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Sul modello del sacerdozio di Cristo Santa Messa Crismale (Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021) - Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva

Santa Messa Crismale

(Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021)

 

Carissimi Confratelli nel Sacerdozio,

Diaconi Religiosi e Religiose,

Fedeli tutti,

 

Il Vangelo ci ha presentato Gesù, che, dopo aver letto il brano del profeta Isaia, afferma che “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). La profezia di Isaia si compie nell’‘oggi’. Gesù annuncia anche il compiersi dell’anno di grazia nell’oggi della sua presenza tra noi. La sua venuta è tempo di pienezza. Anche il nostro tempo, così complesso e difficile, appartiene all’ “oggi” di Cristo:

Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19).

Questa “bella notizia” trova compimento nel nostro ministero sacerdotale. Noi siamo il “compimento”, la pienezza di quell’annuncio, essendo costituiti “per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Ebr 5, 1). Sul modello del sacerdozio di Cristo compiamo le azioni che Egli stesso ha compiuto. Egli ha scelto la via dell’incarnazione, dell’essere vicino, tra la gente, intervenendo di fronte alle miserie umane e mostrando il Regno di Dio. È questa la via maestra della Redenzione, che raggiunge i più bisognosi, gli oppressi, i prigionieri, i ciechi, gli ultimi della società. Gesù esce dal tempio, per andare incontro agli smarriti e agli sfiduciati. Sceglie la via della vicinanza, quella che la gente chiede ai sacerdoti:

Quando la gente dice di un sacerdote che “è vicino”, di solito fa risaltare due cose: la prima è che “c’è sempre” (contrario del “non c’è mai”, “Lo so, padre, che Lei è molto occupato” – dicono spesso). E l’altra cosa è che sa trovare una parola per ognuno. “Parla con tutti – dice la gente –: coi grandi, coi piccoli, coi poveri, con quelli che non credono… Preti vicini, che parlano con tutti” (papa Francesco, Omelia Messa crismale 2018).

Oggi rinnoviamo le promesse sacerdotali, per stringerci ancora di più a Gesù e confermare il nostro impegno a lavorare con maggiore impegno, “quando i giorni sono cattivi” (Ef 5, 16).

Vorrei chiedere a me e a ciascun sacerdote: Che cosa questi mesi di pandemia stanno suscitando in noi? Quali inquietudini e attese? Quali preoccupazioni pastorali?  In che modo stiamo alimentando la fede, la speranza e la carità? Su questi interrogativi mi sono soffermato nella recente lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua “Verso la Pasqua, alba di un nuovo giorno”. In essa ho provato ad aprirvi il mio cuore ed a parteciparvi tutto ciò che ho sperimentato in questo tempo. Un tempo di prova anche per me. A diretto contatto con la malattia: tra medici ed infermieri, in una stanza d’ospedale. Il Signore mi è stato vicino nel silenzio di una camera d’ospedale. Lì ho avvertito anche il conforto e la vicinanza della comunità, tutta la vostra vicinanza. Lì ho sperimentato di persona che sul calvario il Padre è ancora più vicino.

Nell’attuale contesto, il rinnovo delle promesse sacerdotali ravviva il senso della nostra unzione. Quell’unzione che risana ferite e divisioni, specie quelle che si annidano nei rapporti interpersonali, all’interno del presbiterio, nelle comunità parrocchiali, nella società. Quell’unzione, da una parte, ci rafforza e ci pone davanti una fraternità sempre da ricostruire e rigenerare, dall’altra, ravviva sentimenti di gratitudine per il dono ricevuto. Grazie all’ordinazione sacerdotale mediante la sacra unzione e l’imposizione delle mani si rigenera in noi la “gioia della paternità” (Papa Francesco, Omelia 26 giugno 2013). Una paternità che ci rende veramente maturi, che ci fa generatori di vita nuova e portatori di speranza. Per questo la gente ci chiama ‘padri’. E ci chiede di esserlo veramente. Non diamo per scontata la paternità. Essa è una grazia che dobbiamo quotidianamente invocare. Non è frutto del nostro saper fare o di diplomazia ecclesiastica, ma dono dello Spirito Santo. Non c’è vera paternità che non venga dal Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. È una paternità ad immagine della Trinità. Siamo padri, partecipando della paternità del Dio-Trinità di amore.

