Archivi categoria: Poveri

Quaresima di carità La colletta nella V domenica di Quaresima.

Ricordiamo tutti la colletta della Quaresima di carità prevista la V domenica di Quaresima.

Come ha indicato il nostro vescovo, monsignor Francesco Oliva, “Attraverso di essa potremo sostenere il progetto accoglienza migranti (una famiglia che abitava nella tendopoli di San Ferdinando è stata accolta dalla Parrocchia di Siderno Superiore) ed altre necessità dei poveri della nostra chiesa locale”.

Le offerte raccolte nelle singole Parrocchie potranno essere consegnate nella processione offertoriale, durante la messa crismale del mercoledì santo nella Basilica concattedrale di Gerace.

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Dove la povertà non esiste Pellegrinaggio in Terra Santa - Il Diario di don Fabrizio Cotardo - 6.

27.02.2019

Dove la povertà non esiste

Un viaggio, in questo caso un pellegrinaggio, comporta la scoperta di luoghi, monumenti, città, panorami.

Un viaggio, però, è anche incontro con altre culture, usi, costumi.

Un viaggio è, soprattutto, incontro tra persone.

In questi giorni mi sono immerso in una realtà dove “convivono” arabi, ebrei, cristiani. Una realtà fatta da palestinesi e israeliani.

Ho incontrato persone che con le loro “storie” mi hanno dato tanto.

In Palestina, nell’antica città templare di Akko (San Giovanni d’Acri), domenica abbiamo celebrato (in arabo) l’Eucaristia con la piccola comunità Cattolica superstite.

Una chiesa retta dai francescani (provenienti da ogni parte del mondo) e da un piccolo gruppo di suore (di cui una originaria dalla Basilicata). La bellissima chiesa, piccola rispetto “le glorie” del passato e dal forte “gusto” francescano, era riempita dai bambini. Molti i genitori (giovani) e le catechiste (giovani anch’esse) mi hanno regalato una “ventata d’aria fresca”. Una piccola chiesa, uno sparuto numero di cristiani rispetto alla popolazione, solo una sessantina di famiglie (prolifere, ringraziando il buon Dio) che continuano ad essere la speranza della Chiesa cristiana in questa realtà che ha dato, anche, la testimonianza di martiri.

Una chiesa antica (per la sua storia) ma giovane (per la composizione del presente).

Tra loro un’armonia semplice, bella, serena. Non c’era distinzione di “ruoli”. Una cosa mi ha colpito: non c’era il coro perché a cantare era l’intera comunità.

Si capisce, si intuisce subito che si va in chiesa veramente (e solamente) per celebrare l’Eucaristia.

Una comunità non esente da difficoltà. I frati e le suore continuano “a seminare” ma sono coscienti che crescendo, i ragazzi loro affidati, potranno essere “assorbiti” o dagli ebrei o dai musulmani.

La comunità cristiana, conscia del proprio ruolo, continua a seminare. Al buon Dio il far germogliare, crescere e fruttificare nel tempo opportuno.

Tutto questo in un clima tutt’altro che ricco.

Volutamente ho evitato il termine “povertà”.

Entrato in Giordania, a farci da guida ho trovato il simpaticissimo Alì.

Diretti verso Petra abbiamo sostato a Madaba. Da Petra siamo partiti alla volta del Mar Morto.

Abbiamo attraversato diversi villaggi. La povertà era evidente.

Macchine vecchissime.

Strade impolverate.

Negozi che vendono oggetti che a causa della “polvere desertica” appaiono già vecchi, usati.

Ma anche nella loro foggia sono vecchi rispetto ai nostri standard.

Case (eufemismo questo) con a fianco tende e/o baracche.

Bambini che camminano a piedi per andare e/o tornare da scuola.

La nostra guida, Alì, presentandoci l’attuale situazione sociale, politica e culturale, ha precisato: “ci sono i ricchi (pochissimi), poi ci sono quelli che hanno di meno (la maggioranza) ma non c’è la povertà, la miseria, poiché tutti hanno il necessario per vivere”.

Di fronte a ciò che i miei occhi hanno visto, appariva non veritiera l’affermazione di Alì.

L’ho compresa nel sito di Petra in una zona totalmente desertica, grazie alla popolazione beduina.

I beduini che ho visto nel sito archeologico di Petra sembrano “personaggi” usciti da un qualsiasi libro di fiabe.

Con i loro lunghi cappotti che sfiorano il terreno, i loro occhi neri, profondi, evidenziati da un contorno nero di “trucco”, con la loro pelle ambrata, scurita dal sole sono disponibilissimi.

