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Veglia di preghiera per la pace in Ucraina e nel mondo Mercoledì 2 marzo 2022 ore 21,00 Cattedrale “S. Maria del Mastro” – Locri

Veglia di preghiera per la pace

in Ucraina e nel mondo

 

Mercoledì 2 marzo 2022 ore 21,00

Cattedrale “S. Maria del Mastro” – Locri

 

La Diocesi di Locri-Gerace, facendo proprie le parole di Papa Francesco che ha invitato tutti ad una giornata di digiuno e di preghiera per la pace, organizza una veglia che sarà presieduta dal vescovo, S.E. monsignor Francesco Oliva, nella Cattedrale di Locri il 2 marzo prossimo, Mercoledì delle Ceneri.

Tutta la comunità diocesana, le associazioni e i movimenti sono chiamati ad unirsi alla preghiera, che vuole essere anche un momento per dare voce, innanzitutto, alle “vittime che la guerra non la scelgono, ma la subiscono” e per fare da eco all’appello di Papa Francesco:

“Vorrei appellarmi a quanti hanno responsabilità politiche, perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è Dio della pace e non della guerra; che è Padre di tutti, non solo di qualcuno, che ci vuole fratelli e non nemici. Prego tutte le parti coinvolte perché si astengano da ogni azione che provochi ancora più sofferenza alle popolazioni, destabilizzando la convivenza tra le nazioni e screditando il diritto internazionale”.

 

La veglia di preghiera sarà trasmessa in diretta streaming su Telemia e sui canali social della diocesi.

©2022 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

da figli AMATI, chiAMATI al dono, progettiAMO un sogno… 3° week end vocazionale

ChiAMATI al dono, progettiAMO un sogno…

3° week end vocazionale

I week end vocazionali organizzati dalla Diocesi di Locri-Gerace giungono al terzo appuntamento. Dal 3 al 5 novembre, i ragazzi e le ragazze partecipanti si ritroveranno presso il Seminario Diocesano “S. Luigi” di Locri, luogo centrale di questa iniziativa che vedrà, come nei primi due week end, la visita di una parrocchia della diocesi.

Sabato 4 e domenica 5 dicembre, infatti, il programma prevede la visita alla parrocchia di Siderno Superiore.

Per le iscrizioni e per qualsiasi altra informazione ci si può rivolgere al vicerettore del Seminario, don Antonio Peduto (antonio_p@live.it), oppure al proprio parroco.

Si ricorda che i Weekend Vocazionali sono rivolti a ragazzi e ragazze di età compresa tra i 14 e i 35 anni e il programma completo prevede otto incontri che termineranno il 5 giugno 2022.

Don Antonio Peduto, che si occupa dell’organizzazione, ribadendo che questi incontri non sono destinati esclusivamente a chi ha “avvertito la chiamata al sacerdozio”, ma sono stati pensati per tutti quei ragazzi e ragazze che vogliono condividere “un percorso di animazione vocazionale per riscoprire la bellezza della vita, dell’incontro e della relazione tra persone e realtà diverse”.

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Immagini del precedente incontro con la visita a  Stilo

 

 

 

 

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Un impegno comune per la salvaguardia del creato Giornata della salvaguardia del creato e del ringraziamento

Giornata della salvaguardia del creato e del ringraziamento

“Tutti siamo chiamati ad un impegno comune per custodire il meraviglioso giardino che Dio ci ha affidato”.

Lo ha ribadito il vescovo di Locri-Gerace, S.E. monsignor Francesco Oliva, in occasione della Giornata della salvaguardia del creato e del ringraziamento che, a livello diocesano, è stata vissuta con una celebrazione presso il Santuario “Nostra Signora dello Scoglio” di Placanica.

Il creato in cui viviamo ci è stato donato perché possiamo goderne tutti insieme: «Se volgiamo lo sguardo attorno -ha detto il vescovo- ci accorgiamo di camminare su una terra e per sentieri ed orizzonti che altri hanno tracciato per noi. Ci accorgiamo che non siamo noi a darci quello che abbiamo e che siamo. Tutto ci è stato donato. Il creato, la casa comune, la natura, l’ambiente in cui viviamo sono stati creati per noi, perché l’abitassimo ed insieme ne godessimo. Pertanto, insieme siamo chiamati a custodire questo meraviglioso giardino e a sentirci a casa nostra, in quell’unica famiglia che ci fa essere “Fratelli tutti”».