Anche a noi i fedeli chiedono quello che l’apostolo Filippo chiese a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8), “facci vedere dove sta il Padre”. È una richiesta legittima, quella di poter vedere il Padre attraverso di noi. Amministrando i sacramenti, annunciando il Vangelo e vivendo la carità ogni sacerdote mostra il Padre. Per questo dietro quella richiesta ce n’è un’altra ancora più diretta: “Mostraci che tu sei Padre”. Che il Signore ci conceda di poter rispondere come Gesù a Filippo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ecco il vero volto del sacerdote: quello che mostra il Padre.

Un fedele quando cerca il sacerdote, lo fa, perché pensa di trovare in lui un padre, capace di ascolto. E quando bussa alla porta dell’ufficio parrocchiale, non va in cerca solo di un documento o di informazioni, ma cerca il volto di un padre, una parola, uno sguardo, un’attenzione. Come preti siamo chiamati ad essere padri nella fede, che non fanno preferenze tra figli di serie A e figli di serie B, che non favoriscano la formazione di gruppi chiusi, poco inclusivi, che non mostrano benevolenza verso alcuni e arroganza e disprezzo verso altri. Quando un fedele chiama il parroco “don”, arciprete, monsignore, esige una relazione di paternità. Questa è l’essenza della paternità sacerdotale. Una paternità che si gioca nella vita quotidiana, nelle parole e nei gesti, nei comportamenti più ordinari.

La sfida che ci attende è quella di recuperare il senso profondo del nostro essere padri. Non sarà facile affrontarla. Per questo invito tutti i fedeli a pregare per i sacerdoti, soprattutto per quelli più anziani e ammalati. Ricordando l’esortazione del Concilio a trattare i presbiteri “con amore filiale, come pastori e padri” (PO, 9).

Papa Francesco, dedicando un anno speciale a San Giuseppe, ha voluto indicarci un modello di paternità in San Giuseppe, che ha vissuto la sua missione di padre

con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”, “nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio” (Francesco, Omelia, 19 marzo 2013).

Questa nostra società detta “senza padri” ha estremo bisogno di riscoprire la paternità di San Giuseppe, che si è distinta per aver custodito Gesù, averlo amato, educato, protetto. Sul modello di san Giuseppe, la paternità del sacerdote si esprime nell’adempimento fedele del ministero ricevuto, in un atteggiamento di accoglienza nei confronti della comunità che gli viene affidato. Il sacerdote sa di essere mandato in una comunità che gli preesiste, che ha una propria storia, ricca di esperienze positive di crescita, ma anche di ferite e miserie. Sa che deve imparare ad amare quella comunità, per il fatto stesso di essere inviato in essa. Amandola, imparerà a conoscerla e potrà rimodularne il cammino pastorale ed eventualmente avviare nuovi percorsi pastorali. Sa di doverla amare “con cuore di padre”, stare vicino ad essa. Sa di doverne essere custode attento, pronto a cambiare se necessario, senza mai irrigidirsi in posizioni pregiudiziali, che non sono in grado di cogliere i cambiamenti e i bisogni della comunità. E soprattutto si farà servo di tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Farà suo lo stile dell’apostolo Paolo:

…mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro” (1 Cor. 9, 19-23).

Ecco lo stile del sacerdote, che vive la paternità, senza porre al centro sé stesso e i suoi pregiudizi, ma il bene di coloro che è chiamato a custodire. La sua è una paternità a tutto campo, che lo fa costruttore di relazioni dei fedeli con Gesù, dei fedeli tra loro e con il territorio che abitano! È il custodire la gente, l’aver cura di ogni persona, dei bambini, di coloro che sono più fragili, degli anziani e di quelli che abitano le periferie.