Pronti a venderti milioni di monili in argento beduino, confezionato dalle loro donne, o ad accompagnarti in meravigliose visite al sito con i loro asini (sfiniti) e/o i loro cammelli, non disdegnano il farsi fotografare.

Vivono nel sito in tende o nelle stesse “grotte”.

Si confondono, si mimetizzano nell’ambiente circostante, in mezzo alla polvere (sabbia) che è la vera “padrona” di questi posti.

Mi ha colpito l’immagine di un bambino che avrà avuto quattro o cinque anni.

Indossava una tuta verde scuro (questo si capiva dai pochi spazi non coperti dalla polvere giallastra).

Era scalzo.

Come un cerbiatto, carico di un secchio più grande di lui, saltava in mezzo alle pietre del sito archeologico.

Deciso si è diretto verso la sabbia mentre la mamma, infagottata in abiti dalla chiara foggia arabeggiante, lo lasciava libero.

Si è tuffato nella sabbia e, felice, si è messo a giocare.

Con un secchio e la terra.

Aveva ragione Alì.

Qui la povertà non esiste.

Se si ha la gioia e il minimo necessario per vivere, si ha tutto.

Anzi, chi è felice di ciò che è, non desidera null’altro.

Chi non desidera nulla è veramente ricco.

Qui, il vero “povero” sono io.

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Scuola, diritti, giustizia: 113 nuovi progetti di sviluppo con l'8xmille

8xmille

Scuola, diritti, giustizia: 113 nuovi progetti di sviluppo

Sono stati resi noti i dati relativi alla riunione del Comitato per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo tenutasi venerdì 25 e sabato 26 gennaio a Roma, presso la sede CEI di via Aurelia 468. Sono stati approvati 113 progetti, per i quali saranno stanziati € 14.883.549 così suddivisi: € 7.244.871 per 45 progetti in Africa; € 4.066.915 per 47 progetti in America Latina; € 2.167.108 per 18 progetti in Asia; € 1.404655 per 3 progetti in Medio Oriente.

 

Tra i progetti più significativi tre sono in Africa. Il primo, in Costa d’Avorio, prevede la costruzione di un centro di formazione e coordinamento per l’educazione alla pace, la risoluzione dei conflitti e la riconciliazione. Un secondo progetto è in Madagascar e s’inserisce all’interno di un vasto programma di economia solidale che la Congregazione delle Suore di San Giovanni Battista persegue da diversi anni nell’isola, per promuovere uno sviluppo eco-sostenibile per i villaggi di Ampitolova e di Aranta, nel rispetto della biodiversità e della cultura locale. Sarà avviato un centro agricolo per produrre generi alimentari ortofrutticoli e di allevamento di qualità, in grado di dare lavoro ai giovani e renderli autosufficienti, e trasformare i prodotti raccolti in prodotti elaborati (confetture e/o insaccati). Il terzo progetto sarà realizzato in Mozambico, dove la diocesi di Nacala dispone di una struttura residenziale adiacente la chiesa di Nostra Signora dei Rimedi, sita in Cabaceira Grande, che verrà destinata a una struttura ricettiva per il turismo responsabile, dando lavoro anche ai giovani studenti di due scuole secondarie già operative in diocesi.

 

Tra i progetti latino-americani più interessanti uno riguarda il sostegno, ad opera dei Comboniani, dei diritti dei più deboli, spesso calpestati da imprese nazionali e multinazionali non rispettano le legislazioni locali e danneggiano le persone e l’ambiente. Verrà operata, a partire dall’Amazzonia, una campagna di informazione e formazione giuridica sui diritti umani e di documentazione di casi e diffusione attraverso i mezzi di comunicazione. Altri due progetti verranno realizzati rispettivamente in Brasile, con la costruzione di un centro di accoglienza per i giovani a Belem finalizzato alla formazione professionale e sociale e all’inserimento nel mercato del lavoro, e in Colombia, dove la diocesi di Caldas formerà 130 giovani e adulti come operatori sociali per consolidare e, in alcuni casi, avviare una rete diocesana per la sensibilizzazione della popolazione sui temi della pace, della convivenza civile, della solidarietà e per diffondere una cultura della dignità dell’uomo.

 

Segnaliamo infine ancora tre progetti. Uno sarà realizzato in Asia, in Myanmar, per lo sviluppo integrale delle comunità dell’altopiano attraverso il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini di 10 villaggi nella diocesi di Kalay, grazie ad un triennio di corsi di formazione tecnica e tecnologica nel campo dell’agricoltura. Gli ultimi due progetti saranno invece realizzati in Medio Oriente. In Libano la Caritas organizzerà delle attività di formazione professionale per garantire la dignità delle lavoratrici domestiche migranti, coinvolgendo 200 donne e 20 persone dello staff. In Siria, invece, verrà sostenuta la comunità cristiana di Aleppo (nell’immagine un piccolo profugo siriano) per l’accesso alle proprie abitazioni e ad opportunità di lavoro; sono previste 400 abitazioni riabilitate e rese accessibili ad altrettante famiglie e 300 attività lavorative avviate e/o ripristinate in favore di altrettanti giovani.

