fatto fiorire l’ultimo ramo della creazione, l’ultimo oscuro angolo del cuore umano.

Attese di pace, la pace vera che libera dal male, dalle ingiustizie e dal peccato. Quel peccato che si annida nelle pieghe più profonde della nostra società, ma anche della nostra vita. Attesa di pace per ogni cuore che torna ad essere riconciliato con sé stesso ed il mondo intero. Quella riconciliazione donata dal Padre al figlio che non sopportava più la sua vicinanza: è riconciliazione con la vita, con la bontà, con l’universo. Non c’è pace senza riconciliazione. Non c’è riconciliazione senza perdono. Non c’è perdono senza accoglienza dell’altro, qualunque ne sia l’origine ed il colore della pelle, il credo religioso. Non c’è accoglienza senza rispetto. Non c’è rispetto senza accoglienza. Non c’è accoglienza senza dialogo. Non c’è dialogo senza fraternità.  Non c’è fraternità senza amore. Non c’è amore senza Dio. Non c’è Dio che non generi vita e risurrezione. Con Lui tutto si ricompone. Anche il cuore diviso.

Ed allora viviamo la Pasqua, viviamola nell’attesa del Risorto. Cerchiamolo ogni giorno nella fitta trama delle nostre ore. Risorgiamo dall’incapacità di perdonare, cancelliamo la memoria amara del male ricevuto, che c’inchioda ai nostri ergastoli interiori e crea legami imbarazzanti. Togliamo la durezza del cuore. S’intoni l’alleluia pasquale, facendo spazio al Dio che ama senza soste. E’ Lui a rimuovere ogni pietra dai nostri sepolcri. Splenda su tutti il suo volto che vince la morte ed infonde eterno amore.

C’è il Risorto con noi! E’ Pasqua per tutti!

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“L’ascolto ci rende servi e ministri della Parola” Messa crismale - L'omelia del vescovo, monsignor Francesco Oliva

Messa crismale – Basilica concattedrale di Gerace

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ph. Albano Angilletta

Carissimi fratelli nel sacerdozio,

è un dono di Dio poter anche quest’anno rinnovare le promesse sacerdotali. Quando le dinamiche della vita possono arrestare lo slancio e l’entusiasmo del giorno in cui fummo unti e consacrati col sacro olio, è giusto ravvivare il nostro impegno di sequela, ritrovare il coraggio di essere più uniti al Signore, motivati non da interessi umani, ma dall’amore per la chiesa ed i fratelli.

Vorrei richiamare la comune riflessione sul fondamentale rapporto con la Parola di Dio, indispensabile per formare il cuore di un buon pastore. L’apostolo Paolo, a Mileto, nel discorso di addio rivolto ai presbiteri-vescovi invita ad affidarsi e a sentirsi affidati “al Signore e alla Parola della sua grazia” (At 20,32), ad esserne ascoltatori, a stare “dentro” la Parola, che è  “viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12), ed ha in sé il potere di salvare la nostra vita. Essere affidati alla Parola è avere con essa grande familiarità, che non è solo conoscerne l’aspetto linguistico o esegetico, pur necessario, quanto accostarsi ad essa con cuore docile e orante, perché possa penetrare nei pensieri e nei sentimenti, in tutto il nostro essere, in modo da generare quella mentalità nuova, che fa dire all’Apostolo: “Noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16).