Nel corso della visita pastorale ho incrociato il volto sofferente di tanti fratelli e sorelle ammalati. Sono rimasto edificato dalla loro serenità e perseveranza nella fede. È stata una bella sorpresa incontrare una così grande solidarietà e impegno nell’assistenza domiciliare dei propri parenti ammalati. “A mi patri e a mi matri ci penso io”. Una frase che mi ha tanto colpito e fatto riflettere. Contiene un patrimonio spirituale proprio della nostra terra, che come sacerdoti dovremo sapere alimentare e custodire. Il nostro compito è nel saper trasmettere questo patrimonio di valori alle generazioni future.

Cari sacerdoti, sappiamo essere custode dei doni di Dio! Ma per “custodire” dobbiamo aver cura di noi stessi! Sa essere custode chi è capace di vigilare sui suoi sentimenti, sulle sue dinamiche interiori, sul suo cuore: è dal cuore che escono le intenzioni, quelle che costruiscono e quelle che distruggono, quelle che edificano e quelle che creano scandalo e distruggono, quelle umili e quelle che acuiscono il proprio orgoglio.

La nostra paternità pastorale esige il servizio, prevede fatica, lavoro quotidiano. Non ammette rilassamento e ricerca del proprio comodo. Il padre è un lavoratore, che non opera per sé. Un padre sfiduciato, ozioso, alla ricerca del suo benessere più che di quello della comunità, un padre in poltrona, è la controfigura della vera paternità. Quale testimonianza possono offrire a chi è disoccupato quei ministri e sacerdoti, che di lavoro ne hanno, e sufficientemente remunerato, ma disattendono con facilità ai loro doveri e responsabilità? La paternità richiede coraggio, fatica e tanto impegno quotidiano. Come padri non possiamo venir meno alla fatica del nostro ministero: dobbiamo vincere la tentazione della facile delega.

La nostra paternità pastorale si svolge nell’ombra come quella di san Giuseppe: è silenziosa. Nel silenzio, senza lamentarci, con pazienza e coraggio, sopportando il peso della fatica quotidiana. È una paternità esercitata anche attraverso le proprie debolezze. Dio, chiamandoci al sacerdozio, non ha fatto affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, ma anche sulle nostre povertà e debolezze:

…Dio può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza… In mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca” (Patris corde, n. 2).

Se questa è la prospettiva del nostro ministero, dobbiamo sapere far tesoro anche delle nostre debolezze.

Ringrazio il Signore per il coraggio creativo di voi sacerdoti, che mi siete collaboratori, vivendo la paternità nelle comunità parrocchiali. Vi ringrazio per la vostra comprensione, per il servizio prestato, per la comunione che cercate di realizzare tra voi e con me. Sono tanti i sacerdoti che non godono di buona salute. Per essi chiedo a tutti i fedeli una maggiore e tanta preghiera.

Come san Giuseppe si è fatto carico di una paternità che proveniva dal Padre, anche voi sacerdoti fatevi carico della paternità verso tutti. Assieme a voi anch’io mi sforzo di viverla. E se non vi riesco come vorrei e dovrei, chiedo perdono a tutti ed in particolare a chi fosse risentito o offeso da qualche mio comportamento.

Un ricordo speciale desidero averlo nei confronti dei sacerdoti più anziani e malati: don Giuseppe Zancari, un sacerdote fedele, innamorato della Madonna, con parole di Vangelo sempre sulle labbra; mons. Francesco Laganà, testimone fedele di una tradizione sacerdotale che ci edifica; don Filippo Polifrone, che non si arrende di fronte alle debolezze fisiche e segue con fedeltà il nostro cammino ecclesiale; don Pasquale Costa, che vive la sua vita sacerdotale con tanta pace interiore, circondato dall’affetto dei suoi cari. Hanno portato freschezza giovanile don Giovanni Armeni e don Samir Vega della comunità dei Gaetanini. Ma anche i giovani diaconi Gianluca Longo e Giuseppe Pulitanò. Li accogliamo facendo loro spazio e sostenendoli con la nostra testimonianza e paternità.