Per ulteriori informazioni si può scrivere a sictm@chiesacattolica.it.

( da www.chiesacattolica.it)

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Accoglienza: tra slogan e
utopia
di Enzo Romeo

Accoglienza: tra slogan e utopia

    Con l’«esilio» forzato dalla sua Riace il sindaco Domenico Lucano ha avuto modo in questi mesi spiegare, con incontri e interventi sui mass media, che i migranti sono i proletari del terzo millennio e che la solidarietà verso di loro è un dovere. Il suo testone da calabrese cocciuto ha rappresentato un popolo povero ma accogliente, dove una volta chi incrociava qualcuno gli diceva «Favorite!». E tirava fuori dal fagotto quel poco di cibo che poteva offrire.

Perciò rattrista una vicenda giudiziaria che forse è il prezzo (ingenuità e presunzione a parte) di un’utopia irrealizzabile, tanto più nell’Italia di oggi. La speranza è che la vicenda Riace serva a capire che l’impegno umanitario verso gli immigrati non può essere separato da un altro egualmente essenziale: il rilancio socio-economico del territorio. Trovando modalità concrete che consentano di procedere come su due rotaie di un unico binario. Con la speranza che giunga finalmente in stazione un treno che porti crescita solidale, lavoro e prospettive di sviluppo. Per tutti.

Il «modello Riace» è stato caricato di simboli, di attese, di speranze e di retorica. Un bandiera da sventolare, magari a volte su cui speculare. L’attenzione verso gli ultimi, i più diseredati ed emarginati, tratto fondamentale della nostra civiltà, trasformato in uno slogan, in un mantra. Nel frattempo, però, i poveri cristi si sono trasformati in una massa anonima. Non si è trattato più di accogliere i curdi spiaggiati sulle nostre coste, ma di dare ospitalità a gente sbarcata a centinaia e centinaia di chilometri di distanza, condotta fin da qui e «presa in gestione» da un ente. Nel caso specifico, da piccoli comuni di una delle zone economicamente più depresse d’Italia. Per far cosa? La domanda, un po’ perniciosa, è stata riproposta fin troppe volte. Seguita da un’altra, ancor più maliziosa: per lucrare sulla manciata di euro che lo Stato destinava al mantenimento di profughi e immigrati?

Sicuramente la confusione ha portato a coniare il termine “industria dell’accoglienza”: un ossimoro, per dire che gli sbarchi erano un modo per risollevare il territorio o, almeno, per avere una boccata d’ossigeno. Un’industria di risulta, fatta di mance destinate al sostegno di chi si è aggrappato all’Italia come fa un profugo con una tavola di legno mentre la nave affonda. Lo sappiamo, anche pochi posti di lavoro, precari e malpagati, dalle nostre parti fanno gola. Che male c’è? Facciamo ciò che ci riesce meglio, cioè accogliamo, e in cambio riceviamo soldi per creare cooperative, per alimentare il commercio… Adesso fa male assistere alla chiusura della dozzina di centri d’accoglienza e integrazione dell’area ionica reggina, come conseguenza del decreto sicurezza. Vuol dire decine di operatori sociali a spasso senza stipendio.

Dobbiamo, però, chiederci in tutta onestà: si può creare vero sviluppo e futuro trasformando un intero paese in una specie di villaggio-Sprar? Nel frattempo continuiamo a mandar via da queste terre i nostri figli perché non siamo stati capaci (o non ci hanno permesso) di dar loro una prospettiva di vita. Il territorio è desertificato. I giovani, linfa vitale, scappano con un biglietto di sola andata. Siamo, del resto, nell’epoca del fuggi fuggi, del si-salvi-chi-può. La crisi di sistema – che dall’economia si estende a politica e società – sta erodendo la speranza. Partire è di nuovo un imperativo per tutti noi calabresi, non solo per i fratelli di quello che una volta chiamavamo “terzo mondo”. Bisogna, allora, concentrarsi sulla necessità (o almeno la possibilità) di rimanere là dove si è nati, nei luoghi della propria infanzia e giovinezza, quelli che ci hanno formato e che meritano di non essere abbandonati ma presi in cura. Questo vale per il calabrese e per il maliano, per il siculo e per il nigeriano o l’indiano o il bengalese…

La prima carità da fare è verso il pezzo di mondo che ci è stato affidato e che sta agonizzando. Più istruzione e cultura perché cambi la mentalità fatalista, perché il senso di giustizia e legalità prevalga sulle scorciatoie mafiose; nuove strutture e investimenti per rilanciare l’imprenditoria locale; maggiore creatività per progettare strade nuove, che mettano a frutto le bellezze climatiche, storiche, e ambientali di cui disponiamo. Certo, è impresa difficile, ma bisogna guardare lontano, non accontentarsi di arrivare a domani mattina. Così si creano davvero le condizioni per accogliere e integrare.