Il vescovo ha, però, dovuto ricordare come non sempre l’uomo rispetti la natura e l’ambiente, ne sono un disastroso esempio i numerosi incendi che continuano a rappresentare una minaccia per il territorio.

Spiegando la pagina del vangelo offerta dalla liturgia del giorno, monsignor Oliva ha sottolineato quanto sia pericoloso cadere nell’insidia dell’ipocrisia, come quella manifestata da quanti ostentano una “religiosità formale ed apparente” fatta di “propria vanagloria”, di “ritualismo vuoto” e di “formalismo religioso”; il modello di vita da seguire rimane quello della «povera vedova, che versa come offerta due spiccioli, poca cosa, un nulla, che però era “tutto quello che aveva per vivere».

Il vescovo ha poi spiegato: “Gesù loda quella vedova, che in quel tempo rappresentava la parte della società più indifesa e povera. A Lui non interessa la quantità delle monete, ma quanto peso di vita, di fatica e di speranze sta dentro i suoi pochi spiccioli. Donando quello che aveva, in realtà dona sé stessa, fiduciosa che comunque Dio avrà cura di lei. Di quella vedova non conosciamo né il nome né il volto; ma vediamo il suo cuore, quello che c’è dentro e che conta di più davanti a Dio!”.

Si tratta di una lezione valida per l’uomo di oggi, perché anche nell’epoca in cui viviamo ci sono “troppo ammalati di voglia di apparire, di calcoli meschini, di subdoli interessi egoistici che portano a chiudere il cuore e le mani di fronte a chi chiede aiuto, ed a svuotare gli armadi, pensando di vestire il povero con l‘usato. Gesù vuole aiutarci a comprendere ciò che è essenziale nella nostra vita spirituale, ciò che serve davvero nella relazione con Dio”.

In conclusione, monsignor Oliva ha affermato che il Signore da noi si aspetta “non soldi o cose, ma l’offerta generosa di noi stessi, delle nostre forze e capacità, della nostra disponibilità a seguirlo con fiducia incondizionata. Ciò che più conta per Lui non è quello che abbiamo, ma quello che siamo; non la quantità di quello che diamo, ma con quanto amore lo diamo”.

©2022 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Don Mottola: sacerdote generoso ed illuminato Messaggio dell’Amministratore Apostolico della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea S. E. Rev.ma Monsignor Francesco Oliva per la Beatificazione del Servo di Dio Venerabile Francesco Mottola

 

 

Messaggio

dell’Amministratore Apostolico

della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea

S.E. Rev.ma Monsignor Francesco Oliva

per la Beatificazione del Servo di Dio

Venerabile Francesco Mottola

sacerdote e fondatore degli Oblati

e delle Oblate del Sacro Cuore

Diocesi di Mileto – Nicotera – Tropea

 

“Arde ancora la fiamma e,

finché il povero vaso di coccio

non andrà in frantumi, arderà – cercando i cieli”.

(Don Francesco Mottola)

Sacerdote generoso ed illuminato

L’annuncio della data di Beatificazione di don Francesco Mottola è una grande occasione per la nostra terra di Calabria, per ravvivare in noi i doni e i carismi che contempliamo nella sua figura di testimone di fede, di speranza e di carità. San Giovanni Paolo II, rivolgendosi agli Oblati del Sacro Cuore in occasione di un pellegrinaggio a Roma il 15 settembre 2001, ebbe a dire di don Mottola: “Sacerdote generoso e illuminato della vostra cara Diocesi, egli ha lasciato una traccia profonda nella vita ecclesiale e nel contesto culturale e sociale in cui visse, diffondendo l’influsso della sua azione apostolica ben oltre i confini della Calabria”.

E’ vero: don Mottola ha mostrato l’amorevole presenza di Dio in terra di Calabria, particolarmente agli ultimi e ai poveri, restituendo dignità a coloro che definiva i nuju du mundu. Per essi s’è fatto buon Samaritano, spalancando le braccia e aprendo oasi d’amore, chiamate “Case della carità”.

