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Un ecografo per l’Ospedale di Locri Dono del Vescovo e dei Sacerdoti

 

 

I sacerdoti della Diocesi di Locri-Gerace fanno dono di un ecografo al Presidio Ospedaliero di Locri. L’emergenza causata dalla diffusione del coronavirus ha fatto scattare in ogni dove la gara della solidarietà; la Chiesa è stata presente dall’inizio con la preghiera e con aiuti economici a favore delle strutture sanitarie e, attraverso la Caritas, per il sostegno alle fasce più deboli.

Nella Chiesa di Locri-Gerace, il Vescovo monsignor Francesco Oliva, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutti gli operatori pastorali delle singole parrocchie si stanno prodigando, nonostante le oggettive difficoltà, per andare incontro a chi soffre più degli altri gli effetti di questa emergenza.

Sin dal primo momento, monsignor Oliva ha rivolto il suo pensiero al mondo della sanità, su cui pesano le responsabilità della cura e dell’assistenza sanitaria, mettendo a disposizione un immobile di proprietà della Diocesi, da utilizzare per l’incremento dei posti letto sanitari o per altre esigenze legate all’emergenza.

Risaputa la mancanza di tanti strumenti ospedalieri, il Vescovo ha pensato di donare per il Reparto di Terapia Intensiva un ecografo, per l’acquisto del quale ha chiesto aiuto a tutti i sacerdoti della Diocesi che hanno aderito all’iniziativa. L’ecografo, segno concreto di vicinanza, sarà consegnato nei prossimi giorni.

Per la scelta di questo importante strumento, il vescovo ha consultato esperti in materia sanitaria; questa, in sintesi, è una illustrazione dell’ecografo e delle sue funzionali.

L’utilizzo della ecografia in Terapia Intensiva è divenuta ormai una pratica comune e insostituibile, considerata dal mondo scientifico indispensabile per la cura dei pazienti.

L’ecografo per gli “intensivisti” è come il fonendoscopio del passato, si tratta infatti di uno strumento fondamentale sia per la diagnosi a letto del paziente che per seguire l’andamento terapeutico durante tutto il periodo di permanenza in Terapia Intensiva, riducendo la necessità di altri esami radiologici come l’Rx del torace o l’esame Tac.

L’ecografo donato alla Terapia Intensiva del nostro ospedale è di ultima generazione con software dedicato per le procedure di anestesia e rianimazione, di minimo ingombro e facile da trasportare anche in urgenza, con applicazione di sistema per ecografia polmonare, addominale, accessi vascolari, ecocardiografia, color doppler, anestesia e urgenza.

Progettato per soddisfare tutte le applicazioni “point of care”, ossia gli esami diagnostici da effettuare nel modo più comodo e immediato per i pazienti, preferibilmente laddove si trovano. E’ dotato di monitor  LED da 10,1 pollici con retroilluminazione e ottima qualità di immagine, comandi touch-screen molto intuitivi per facilitare le operazioni anche in condizioni critiche, utilizzabile anche con guanti, ideale per la Terapia Intensiva,  la Sala Operatoria  e in Urgenza, inoltre, incorpora la funzione Needle Mate, che serve a osservare nitidamente posizione e movimento degli aghi e degli utensili che si usano durante le operazioni chirurgiche e la funzione Auto IMTm che serve a misurare automaticamente e in tempo reale lo spessore dell’arteria carotide

In questo particolare momento di emergenza epidemica, è lo strumento fondamentale per la diagnosi della polmonite interstiziale da coronavirus.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

ITALIA IN PREGHIERA – mercoledì 8 Aprile

Avvenire, Tv2000, InBluradio, Sir e Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della CEI, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi mercoledì santo, alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da TV2000 (canale 28) e InBluradio oltre che in diretta Facebook.

Si andrà in onda dal Santuario della Santa Casa di Loreto. A guidare la preghiera sarà l’arcivescovo prelato e delegato pontificio mons. Fabio Dal Cin.

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La morte di un Uomo sulla croce Uno studio di Francesco La Cava sui meccanismi della morte per crocifissione. La scienza concorda pienamente con il racconto evangelico.

Uno studio di Francesco La Cava sui meccanismi della morte per crocifissione. La scienza concorda pienamente con il racconto evangelico.