“Rimanendo” nella Parola, ci formeremo al pensiero di Cristo da veri discepoli del Signore. L’ascolto presuppone la fede: “fides ex auditu” (Rm 10, 17). Se ci fidiamo di Colui che parla e perseveriamo in questa dinamica saremo capaci di ascolto e di essere in intimità col Signore. Possiamo ben dire che, se per Dio “in principio era la Parola” (Gv 1,1), per il presbitero “in principio è l’ascolto”. E’ ascolto della voce di Dio, della richiesta di salvezza del nostro tempo, del grido del povero, della nostra stessa umanità. L’ascolto è il cuore della missione di ogni presbitero. Il profeta Geremia ci ricorda il primato dell’ascolto rispetto ad ogni altra azione di culto: “In verità io non parlai né diedi comandi sull’offerta e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Ma questo comandai loro: “Ascoltate la mia voce!” (Ger 7, 22-23). “Ascoltare è meglio del sacrificio” (1Sam 15, 22), aggiunge il profeta Samuele. Il bisogno primario dell’ascolto ci dispone ad accogliere, a custodire e realizzare la Parola, in modo da essere capaci di comunicarla a coloro ai quali siamo stati inviati. Guai se non accogliessimo la Parola come rivolta a noi stessi, ma pensandola solo per gli altri: sarebbe un lasciarla cadere nel vuoto invece che nel proprio cuore (cf 1 Sam 3,19). Nella dinamica dell’ascolto c’è anzitutto l’ascolto-dialogo col Signore, un ascolto che si realizza nella reciprocità: Lui ascolta me ed io ascolto Lui. Lui vede me, i miei limiti, ma anche le mie positività ed io mi sento accolto ed amato da Lui. Lui il Signore vede quello che gli altri non possono vedere, il bene ed il male che c’è in me. Lui sa quando amo, quando c’è rabbia in me. Conosce i sentimenti più nascosti. Ma non condanna, usa misericordia come metodo di relazione ed invita ad avere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 5-7).

All’ascolto della Parola consegue e si alimenta l’ascolto dei fratelli.  E’ l’ascolto più che il parlare a rompere le nostre solitudini, a farci superare il pericolo di chiuderci in noi stessi. Oggi la nostra prima vera opera di misericordia pastorale è proprio l’ascolto dell’altro: ascolto delle sue fragilità ed insuccessi, delle sue preoccupazioni, delle sue attese e speranze. La nostra vera umanità sta nel farci ascolto. E’ un’umanità che imprime alla vita “il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di comprensione” (EG, 169). E’ la prossimità che si fa accoglienza, dialogo, perdono, aiuto e che spinge nei contesti dove le persone vivono e soffrono, in modo da coglierne i bisogni concreti. Nel ministero della consolazione siamo prossimi allo sfiduciato, allo smarrito e a chi ha più bisogno di curare le ferite della vita. La nostra non è una prossimità facile o di comodo: richiede una gratuità che deve divenire stile di vita, preghiera d’intercessione, dono di sé.

La nostra umanità si esprime nell’arte dell’accompagnamento, tanto necessaria nel contesto odierno, in cui forte è il bisogno di essere ascoltati: un bisogno di ascolto personale, quello che fa sentire la persona accolta ed amata.

La disponibilità/capacità di ascolto ci rende uomini di relazione. La nostra missione si connota essenzialmente in senso relazionale: siamo pastori nella misura in cui siamo capaci di relazione.

Viene anzitutto la relazionalità nel presbiterio, una relazionalità che non può essere surrogata da altre forme al di fuori di esso: la relazione con i confratelli e con il vescovo che è di natura sacramentale, quindi necessaria, non può essere ridotta ad una realtà opzionale, affidata alla sensibilità soggettiva. Ci possono essere relazioni difficili o anche spezzate, ma tali situazioni non possono cronicizzarsi. Sono relazioni che nelle dinamiche esistenziali possono anche entrare in crisi. Ma non per questo deve venire meno il dovere di riprendere il dialogo e di usare misericordia e perdono.

La cura delle relazioni nel presbiterio è una condizione essenziale di fecondità della missione che ci è stata affidata. E’ necessario perciò resistere alla tentazione di rifugiarsi nel piccolo gruppo che mette in discussione il buon andamento del ministero, la gratuità delle relazioni, la fiducia reciproca, la collaborazione pastorale. Può accadere che si lavora con alcuni e si escludono gli altri in base a orientamenti di simpatia o di antipatia, magari anche legittimi, che però diventano inaccettabili, se sono occasione di divisione nel presbiterio. E’ di fondamentale importanza che relazioni sacerdotali siano aperte ad una relazionalità inclusiva e non esclusiva. Vivere la relazionalità inclusiva costa fatica, se ci si lascia prendere da “una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione” (EG, n. 78). Non aiuta far prevalere sempre il proprio IO e la propria autoreferenzialità, il puntare il dito, il voler dire sempre l’ultima parola. Per questo non è mai di troppo la cura della bocca e del cuore, che ci invita a custodire la parola e le intenzioni. Se il popolo di Dio ascoltasse tanti nostri discorsi ne sarebbe edificato, perché ricchi di passione per il vangelo? Oppure ne resterebbe sconcertato per l’invidia e la gelosia, se non proprio la maldicenza, che talvolta li attraversa? Non è questa la causa di un ministero deludente e deprimente?