Concludendo, richiamo la crisi demografica che colpisce la nostra società, che, unitamente alla crisi genitoriale, mette a rischio la famiglia e la sua missione nel mondo. Per questo il santo Padre ha pensato di dedicare un anno speciale a San Giuseppe ed alla “Famiglia Amoris Laetitia”.

Il Signore ci custodisca tutti nel suo amore e conduca noi, pastori e fedeli, nel cammino della vita. Amen!

✠ Francesco Oliva

Vescovo di Locri-Gerace

 

 

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“L’ascolto ci rende servi e ministri della Parola” Messa crismale - L'omelia del vescovo, monsignor Francesco Oliva

Messa crismale – Basilica concattedrale di Gerace

(

ph. Albano Angilletta

Carissimi fratelli nel sacerdozio,

è un dono di Dio poter anche quest’anno rinnovare le promesse sacerdotali. Quando le dinamiche della vita possono arrestare lo slancio e l’entusiasmo del giorno in cui fummo unti e consacrati col sacro olio, è giusto ravvivare il nostro impegno di sequela, ritrovare il coraggio di essere più uniti al Signore, motivati non da interessi umani, ma dall’amore per la chiesa ed i fratelli.

Vorrei richiamare la comune riflessione sul fondamentale rapporto con la Parola di Dio, indispensabile per formare il cuore di un buon pastore. L’apostolo Paolo, a Mileto, nel discorso di addio rivolto ai presbiteri-vescovi invita ad affidarsi e a sentirsi affidati “al Signore e alla Parola della sua grazia” (At 20,32), ad esserne ascoltatori, a stare “dentro” la Parola, che è  “viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12), ed ha in sé il potere di salvare la nostra vita. Essere affidati alla Parola è avere con essa grande familiarità, che non è solo conoscerne l’aspetto linguistico o esegetico, pur necessario, quanto accostarsi ad essa con cuore docile e orante, perché possa penetrare nei pensieri e nei sentimenti, in tutto il nostro essere, in modo da generare quella mentalità nuova, che fa dire all’Apostolo: “Noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16).

“Rimanendo” nella Parola, ci formeremo al pensiero di Cristo da veri discepoli del Signore. L’ascolto presuppone la fede: “fides ex auditu” (Rm 10, 17). Se ci fidiamo di Colui che parla e perseveriamo in questa dinamica saremo capaci di ascolto e di essere in intimità col Signore. Possiamo ben dire che, se per Dio “in principio era la Parola” (Gv 1,1), per il presbitero “in principio è l’ascolto”. E’ ascolto della voce di Dio, della richiesta di salvezza del nostro tempo, del grido del povero, della nostra stessa umanità. L’ascolto è il cuore della missione di ogni presbitero. Il profeta Geremia ci ricorda il primato dell’ascolto rispetto ad ogni altra azione di culto: “In verità io non parlai né diedi comandi sull’offerta e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Ma questo comandai loro: “Ascoltate la mia voce!” (Ger 7, 22-23). “Ascoltare è meglio del sacrificio” (1Sam 15, 22), aggiunge il profeta Samuele. Il bisogno primario dell’ascolto ci dispone ad accogliere, a custodire e realizzare la Parola, in modo da essere capaci di comunicarla a coloro ai quali siamo stati inviati. Guai se non accogliessimo la Parola come rivolta a noi stessi, ma pensandola solo per gli altri: sarebbe un lasciarla cadere nel vuoto invece che nel proprio cuore (cf 1 Sam 3,19). Nella dinamica dell’ascolto c’è anzitutto l’ascolto-dialogo col Signore, un ascolto che si realizza nella reciprocità: Lui ascolta me ed io ascolto Lui. Lui vede me, i miei limiti, ma anche le mie positività ed io mi sento accolto ed amato da Lui. Lui il Signore vede quello che gli altri non possono vedere, il bene ed il male che c’è in me. Lui sa quando amo, quando c’è rabbia in me. Conosce i sentimenti più nascosti. Ma non condanna, usa misericordia come metodo di relazione ed invita ad avere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 5-7).