La morte di un Uomo sulla croce

Le parole dell’apostolo Giovanni come precisi dati clinici

 di Giuseppe Italiano

 


ph. Agensir

In questi giorni che ricordano la passione di Gesù, come non ricordare il medico-umanista Francesco La Cava [Careri (RC), 1877 – Roma, 1958]? Egli nel 1953 ha scritto un libro così intitolato: La Passione e la morte di N.S. Gesù Cristo illustrate dalla scienza medica (Napoli, M. D’Auria Editore Pontificio). Libro che, approfondendo gli studi sul meccanismo della morte per crocifissione, segna una svolta nella letteratura intorno agli ultimi istanti, sul Calvario, di Gesù: il quale soffre e muore sulla croce come una qualsiasi persona sana, dal fisico perfetto e senza alcuna malattia preesistente. Francesco La Cava smantella l’ipotesi, sostenuta da alcuni studiosi, della presenza in Cristo di una pleurite; nonché la tesi che la Sua morte sia stata provocata dalla rottura della parete del cuore. Egli dimostra che il liquido che fuoriesce dal Suo costato non proviene dalla pleura, ma dall’idrotorace che si era formato per l’atteggiamento inspiratorio del cruciarius; e che la separazione di tale liquido (sangue e successivamente acqua) sta scientificamente a dimostrare che il cuore di Cristo era integro.

La Cava, scopritore nel 1923 del volto di Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina (tra le pieghe della pelle di San Bartolomeo), ricava dal Vangelo i dati clinici che gli permettono di esaminare il caso; precisamente dalle parole di Giovanni, testimone oculare della morte del Maestro. E le usa – lui, uomo di fede – come reperto necroscopico. E sono quelle relative al colpo di lancia di Longino sul fianco destro di Gesù già morto. Colpo che provoca la fuoriuscita di sangue e di acqua, nettamente; prima sangue e poi acqua. Giovanni mantiene la sua consueta chiarezza: «continuo exivit sanguis et aqua» (Gv 19, 34), «subito ne uscì sangue e acqua».

Lo studio di La Cava è la dimostrazione scientifica della esattezza delle parole di Giovanni.

E prende l’avvio dall’orto di Getsemani, dove Gesù si ritira e dove rivela chiaramente la sua condizione umana: con il bisogno di solitudine nell’imminenza della morte, con la tristezza e l’angoscia che prova (cfr. Mt 26, 37).

Prima di intraprendere il percorso che, per le vie di Gerusalemme, porta al Calvario, Gesù subisce le umiliazioni più prostranti: viene deriso, legato, ingiuriato, flagellato, incoronato con spine. Ed era stato tradito da Giuda, abbandonato dai discepoli, tradito dal popolo che prima l’aveva accolto con le palme e poi lo manda a morte, preferendo salvare Barabba; e rinnegato da Pietro.

In tali condizioni psico-fisiche, Gesù percorre quasi per intero il chilometro della via crucis; arriva all’inizio del tratto finale (molto ripido) avendo già la cosiddetta dispnea da sforzo, cioè l’affanno. I giudei si accorgono e, per evitarGli la morte prima della crocifissione, Lo alleggeriscono della croce, che viene caricata sulle spalle del Cireneo.

Tre ore circa dura la sua agonia sulla croce. Un solo lamento: «Ho sete». Gli esegeti hanno interpretato queste parole nel significato di sete divina di redenzione delle anime. La Cava precisa che si tratta di sete umana; della sete di un uomo che non mangiava e non beveva da almeno 24 ore, che aveva perduto sangue per la flagellazione, per la corona di spine, per la crocifissione; che era nello stato febbrile per le ferite già infiammate.

La morte, quindi, sopraggiunge dopo breve agonia, considerato che vengono registrati casi di condannati che hanno resistito sulla croce fino a otto/nove giorni. Tanto che i soldati non Gli rompono le gambe, come invece fanno con i due ladroni, ancora in vita. La rottura delle gambe procurava subito la morte.

E, dopo il colpo di Longino, lo spruzzo di sangue e acqua. Alcuni studiosi giustificano il sangue con la rottura della parete del cuore stesso, dovuta alle sue violente contrazioni; e attribuiscono il flusso dell’acqua alla ferita del pericardio, la membrana che avvolge il cuore e che contiene una certa quantità di liquido.

La Cava osserva che la rottura spontanea del cuore è evento assai raro. E aggiunge che, se anche così fosse stato, non si sarebbe potuto verificare la fuoriuscita distinta di sangue e acqua, poiché, nel cavo pleurico, i due elementi si sarebbero mescolati. Precisa che il prolungato atteggiamento inspiratorio di Cristo, appeso alla croce, aveva portato la grande vena azygos, dalla parte destra, ad inturgidirsi di sangue; così come le altre vene endotoraciche; la cui pressione aveva provocato la trasudazione di siero e il formarsi dell’idrotorace. Il sangue, scuro, proviene quindi dalla vena colma; l’acqua, ben distinta, dall’idrotorace da stasi del cavo pleurico.