Nel rinnovare le promesse sacerdotali vogliamo ridare vitalità al nostro essere sacerdoti e ricordare la preziosità e bellezza del dono della vocazione. Per ciascuno di noi e per tutta la chiesa. Ogni presbitero saprà rendere ragione della sua vocazione ed essere modello per quei giovani che sono in cerca di riferimenti. Ogni germe di vocazione si sviluppa ed alimenta grazie alla testimonianza di chi vive gioiosamente il sacerdozio. Vi esorto a continuare a pregare per le vocazioni. Lo chiedo a tutti. Ma ciò che più deve preoccupare noi sacerdoti non è tanto il numero ridotto delle vocazioni quanto il rischio di perdere il sapore del Vangelo e di non essere luce che illumina.

Ai sacerdoti, insieme alla preghiera, chiedo di amare questa chiesa. Con le sue rughe, le sue ferite, le sue difficoltà. Senza amore verso questa terra ogni nostra azione pastorale perde di slancio e scade nella routine delle cose da fare.  Qui nella nostra terra vive gente che soffre le ferite di storie che è difficile rimarginare, le difficoltà di un territorio avaro di soddisfazioni. Ma è gente legata ad una tradizione di fede che la sostiene e le dona speranza e fiducia nelle difficoltà della vita. Una fede però che va purificata dalle incrostazioni che la rendono abitudinaria e ripetitiva. Viviamo una realtà nella quale siamo chiamati a superare sia l’approccio ideologico che quello rigorista, sapendo che i processi e le situazioni della vita non possono essere classificati attraverso schemi inflessibili o norne astratte. Ma hanno bisogno di comprensione, di intelligenza critica, di dialogo costruttivo e di grande benevolenza.

Ringrazio tutti voi, cari Presbiteri, religiosi e religiose, per il lavoro e la fatica quotidiana, ma anche per la vostra amicizia e collaborazione. Ringrazio tutti indistintamente. Si cammina insieme. Insieme si cresce. Insieme ci si corregge. So che non mancano i momenti di frustrazione e le delusioni, che spesso provengono da ingenerosità e odiosità: c’è chi non sa apprezzare il vostro lavoro, chi vede e rimarca le vostre fragilità. Gli stessi che pongono ostacoli spesso sono i primi ad avere bisogno ed apprezzare i vostri sforzi, riconoscendovi necessarie guide del loro cammino. Per quanto dipende da voi non manchi l’impegno ad offrire una risposta chiara e coerente alla richiesta di Vangelo che proviene dalla nostra gente.

Siamo in pochi, molti anziani e malati. Il Signore – non dimentichiamolo – ci ha chiamati a far parte di questo presbiterio, e quindi a camminare e lavorare insieme. Mai da soli. Non resta che sostenerci l’un l’altro se vogliamo vivere degnamente la vocazione.

Sentiamo la vicinanza dei fratelli presbiteri anziani e malati (d. Pasquale Costa, d. Giuseppe Zancari, d. Filippo Polifrone). Di tutti i sacerdoti avanti negli anni non possiamo dimenticare la fedeltà, l’esperienza maturata ed il lavoro svolto. Abbiamo sempre bisogno di loro.

Dal cielo prega per noi don Vincenzo Sansalone, venuto a mancare nel mese di novembre scorso, lasciandoci una testimonianza di distacco dalle cose e di povertà evangelica.
Così come dal cielo, partecipa a questa eucaristia padre Michele Ceravolo che ricordiamo con affetto.

A tutti chiedo la bontà di una preghiera, la comprensione ed il perdono.

Possiamo tutti sperimentare la maternità della Chiesa che affidiamo a Maria, la madre della Divina Misericordia. Il Signore benedica il vostro servizio e vi dia la pace del cuore.