“Sento la carità come un grande poema sinfonico, che scende dal cielo sulla terra e sale dalla terra al cielo”, così scriveva don Mottola illuminato da quella fiamma che ardeva nel suo cuore. Tutta la sua esistenza, da quando era giovane seminarista fino agli anni della sua sofferenza silenziosa, fu sempre tesa in questa direzione: salvare le anime e aiutare la gente umile e povera della sua terra, per la quale era pronto a dare la sua vita.

L’inizio di un cammino di oblazione

Francesco Mottola nasce a Tropea il 3 gennaio del 1901 da Antonio e Domenica Concettina Bragò. Fu il primogenito di molti figli, di cui sopravvissero con lui il fratello Gaetano e la sorella Titina. Al carattere mite e remissivo del fratello Gaetano, faceva riscontro quello vivace, inquieto e curioso del piccolo Francesco, dotato però di un altruismo che lo portava ad essere delicato e sensibile con tutti. L’ambiente familiare, e specialmente la figura materna, influì tanto sulla sua formazione umana e spirituale. Le preghiere recitate insieme, le semplici e naturali espressioni di ringraziamento per il cibo preso, le visite al Santissimo Sacramento, la devozione a Maria Santissima di Romania, venerata nella Cattedrale di Tropea, il contatto con i Sacerdoti che erano soliti frequentare la sua casa, si dimostrarono molto importanti, facilitando l’apertura del suo animo alla volontà di Dio.

Il seme della vocazione sacerdotale trovò terreno favorevole nel suo cuore. Accolto da piccolo nel seminario di Tropea nel 1911, sarà lui stesso, dopo molti anni, a dare un’immagine di quello che era il “suo” seminario: “Il seminario unito alla Cattedrale da una scala interna forma un tutt’uno con questa, ha come suo, il campanile del Duomo… che sotto incrostazioni barocche, attendeva la risurrezione; ma a noi piccoli, quel chiesone vasto, quelle decorazioni ingenue, quei lampadari di cristallo piacevano, anche per il contrasto con la cappella del seminario nuda e disadorna”. Negli studi riusciva assai bene: lo confermano sia i voti che riportava in modo brillante sia la testimonianza dei suoi compagni che lo indicavano come il più bravo.

Quando aveva appena dodici anni fece la prima grande esperienza della sofferenza: la mamma, che da qualche mese aveva dato alla luce la piccola Titina, in seguito ad una grave crisi depressiva, morì il 21 giugno 1913. Questa perdita segnò di soffusa tristezza la sua infanzia e lo aprì nello stesso tempo al mistero del dolore ed alla sua accettazione nella luce della speranza cristiana. Finiti gli studi ginnasiali, nel 1917 lasciò Tropea per compiere gli studi filosofici-teologici presso il Pontificio Seminario San Pio X di Catanzaro. Su di esso si espresse con parole affettuose e nostalgiche: “Una costruzione solida, quadrata, bella… era il nostro Seminario Regionale: l’Università, come dicevano immancabilmente i carrozzieri di Catanzaro, che ci portavano lassù; ma tutti noi di Calabria sentivamo la gioia del dono che il Papa ci aveva fatto, così regalmente; ci pareva come un riconoscimento pontificale all’intelligenza di questa terra che non ha nessun istituto di cultura superiore… L’aveva voluto il Papa: Pio X Santo, nel cuore della Calabria – cor cordium – per raccogliere in unità i cuori di tutti i calabresi. Si viveva in un’atmosfera di gloria non come vecchi nobili decaduti, ma come giovani che vivono il passato per attuare le glorie del presente”. Nel 1918 si sentì come soggiogato dalla grazia fino a decidere di donarsi completamente al Signore “in perfetta oblazione”, desiderando essere “un certosino della strada”.

La forte carica di autenticità e di impegno costruttivo di alcuni suoi compagni di seminario influì notevolmente nel suo animo, tanto che, insieme, diedero vita ad un piccolo centro di fraternità, di studio e di apostolato, denominato “Circolo di Cultura Calabrese”. Lo Statuto da loro redatto, anche se oggi può apparire frutto di entusiasmo giovanile, denota in questi giovani calabresi il vivo desiderio di aprire cuore e mente alle più impegnative esigenze dello spirito. L’ultimo anno di seminario fu costretto a trascorrerlo quasi sempre a Tropea a causa della sua malferma salute. Ordinato suddiacono a Catanzaro il 10 maggio 1923, ricevette il diaconato a Tropea il 25 dicembre e, sotto lo sguardo materno della Madonna di Romania, il 5 aprile 1924 fu ordinato Sacerdote.