L’indagine anatomo-patologica e la fede concordano nella lucida spiegazione del medico La Cava, affascinato dalla scienza medica e dalla Passione di un Uomo necessariamente perfetto per poter profondamente soffrire.

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E’ risorto per noi!   Il messaggio per la Santa Pasqua di monsignor Francesco Oliva

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Ogni anno è Pasqua, ma non è mai la stessa. Proprio perché non si tratta di semplice ricorrenza. È un evento straordinario che irrompe nella storia, ieri come oggi. Un evento tanto imprevedibile quanto sperato. Anche da chi distratto cammina senza meta. È l’evento che riguarda il Signore che ha vinto la morte, spalancando le porte di quel Sepolcro che era lì a paralizzare le speranze di tutti. Quel sepolcro vuoto ridona vita alle attese dell’uomo, alle nostre attese.

Sono attese di vita, di resurrezione, di pace.

Attese di vita, di una vita rinnovata, passata attraverso il crogiolo della prova e della passione, e ancor più della morte. Quella passione annunciata che aveva scandalizzato e tramortito i discepoli che seguivano Gesù e che quell’annuncio aveva fatto cadere in un’angoscia totale. La morte dopo quella Pasqua non ha più potere, non è più l’ultima parola detta sulla nostra esistenza. Il Dio della vita è più forte di essa, l’ha vinta, ricreando l’umano vero, purificato dall’ingiustizia, dalla violenza e dall’egoismo senza cuore. C’è bisogno oggi di una nuova umanità, capace di sentimenti forti, dello sguardo attento alle sofferenze e alle ferite di chi è smarrito e solo. Troppe morti! Tanti cuori spenti! Tanta violenza, inutile violenza, insopportabile corruzione! Quanti scarti di umanità attorno a noi! Abbiamo bisogno della pasqua, di quel passaggio che rialza la nostra umanità.

Attese di risurrezione. Nessuno vuol vedere frustrati i sogni e le attese. Nessuno vuol vedere finite le sue relazioni più belle, la vita amata sin dal primo momento. Nessuno vuol vedere finite nel nulla le gioie e le speranze. O perdere gli amici più cari, il bene che ha saputo costruire, anche a fatica, l’affetto della famiglia, gli amori che hanno sfidato il tempo che passa. Risorgere è la parola che fa primavera, che fa rinascere tutte queste attese, che fa sperare nella vita e nell’amore che non finisce. Ecco la vera risurrezione: la vita che ritorna a fiorire immersa nell’infinito amore del Dio che crea ed è fonte di vita. Il Signore fa fiorire quel giardino che custodiva il sepolcro nuovo, raccoglie le lacrime della vedova di Nain, che piange il suo figlio morto, rialza l’amico Lazzaro, venuto a mancare in sua assenza, ridona la vita alla figlioletta del centurione, che prende per mano e riconsegna agli affetti più cari. E’ il Signore che fa vivere, che libera dalla disperazione, dalla morte, dalla solitudine, dall’indifferenza, che risolleva e fa risorgere dalle vite spente, dalle vite senza sogno e senza fuoco. Lui che dice di sé: “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me non morirà in eterno”. Egli è Colui che non desiste finché non ha raggiunto e fatto fiorire l’ultimo ramo della creazione, l’ultimo oscuro angolo del cuore umano.

Attese di pace, la pace vera che libera dal male, dalle ingiustizie e dal peccato. Quel peccato che si annida nelle pieghe più profonde della nostra società, ma anche della nostra vita. Attesa di pace per ogni cuore che torna ad essere riconciliato con sé stesso ed il mondo intero. Quella riconciliazione donata dal Padre al figlio che non sopportava più la sua vicinanza: è riconciliazione con la vita, con la bontà, con l’universo. Non c’è pace senza riconciliazione. Non c’è riconciliazione senza perdono. Non c’è perdono senza accoglienza dell’altro, qualunque ne sia l’origine ed il colore della pelle, il credo religioso. Non c’è accoglienza senza rispetto. Non c’è rispetto senza accoglienza. Non c’è accoglienza senza dialogo. Non c’è dialogo senza fraternità.  Non c’è fraternità senza amore. Non c’è amore senza Dio. Non c’è Dio che non generi vita e risurrezione. Con Lui tutto si ricompone. Anche il cuore diviso.

Ed allora viviamo la Pasqua, viviamola nell’attesa del Risorto. Cerchiamolo ogni giorno nella fitta trama delle nostre ore. Risorgiamo dall’incapacità di perdonare, cancelliamo la memoria amara del male ricevuto, che c’inchioda ai nostri ergastoli interiori e crea legami imbarazzanti. Togliamo la durezza del cuore. S’intoni l’alleluia pasquale, facendo spazio al Dio che ama senza soste. E’ Lui a rimuovere ogni pietra dai nostri sepolcri. Splenda su tutti il suo volto che vince la morte ed infonde eterno amore.