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

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Vivere il Mistero Pasquale nell’incontro col Risorto! Si apre la Settimana Santa. Il Vescovo di Locri-Gerace accompagna il cammino della comunità diocesana.

Con la celebrazione della Domenica delle Palme è iniziata la settimana santa. Una settimana molto attesa e partecipata nelle nostre comunità. C’è chi attende con impazienza i riti e le tradizioni popolari, che hanno scandito e continuano a scandire la fede semplice del nostro popolo.  Oggi però in un mondo secolarizzato dobbiamo chiederci: sino a che punto è sufficiente contentarsi di assistere a questi riti? Non è il caso di guardare oltre, più in profondità, facendo nostro il messaggio di fede che attraverso di essi sin dalla loro origine s’è sempre inteso comunicare?

La celebrazione delle palme è anche la giornata dei giovani. Nella Basilica di Gerace tantissimi giovani e adolescenti hanno vissuto un pomeriggio meraviglioso che li ha aiutati ad entrare nel clima della settimana santa.

La Liturgia delle palme ci mostra che il Signore non ci ha salvati con un ingresso trionfale o mediante dei potenti miracoli, ma con l’esempio del Signore che si china su di noi. E noi non possiamo amare senza farci prima amare da Lui, senza sperimentare la sua sorprendente tenerezza.

Un appuntamento diocesano molto importante avverrà il mercoledì santo alle ore 18 con la messa crismale nella Basilica di Gerace, ove si riuniscono tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ed il popolo di Dio ed i adulti giovani cresimandi. Saranno benedetti gli oli santi che in tutte le parrocchie verranno usati nella celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell’unzione dei malati, nelle ordinazioni sacerdotali.

Il Giovedì santo dà inizio al Triduo pasquale. Con il gesto della lavanda dei piedi, il Signore si abbassa fino ai piedi dei discepoli, come solo i servi facevano. E il giorno dopo quell’Ultima Cena. Nel pomeriggio è per me importante vivere un momento di preghiera nel carcere di Locri, in modo da poter esprimere la vicinanza della comunità a quanti sono in esso ospiti. Lavare loro i piedi è riproporre la via del servizio come via di reintegrazione e di reinserimento sociale. Solo la conversione al servizio della carità può ridonare a chi ha sbagliato la gioia di vivere ed il recupero umano e sociale.

Il Venerdì Santo, giorno della passione e morte del Signore, si rivela il volto vero di Dio, che nel suo essere misericordia apre le porte del paradiso al ladrone pentito e tocca il cuore del centurione. Se è abissale il mistero del male, infinita è la realtà dell’Amore che lo ha attraversato.

Rinnoviamo la fede nel Crocifisso e volgiamo lo sguardo a Lui, chiedendo la grazia di capire qualcosa di più del mistero del suo annientamento per noi; e così, in silenzio, poter contemplare il grande mistero d’amore di questa Settimana.

Il sabato santo è giorno in cui la Chiesa resta in silenziosa attesa insieme a Maria madre addolorata. E’ il giorno in cui non celebra l’Eucaristia ed i fedeli si preparano alla grande veglia pasquale, madre di tutte le veglie.

Come di tradizione parteciperò e presenzierò alla celebrazione in Cattedrale a Locri. Chiedo alle comunità parrocchiali di ritrovarsi intorno al Risorto nell’unica celebrazione della Veglia che sarà nelle chiese parrocchiali. Ciò che è essenziale è vivere la Pasqua nell’incontro con il Signore, riconciliati nell’animo grazie al perdono ricevuto con la confessione.

Il giorno di Pasqua celebrerò nella Basilica concattedrale a Gerace, mentre la sera sarò nella chiesa parrocchiale di Stilo. 

Invito a vivere questa Settimana Santa, partecipando ai misteri che vi si celebrano, superando la tentazione di assistere ad essi come ad uno ‘spettacolo’ che suscita, sì, emozioni, ma che poco coinvolge la vita personale. I riti della pietà popolare devono predisporre il nostro animo ad accogliere il Risorto. Non vanno ridotti a folklore o a semplici manifestazioni che non parlano più al nostro cuore e non contribuiscono affatto alla nostra conversione.