All’ascolto della Parola consegue e si alimenta l’ascolto dei fratelli.  E’ l’ascolto più che il parlare a rompere le nostre solitudini, a farci superare il pericolo di chiuderci in noi stessi. Oggi la nostra prima vera opera di misericordia pastorale è proprio l’ascolto dell’altro: ascolto delle sue fragilità ed insuccessi, delle sue preoccupazioni, delle sue attese e speranze. La nostra vera umanità sta nel farci ascolto. E’ un’umanità che imprime alla vita “il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di comprensione” (EG, 169). E’ la prossimità che si fa accoglienza, dialogo, perdono, aiuto e che spinge nei contesti dove le persone vivono e soffrono, in modo da coglierne i bisogni concreti. Nel ministero della consolazione siamo prossimi allo sfiduciato, allo smarrito e a chi ha più bisogno di curare le ferite della vita. La nostra non è una prossimità facile o di comodo: richiede una gratuità che deve divenire stile di vita, preghiera d’intercessione, dono di sé.

La nostra umanità si esprime nell’arte dell’accompagnamento, tanto necessaria nel contesto odierno, in cui forte è il bisogno di essere ascoltati: un bisogno di ascolto personale, quello che fa sentire la persona accolta ed amata.

La disponibilità/capacità di ascolto ci rende uomini di relazione. La nostra missione si connota essenzialmente in senso relazionale: siamo pastori nella misura in cui siamo capaci di relazione.

Viene anzitutto la relazionalità nel presbiterio, una relazionalità che non può essere surrogata da altre forme al di fuori di esso: la relazione con i confratelli e con il vescovo che è di natura sacramentale, quindi necessaria, non può essere ridotta ad una realtà opzionale, affidata alla sensibilità soggettiva. Ci possono essere relazioni difficili o anche spezzate, ma tali situazioni non possono cronicizzarsi. Sono relazioni che nelle dinamiche esistenziali possono anche entrare in crisi. Ma non per questo deve venire meno il dovere di riprendere il dialogo e di usare misericordia e perdono.

La cura delle relazioni nel presbiterio è una condizione essenziale di fecondità della missione che ci è stata affidata. E’ necessario perciò resistere alla tentazione di rifugiarsi nel piccolo gruppo che mette in discussione il buon andamento del ministero, la gratuità delle relazioni, la fiducia reciproca, la collaborazione pastorale. Può accadere che si lavora con alcuni e si escludono gli altri in base a orientamenti di simpatia o di antipatia, magari anche legittimi, che però diventano inaccettabili, se sono occasione di divisione nel presbiterio. E’ di fondamentale importanza che relazioni sacerdotali siano aperte ad una relazionalità inclusiva e non esclusiva. Vivere la relazionalità inclusiva costa fatica, se ci si lascia prendere da “una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione” (EG, n. 78). Non aiuta far prevalere sempre il proprio IO e la propria autoreferenzialità, il puntare il dito, il voler dire sempre l’ultima parola. Per questo non è mai di troppo la cura della bocca e del cuore, che ci invita a custodire la parola e le intenzioni. Se il popolo di Dio ascoltasse tanti nostri discorsi ne sarebbe edificato, perché ricchi di passione per il vangelo? Oppure ne resterebbe sconcertato per l’invidia e la gelosia, se non proprio la maldicenza, che talvolta li attraversa? Non è questa la causa di un ministero deludente e deprimente?