C’è il Risorto con noi! E’ Pasqua per tutti!

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Vivere il Mistero Pasquale nell’incontro col Risorto! Si apre la Settimana Santa. Il Vescovo di Locri-Gerace accompagna il cammino della comunità diocesana.

Con la celebrazione della Domenica delle Palme è iniziata la settimana santa. Una settimana molto attesa e partecipata nelle nostre comunità. C’è chi attende con impazienza i riti e le tradizioni popolari, che hanno scandito e continuano a scandire la fede semplice del nostro popolo.  Oggi però in un mondo secolarizzato dobbiamo chiederci: sino a che punto è sufficiente contentarsi di assistere a questi riti? Non è il caso di guardare oltre, più in profondità, facendo nostro il messaggio di fede che attraverso di essi sin dalla loro origine s’è sempre inteso comunicare?

La celebrazione delle palme è anche la giornata dei giovani. Nella Basilica di Gerace tantissimi giovani e adolescenti hanno vissuto un pomeriggio meraviglioso che li ha aiutati ad entrare nel clima della settimana santa.

La Liturgia delle palme ci mostra che il Signore non ci ha salvati con un ingresso trionfale o mediante dei potenti miracoli, ma con l’esempio del Signore che si china su di noi. E noi non possiamo amare senza farci prima amare da Lui, senza sperimentare la sua sorprendente tenerezza.

Un appuntamento diocesano molto importante avverrà il mercoledì santo alle ore 18 con la messa crismale nella Basilica di Gerace, ove si riuniscono tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ed il popolo di Dio ed i adulti giovani cresimandi. Saranno benedetti gli oli santi che in tutte le parrocchie verranno usati nella celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell’unzione dei malati, nelle ordinazioni sacerdotali.

Il Giovedì santo dà inizio al Triduo pasquale. Con il gesto della lavanda dei piedi, il Signore si abbassa fino ai piedi dei discepoli, come solo i servi facevano. E il giorno dopo quell’Ultima Cena. Nel pomeriggio è per me importante vivere un momento di preghiera nel carcere di Locri, in modo da poter esprimere la vicinanza della comunità a quanti sono in esso ospiti. Lavare loro i piedi è riproporre la via del servizio come via di reintegrazione e di reinserimento sociale. Solo la conversione al servizio della carità può ridonare a chi ha sbagliato la gioia di vivere ed il recupero umano e sociale.

Il Venerdì Santo, giorno della passione e morte del Signore, si rivela il volto vero di Dio, che nel suo essere misericordia apre le porte del paradiso al ladrone pentito e tocca il cuore del centurione. Se è abissale il mistero del male, infinita è la realtà dell’Amore che lo ha attraversato.

Rinnoviamo la fede nel Crocifisso e volgiamo lo sguardo a Lui, chiedendo la grazia di capire qualcosa di più del mistero del suo annientamento per noi; e così, in silenzio, poter contemplare il grande mistero d’amore di questa Settimana.

Il sabato santo è giorno in cui la Chiesa resta in silenziosa attesa insieme a Maria madre addolorata. E’ il giorno in cui non celebra l’Eucaristia ed i fedeli si preparano alla grande veglia pasquale, madre di tutte le veglie.

Come di tradizione parteciperò e presenzierò alla celebrazione in Cattedrale a Locri. Chiedo alle comunità parrocchiali di ritrovarsi intorno al Risorto nell’unica celebrazione della Veglia che sarà nelle chiese parrocchiali. Ciò che è essenziale è vivere la Pasqua nell’incontro con il Signore, riconciliati nell’animo grazie al perdono ricevuto con la confessione.

Il giorno di Pasqua celebrerò nella Basilica concattedrale a Gerace, mentre la sera sarò nella chiesa parrocchiale di Stilo. 

Invito a vivere questa Settimana Santa, partecipando ai misteri che vi si celebrano, superando la tentazione di assistere ad essi come ad uno ‘spettacolo’ che suscita, sì, emozioni, ma che poco coinvolge la vita personale. I riti della pietà popolare devono predisporre il nostro animo ad accogliere il Risorto. Non vanno ridotti a folklore o a semplici manifestazioni che non parlano più al nostro cuore e non contribuiscono affatto alla nostra conversione.

A tutti, specie a quanti soffrono o sono soli, auguro una santa Pasqua.

 

Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace

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