A tutti, specie a quanti soffrono o sono soli, auguro una santa Pasqua.

 

Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace

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La Veglia Pasquale cuore del mistero cristiano Indicazioni liturgico-pastorali

Indicazioni liturgico-pastorali

 

La Veglia Pasquale

cuore del mistero cristiano

 

 

Premessa

 

Per antichissima tradizione nella notte di Pasqua si celebra la grande Veglia “in onore del Signore”, detta “madre di tutte le sante veglie” (S. Agostino). In questa notte il Signore “è passato” per salvare e liberare il suo popolo oppresso dalla schiavitù; in questa notte Cristo “è passato” alla vita vincendo la morte. In essa la Chiesa annuncia e celebra la Risurrezione del Signore, fondamento della nostra fede e della nostra speranza. Anche se per la Chiesa che celebra è sempre Pasqua e la domenica è celebrazione della Pasqua, la ricorrenza annuale ha un’intensità impareggiabile: per la solennità e ricchezza dei simboli “ci rappresenta quasi visivamente il ricordo dell’evento” (S. Agostino).

 

Fedeltà alla tradizione vivente della Chiesa

 

La Pasqua, grazie allo Spirito che ci accompagna, ci fa rivivere l’esperienza, che del Risorto, ha fatto la comunità apostolica alle origini della Chiesa. Come Popolo di Dio, pellegrino nel tempo, possiamo oggi rivivere questa esperienza trasmessa e attualizzata nella fede, nel culto e nella comunione; possiamo vivere l’incontro con il Risorto, “non solo come una cosa del passato, ma nella comunione presente della fede, della liturgia, della vita della Chiesa” (papa Benedetto XVI). Questa è l’autentica Tradizione della Chiesa, la vera tradizione della Chiesa, che non è mai “trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte”.

Non lasciamo che la tradizione vivente sia opacizzata dalle tradizioni degli uomini, le diverse tradizioni popolari, che, pur attraenti e rispondenti alle istanze della gente, rischiano di dare prevalenza agli elementi secondari, spettacolari ed emotivi, estinguendo l’afflato spirituale che ne era all’origine. Non lasciamo che le nostre comunità si lascino prendere dalla nostalgia di un passato che non c’è più e perdano il contatto con questa realtà vivente. La legittimità e verità dei riti e delle tradizioni popolari si misura dalla capacità di ridestare e mantenere in vita il legame con l’esperienza dell’incontro col Risorto.

In questa prospettiva si è posto il recente Convegno liturgico del 25 e 26 febbraio scorso, che ci ha offerto preziose indicazioni per la Veglia Pasquale, che non vogliamo far cadere. Esse richiamano quanto già prescritto nella Lettera Paschalis sollemnitatis della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (16 gennaio 1988), nel Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (17 dicembre 2001) e negli Orientamenti liturgico-pastorali e norme per le feste religiose, che ho consegnato unitamente alla lettera pastorale “Oltre la soglia lungo il cammino della storia  (2015). Tali orientamenti vanno accolti ed osservati in spirito di umiltà e di fedeltà alla tradizione liturgica della Chiesa.

La prima disponibilità che chiedo è quella di non aver paura di intraprendere un percorso di purificazione della nostra fede di stampo tradizionale, troppo spessa condizionata da forme stereotipi, vuote di valore, che rischiano di oscurare il vero significato dei riti liturgici. Le comunità parrocchiali devono prepararsi alla Pasqua durante la Quaresima, seguendo un cammino spirituale e liturgico, nel quale siano coinvolti i consigli pastorali, i cori e i gruppi liturgici, le confraternite. In esso i fedeli siano accompagnati, illuminati ed istruiti nella comprensione dei riti della Settimana Santa.

In particolare, sia adeguatamente preparato il Triduo Pasquale, coinvolgendo il consiglio pastorale, il coro e il gruppo liturgico. Sono giorni da vivere con grande partecipazione interiore. Ciò è possibile solo se vi è stata una specifica preparazione.