Enzo Romeo

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Sui poveri non ci è dato di
dividerci
La rubrica "Frammenti di speranza" curata dal vescovo Francesco Oliva per Pandocheion-Casa che accoglie. La riflessione pubblicata sul numero di gennaio.

Sui poveri non ci è dato di dividerci

 

 

 

Il cardinale Bassetti, nell’introdurre i lavori dell’ultimo Consiglio Episcopale Permanente, ha espresso parole di ringraziamento nei confronti della comunità di Torre Melissa, un paese vicino a Crotone, dove la gente nei giorni scorsi si è mobilitata per salvare una barca piena di stranieri, che rischiava di ribaltarsi e fare naufragio. Vi ha colto un messaggio di “solidarietà corale”. Di quella “solidarietà corale”, di cui ha bisogno anche la nostra Locride, ove l’emergenza sanità si accompagna ad altre non meno gravi. Penso alla mancanza di lavoro soprattutto per i giovani, ai problemi ambientali, alla denatalità, all’ordine pubblico, alle disfunzioni nei servizi sociali essenziali. Una “solidarietà corale”, che invoca unità politica ed amministrativa sui veri problemi della comunità, quell’unità che si realizza sui valori della Costituzione (dignità, uguaglianza, giustizia, lavoro, famiglia, sanità, ambiente), e che rende la politica “la forma più alta della carità” (San Paolo VI). C’è chi all’interno del mondo cattolico pensa al ritorno all’unità politica dei cattolici. Cosa conveniente se è un invito rivolto a recuperare unità intorno a quel nucleo di valori che costituisce il cuore della dottrina sociale della Chiesa e ad operare coerentemente con essi. Ma sarebbe fuorviante se, nell’ottica del passato, si volesse ritornare a riproporre vecchie logiche di partito. Oggi c’è bisogno piuttosto di recuperare l’entusiasmo di fare rete e di creare relazioni di dialogo e di collaborazione tra quanti, stanchi della politica fatta di inciuci ed intrighi di partito, sognano i valori alti della “solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 Costituzione Italiana) e sentono forte l’impegno personale a rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che “limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della stessa Costituzione).

Sui poveri non ci è dato di dividerci”. Lo afferma con grande acutezza e profondità di pensiero lo stesso cardinale Bassetti, che offre l’indicazione di un percorso che vale per i poveri, ma che può avere più ampia applicazione. Può valere come invito a lavorare insieme per l’unità del Paese, a convergere e fare rete sui problemi più urgenti, a condividere esperienza e innovazione “senza cercare interessi di bottega”. Sui bisogni e sulle emergenze non ci è dato dividerci. Una politica che si divide su di essi non è la politica che fa l’interesse del paese. Il vero politico s’impegna a dare voce a chi non ha voce, a camminare tra la gente, a non cercare potere o affari attraverso il consenso ricevuto, a farsi “popolare”, per ascoltare il grido di bisogno delle fasce sociali più deboli. Fa della politica una palestra di umanità, un osservatorio intelligente, dal quale si tengono sotto controllo fenomeni, che vanno a discapito del bene comune. Un osservatorio dal quale si colgono ed affrontano le situazioni di disagio, di sofferenza, d’ingiustizia e di povertà. E’ questo il compito di ogni politico ed, in particolare, del cattolico. Al cattolico impegnato in politica, in nome dei valori in cui crede, è chiesto di essere costruttore di unità e di più ampie convergenze sui problemi della comunità. Egli, però, deve stare lontano da una politica litigiosa, fonte di divisioni e contrapposizioni, non cadere in sterili polemiche, in una dialettica astratta a spese del cittadino, che punta il dito contro un’altra parte, che non favorisce strategie di dialogo e d’incontro, che crea pericolose tensioni e distrae dai veri problemi. E’ questa purtroppo la mala politica, cinica e spietata, che fa spettacolo in tante piazze, che non guarda in faccia ai gravi problemi della nostra società, che divide gli animi ed allontana, soprattutto i più giovani, dalla partecipazione sociale e civile.

Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace

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