Nel rinnovare le promesse sacerdotali vogliamo ridare vitalità al nostro essere sacerdoti e ricordare la preziosità e bellezza del dono della vocazione. Per ciascuno di noi e per tutta la chiesa. Ogni presbitero saprà rendere ragione della sua vocazione ed essere modello per quei giovani che sono in cerca di riferimenti. Ogni germe di vocazione si sviluppa ed alimenta grazie alla testimonianza di chi vive gioiosamente il sacerdozio. Vi esorto a continuare a pregare per le vocazioni. Lo chiedo a tutti. Ma ciò che più deve preoccupare noi sacerdoti non è tanto il numero ridotto delle vocazioni quanto il rischio di perdere il sapore del Vangelo e di non essere luce che illumina.

Ai sacerdoti, insieme alla preghiera, chiedo di amare questa chiesa. Con le sue rughe, le sue ferite, le sue difficoltà. Senza amore verso questa terra ogni nostra azione pastorale perde di slancio e scade nella routine delle cose da fare.  Qui nella nostra terra vive gente che soffre le ferite di storie che è difficile rimarginare, le difficoltà di un territorio avaro di soddisfazioni. Ma è gente legata ad una tradizione di fede che la sostiene e le dona speranza e fiducia nelle difficoltà della vita. Una fede però che va purificata dalle incrostazioni che la rendono abitudinaria e ripetitiva. Viviamo una realtà nella quale siamo chiamati a superare sia l’approccio ideologico che quello rigorista, sapendo che i processi e le situazioni della vita non possono essere classificati attraverso schemi inflessibili o norne astratte. Ma hanno bisogno di comprensione, di intelligenza critica, di dialogo costruttivo e di grande benevolenza.

Ringrazio tutti voi, cari Presbiteri, religiosi e religiose, per il lavoro e la fatica quotidiana, ma anche per la vostra amicizia e collaborazione. Ringrazio tutti indistintamente. Si cammina insieme. Insieme si cresce. Insieme ci si corregge. So che non mancano i momenti di frustrazione e le delusioni, che spesso provengono da ingenerosità e odiosità: c’è chi non sa apprezzare il vostro lavoro, chi vede e rimarca le vostre fragilità. Gli stessi che pongono ostacoli spesso sono i primi ad avere bisogno ed apprezzare i vostri sforzi, riconoscendovi necessarie guide del loro cammino. Per quanto dipende da voi non manchi l’impegno ad offrire una risposta chiara e coerente alla richiesta di Vangelo che proviene dalla nostra gente.

Siamo in pochi, molti anziani e malati. Il Signore – non dimentichiamolo – ci ha chiamati a far parte di questo presbiterio, e quindi a camminare e lavorare insieme. Mai da soli. Non resta che sostenerci l’un l’altro se vogliamo vivere degnamente la vocazione.

Sentiamo la vicinanza dei fratelli presbiteri anziani e malati (d. Pasquale Costa, d. Giuseppe Zancari, d. Filippo Polifrone). Di tutti i sacerdoti avanti negli anni non possiamo dimenticare la fedeltà, l’esperienza maturata ed il lavoro svolto. Abbiamo sempre bisogno di loro.

Dal cielo prega per noi don Vincenzo Sansalone, venuto a mancare nel mese di novembre scorso, lasciandoci una testimonianza di distacco dalle cose e di povertà evangelica.
Così come dal cielo, partecipa a questa eucaristia padre Michele Ceravolo che ricordiamo con affetto.

A tutti chiedo la bontà di una preghiera, la comprensione ed il perdono.

Possiamo tutti sperimentare la maternità della Chiesa che affidiamo a Maria, la madre della Divina Misericordia. Il Signore benedica il vostro servizio e vi dia la pace del cuore.

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

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