 

Alcune indicazioni liturgico-pastorali

 

  1. Sul Triduo pasquale

 

  1. Si educhino i fedeli al senso della liturgia, preparandoli a vivere i vari momenti della settimana santa ed avendo cura di spiegare nel migliore dei modi il significato e la struttura dei riti che si celebrano e di prepararli a una partecipazione attiva e fruttuosa.
  2. Grande attenzione sia data alla liturgia del Triduo Pasquale che culmina nella grande Veglia, in cui la chiesa celebra i misteri dell’umana redenzione dalla Messa vespertina del giovedì nella Cena del Signore fino ai vespri della Domenica di Risurrezione. Questo tempo è chiamato il “triduo del crocifisso, del sepolto e del risorto” o anche “triduo pasquale”, perché con la sua celebrazione è reso presente e si compie il mistero della Pasqua, cioè il passaggio del Signore da questo mondo al Padre. Con la celebrazione di questo mistero la chiesa, attraverso i segni liturgici e sacramentali, si associa in intima comunione con Cristo suo sposo.
  3. Il Triduo Pasquale va celebrato nelle chiese parrocchiali, evitando di duplicarlo in quelle non parrocchiali e raccogliendo in unità le comunità parrocchiali più piccole e vicine, soprattutto se affidate allo stesso sacerdote o quando per la vicinanza delle chiese o per lo scarso numero dei partecipanti non possa aversi una celebrazione ben preparata e solenne. Si tenga conto che per compiere convenientemente le celebrazioni del triduo pasquale, si richiede un congruo numero di ministri e di ministranti, che devono essere accuratamente istruiti su ciò che dovranno compiere.
  4. Si cerchi, con l’aiuto dell’ufficio liturgico, di trovare le giuste soluzioni per i riti della pietà popolare legati ai giorni del Triduo.
  5. Si aiutino i fedeli a riscoprire il senso spirituale del sabato santo, in cui la chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte, la discesa agli inferi e aspettando nella preghiera e nel digiuno la sua risurrezione. Raccomando la celebrazione dell’Ufficio delle letture e delle Lodi mattutine con la partecipazione del popolo.  Dove ciò non è possibile, sia prevista una celebrazione della parola di Dio o qualche altro pio esercizio rispondente al mistero di questo giorno. Restino esposte nella chiesa per la venerazione dei fedeli l’immagine del Cristo crocifisso o deposto nel sepolcro o un’immagine della sua discesa agli inferi, che illustra il mistero del sabato santo; ovvero l’immagine della beata Maria vergine addolorata. Ricordo che in questo giorno la chiesa si astiene del tutto dal celebrare il sacrificio della Messa. La santa Comunione si può dare soltanto in forma di viatico. Non è consentita la celebrazione dei sacramenti, eccetto quelli della penitenza e dell’unzione degli infermi.

 

  1. Sulla Veglia pasquale

 