Tutto senza riserve

Dotato di una personalità vivace e di ricca sensibilità, don Mottola affrontò fin dagli anni della formazione sacerdotale un cammino ascetico esigente, alimentato dalla quotidiana preghiera, per dominare il proprio esuberante carattere e identificarsi sempre più a Cristo.

Nel Regolamento di vita scrive: “La ruota maestra della mia vita spirituale sarà l’abbandono, completo e assoluto, nel Cuore di Gesù”. Questo totale affidamento a Cristo trova il suo centro e la sua essenza nell’Eucarestia e si configura come una “oblazione” senza riserve a Dio e ai fratelli. La parola chiave della sua vita, della sua spiritualità ed azione è proprio “oblazione”.

Alcuni giorni prima della sua ordinazione annotava nel Diario: “Non ti chiedo, Signore, che di amarti assai, fino alla follia… Vorrei poter scrivere con l’anima che vuol morire per te. Tu puoi farmi santo: a questo ideale io sacrificherei tutto il mio povero essere, tutta la miseria della mia vita… Gesù dammi, se vuoi, le sofferenze della tua vita pubblica, ma anche il tuo amore, l’ignominia e il tuo amore, il disprezzo e il tuo amore… Il mio sacerdozio! Gesù, percuotimi, ma dammi un sacerdozio santo. Quell’ora sarà la più bella della mia vita: verrò a te con la corona di spine, ma col cuore ardente del desiderio di amarti… Lo so, o tutto o niente: è il tuo dilemma ferreo; ebbene tutto. Tutto, tutto: senza riserve, è il mio fermo proposito in questa vigilia d’armi e di sofferenza”.

Da giovane sacerdote mostrò subito grande passione per l’attività pastorale, anche se era solito ripetere a sé stesso e agli altri che non bisognava mai lasciarsi sfibrare dal lavoro che andava sempre a detrimento dello spirito. Convinto com’era che la santità non consiste nella sola contemplazione e neppure nell’azione-attivismo, visse la sua vita sacerdotale in perfetta oblazione. Dal 1929 al 1942 fu chiamato a dirigere il Seminario vescovile di Tropea, che, in tale periodo, diventerà un “Cenacolo profumato di Eucarestia”.

“Sto bene, qui c’è Gesù”

Cardine della sua attività sacerdotale era l’Eucarestia. Aveva trasformato la cappella dei Nobili di Tropea in un Cenacolo di Adorazione Eucaristica e, proprio da questa cappella, ai piedi di Gesù Eucaristico, presero consistenza le sue opere di apostolato, che più tardi diedero luogo alle “Case” di carità.

Il sacramento della Confessione era per lui “segno efficace della grazia”, ma anche uno spazio, che, sul piano naturale ed umano, offre la possibilità di salvare e far maturare l’individualità dell’uomo. La sua arte di confessore non era tanto una tecnica quanto l’espressione della sua vita intensamente spirituale e l’attuazione della carità verso Dio e verso il prossimo.

Appena trentenne venne affidato al giovane sacerdote il compito delicatissimo di penitenziere della Cattedrale di Tropea. Numerosissimi erano i penitenti che a lui accorrevano: con la sua estrema delicatezza unita ad un’evangelica fermezza, il suo tatto, la sua bontà, la sua umiltà, guidava le anime all’unione con Dio.

“Come confessore, diventava un amico che voleva sinceramente aiutarci a divenire amanti di Dio e del prossimo e, spesso, lo si trovava al confessionale anche dopo mezzogiorno. Nei mesi estivi di gran calura, sapendolo sofferente, lo chiamavo per un momento di ristoro e diceva: “Sto bene, qui c’è Gesù: Tutto, tutto, tutto…” (P. Bonaventura Danza, Vita di Don Mottola).