  1. La Veglia pasquale ha un’impostazione liturgica che non può essere modificata a proprio arbitrio: dopo il “lucernario” ed il “preconio pasquale” (prima parte), la Chiesa nella liturgia della Parola medita sulle meraviglie compiute dal Signore sin dalla creazione (seconda parte) e nella liturgia battesimale con i suoi membri rigenerati nel Battesimo (terza parte) è invitata alla Mensa Eucaristica, memoriale della morte e risurrezione del Signore, in attesa della Sua venuta (quarta parte). Nella partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore, offre sè stessa in sacrificio spirituale, per essere sempre più inserita nella sua Pasqua.
  2. La Veglia Pasquale sia curata con attenzione e diligenza nella sua bellezza ed armonia, in modo da offrire al popolo cristiano la ricchezza dei riti e delle orazioni. E’ importante che sia rispettata la verità dei segni, che sia favorita la partecipazione dei fedeli, che venga assicurata nella celebrazione la presenza dei ministranti, dei lettori e della “schola” dei cantori. Si favorisca altresì la partecipazione e coinvolgimento dei gruppi, dei movimenti e delle associazioni, in modo che tutti, riuniti insieme, possano sperimentare il senso di appartenenza alla comunità ecclesiale.
  3. La Veglia pasquale deve svolgersi di notte e terminare prima dell’alba della domenica. Usanze e consuetudini contrarie, che talvolta si verificano, così da anticipare l’ora della celebrazione della veglia pasquale nelle ore in cui di solito si celebrano le messe prefestive della domenica, non sono ammessi.
  4. La Veglia Pasquale inizia al di fuori dalla chiesa davanti al fuoco. Il fuoco nuovo e la luce del cero sono simboli di Gesù risorto che vince le tenebre del male. In un luogo adatto, si prepari il rogo per la benedizione del nuovo fuoco, la cui fiamma deve essere tale da dissipare l’oscurità ed illuminare la notte. I fedeli si raccolgono intorno al fuoco, avendo in mano una candela.
  5. Nel rispetto della verità del segno, si prepari il Cero Pasquale fatto di cera, ogni anno nuovo, unico, mai fittizio, per poter significare che Cristo è la Luce del mondo. Venga benedetto con i segni e le parole indicate nel Messale.
  6. La processione, con cui il popolo fa ingresso nella chiesa, deve essere guidata dalla sola luce del cero pasquale. Ad ogni sosta, si accendono al cero successivamente le candele del sacerdote, dei ministri e dei fedeli e infine quelle della chiesa. In tal modo la chiesa è progressivamente illuminata, l’oscurità è vinta dalla luce.
  7. Il Preconio Pasquale sia cantato dal diacono o in sua assenza dallo stesso sacerdote o da un cantore, in modo che sia evidente che il culmine della liturgia del fuoco o della luce è il canto dell’Exultet, che, per primo, nella liturgia e nella tradizione della Chiesa, dopo l’acclamazione a “Cristo Luce del mondo” all’ingresso del Cero nella chiesa al buio, saluta la Risurrezione del Signore.
  8. La lettura dei testi biblici è parte essenziale della Veglia pasquale. La proclamazione delle letture previste dalla Liturgia della Parola sia adeguatamente preparata. Tutte le letture siano lette, dovunque sia possibile, in modo da rispettare completamente la natura della veglia pasquale, che esige il tempo dovuto. Tuttavia dove le circostanze di natura pastorale richiedono di ridurre il numero delle letture, se ne leggano almeno tre dall’Antico Testamento; non venga mai omessa la lettura del cap. 14 dell’Esodo con il suo cantico. La liturgia della Parola è essa stessa una meditazione alla luce dei riti che si compiono, per cui l’omelia del sacerdote, a carattere kerigmatico ed esortativo, sarà breve, immediata ed efficace.
  9. Il Canto del Gloria sigilla l’itinerario della lettura dell’Antico Testamento compreso alla luce del Risorto e ne è l’inno gioioso che prepara ad accogliere l’annunzio della Resurrezione nell’Epistola, nel Rito del Canto dell’Alleluia e nella proclamazione solenne del Vangelo. Può essere accompagnato dal suono delle Campane che nel ritmo ascensionale della Veglia, rompe il silenzio, anche ad esse imposto all’inizio del Triduo, e dal suono pieno dell’organo.
  10. Il Vangelo sia proclamato solennemente, possibilmente leggendolo dall’Evangeliario, che, portato in processione all’ambone, senza candele, come prescritto dalle rubriche, ma, alla sola luce del Cero, è simbolo del Risorto che parla alla Chiesa e la invia ad annunciare la Risurrezione.
  11. La liturgia battesimale associa alla Pasqua di Cristo la nostra. Pertanto, la Veglia pasquale è vissuta in pienezza, quando la comunità  può presentare degli adulti o dei bambini per il battesimo. Ma anche quando questo non è possibile, la comunità sia consapevole del fatto che il suo rinnovamento pasquale esige un impegno più grande nell’attuazione delle promesse battesimali. La benedizione dell’acqua battesimale avvenga al fonte e, dovendo celebrare la Veglia nelle chiese parrocchiali, si usi la formula per la benedizione del fonte, anche quando non ci sono battezzandi.
  12. Non si tralascino le Preghiere dei fedeli e la processione offertoriale che porti all’altare il pane (le ostie), il vino e l’acqua, nonché doni per i poveri.
  13. Culmine dell’intera Veglia è la Comunione Eucaristica che si abbia cura di fare sotto entrambe le specie del pane e del vino consacrate nella stessa celebrazione della Veglia.

 

  1. Una prassi da evitare

 

Si deve evitare l’usanza di svelare, o far salire (con effetti scenici tra i più vari) la statua di Gesù Risorto distogliendo dall’autentico significato del rito che si sta celebrando, risultando un elemento “di disturbo” nella strutturazione della Veglia stessa. Diverse sono le ragioni che la dissuadono:

 

  1. Il rischio di far passare erroneamente il messaggio che vi sia un momento preciso della Veglia in cui risorgerebbe Gesù e che tale sarebbe il canto del Gloria, quando invece la celebrazione della Risurrezione non è rappresentazione (mimesi) di un evento a cui nessuno ha mai direttamente assistito, ma azione liturgica (anamnesi) ovvero presenza misterica dell’evento pasquale dell’evento annunciato e testimoniato dagli Apostoli. Gesù è risorto e i fedeli lo incontrano nella celebrazione della Veglia già nel fuoco nuovo acceso e benedetto, come in tutto il prosieguo della Veglia nelle diverse parti in cui è strutturata.

 

  1. La perdita del ritmo ascensionale della Liturgia della Parola che culmina non nel canto del Gloria ma nel rito del canto dell’Alleluia e del canto del Vangelo della Risurrezione. Ciò evidenzia che l’annuncio della Resurrezione è frutto della testimonianza apostolica raccolta nella Parola di salvezza del Vangelo, possibile ancora oggi attraverso la testimonianza di fede, speranza e carità operosa in ciascuno di noi e nella chiesa nella sua interezza.

 

  1. La statua del Cristo risorto va collocata precedentemente nel luogo in cui sarà esposta alla venerazione dei fedeli, in modo che all’accensione delle luci della Chiesa essa appaia già visibile ai fedeli e la si incensi unitamente al Cero pasquale. Rimanga esposta per la durata della Veglia e per tutto il giorno di Pasqua, ma sia riposta nel luogo in cui viene solitamente conservata dopo i Secondi Vespri della Domenica di Resurrezione.

 

  1. Il Cero Pasquale

 

Il Cero Pasquale, che è il vero simbolo del Risorto, si collochi presso l’ambone o vicino all’altare, e rimanga acceso in tutte le celebrazioni liturgiche del Tempo Pasquale sino alla domenica di Pentecoste. In seguito il Cero venga conservato con il dovuto onore nel battistero, per accendere alla sua fiamma le candele dei neo-battezzati nella celebrazione del battesimo. Nella celebrazione delle esequie il cero pasquale sia collocato accanto al feretro, ad indicare che la morte è per il cristiano la sua vera pasqua. Non si accenda il cero pasquale fuori del tempo di Pasqua né venga conservato nel presbiterio

 

  1. Sulla tradizione dell’Affruntata o Cunfrunta

 

Laddove il giorno di Pasqua è presente la tradizione dell’Affruntata o Cunfrunta, che rappresenta a livello popolare l’incontro della Madre con il Figlio Risorto, occorre fare di tutto perché il suo svolgimento non interferisca con la celebrazione liturgica più solenne della domenica di Pasqua né abbia a prevalere su di essa. Il su richiamato Direttorio sulla Pietà popolare e la Liturgia raccomanda di evitare inappropriate commistioni.

 

  1. Disposizioni finali

 

  1. Affido all’Ufficio liturgico di seguire con diligenza l’applicazione di queste disposizioni e di dare seguito ad ogni eventuale richiesta di aiuto e di chiarimento, prevedendo ed organizzando momenti di formazione.

 

Ogni sacerdote ed operatore pastorale deve attenersi a queste disposizioni accogliendole come scelta di amore alla Chiesa, che unisce in un solo cuore ed in un’anima sola la comunità credente. Il loro rispetto aiuta a cogliere la preziosità dei riti liturgici ed a vivere il senso dei riti e delle azioni liturgiche tra loro connesse, superando ogni eccesso di spettacolarizzare coreografica.

Francesco Oliva, Vescovo

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