Consapevole che la fede fiorisce nell’amore e dall’ascolto della Parola divina, Don Mottola fece delle sue doti intellettuali non comuni una pista di lancio per la sua missione ed il suo apostolato. Non avviliva la sua brillante perizia oratoria con puri accorgimenti umani e letterari, ma sapeva tradurla con passione, saggezza ed intelligenza. Parlava con profondità di dottrina e con semplicità; spesso era chiamato a guidare i Ritiri e gli Esercizi Spirituali dei Sacerdoti ed invitato nelle varie Parrocchie di Tropea, di Amantea, di Oppido Mamertina, di Nicotera per i Ritiri dell’Azione Cattolica.

Nota dominante e luminosissima della sua attività sacerdotale fu l’amore, attento e costante, per i sacerdoti. Li accoglieva con cuore delicato e paterno, dedicando molto suo tempo all’ascolto. Per molti di loro la sua parola era come un tocco divino, gli incontri con lui un sollievo e un riprendere coraggio. Avviò un’opera di santificazione del clero già con alcuni piccoli seminaristi di Tropea, durante l’anno scolastico 1927-1928. Lo faceva attraverso il sacramento della Confessione, le conferenze e la corrispondenza epistolare, seguendoli con grande impegno e serietà sino all’ordinazione sacerdotale.

Lo stile del movimento oblato

Don Mottola ha dato vita al movimento oblato: “Dell’ideale oblato, ne parlai nel 1928; ma l’idea mi tormentava l’animo da un pezzo e qualche tentativo di unione sacerdotale s’era già fatto attraverso i ‘Cenacoli’. Ai nostri giorni– diceva – è necessario uno sforzo d’interiorità, far di ogni sacerdote un Cenobita della strada: gli oblati rispondono a questa necessità”. Gli inizi degli Oblati Laici risalgono al 1935, quando era rettore del Seminario di Tropea. Ad alcuni giovani che settimanalmente si recavano da lui per consigli comunicava l’ideale di un apostolato dinamico, animato dalla preghiera tendenzialmente contemplativa, ispirato ai consigli evangelici, vissuto fuori del convento, nella quotidianità, attraverso l’esercizio delle varie professioni, nella famiglia, nelle comunità ecclesiali e nell’impegno sociale. Il senso dell’apostolato oblato consiste nell’unire contemplazione e azione come due polmoni che respirano insieme.

Il gruppo degli Oblati Laici, sebbene ufficialmente sia sorto dopo quello dei Sacerdoti Oblati e delle Oblate del Sacro Cuore, era per lui il “primogenito dell’Idea”, l’Idea che conduce al Regno di Dio. Sin dall’inizio del suo lavoro apostolico, Don Mottola aveva avuto delle collaboratrici impegnate nelle sue varie iniziative: assistenza ai poveri, collaborazione in Seminario, attività varie nell’Azione Cattolica. Tanti ed impegnativi erano le urgenze che richiedevano un tempo pieno di dedizione. Le Oblate si dedicavano all’insegnamento del catechismo, specialmente ai rurali ed agli umili, a promuovere l’Azione Cattolica, a servire Cristo in quanti la sofferenza fisica o morale aveva emarginati. Le considerava Carmelitane della strada. Ad esse si aggiungevano le cosiddette Serve della Carità e le Piccole Lampade.

Attendevano tutte alla perfezione spirituale mediante la preghiera contemplativa e l’apostolato: restare nel mondo per essere pronte ad ascoltare la voce del dolore e delle solitudini.

Don Mottola non è mai stato semplicemente un intellettuale, un uomo di cultura, nonostante la profondità e la ricchezza del suo pensiero, ma ha sempre cercato di vivere la logica dell’incarnazione tra le vicende umane, sociali e spirituali della sua gente. Mai fu vittima della tentazione di estraniarsi dal mondo o di chiudersi nella cella del suo mondo: i suoi non erano i sogni astratti di chi vive fuori dalla realtà, ma espressione del grande desiderio di preoccuparsi degli altri, di avere gli occhi aperti sul bisogno del fratello. Portare Cristo agli altri era la sua vera inquietudine, sempre mosso dalla passione di testimoniare Cristo apertamente, senza riserve.

La sua era una spiritualità contemplativa e attiva, perfezionata dalla dimensione oblativa: vivere come certosini e carmelitane della strada, dove la cella è il cuore, lo spazio dell’offerta è la vita donata nel servizio del proprio stato di vita. Amava dire: “l’apostolato di fatto scende dalla pienezza della contemplazione: come dai nevai la forza dei fiumi, che pur tornano al mare ansiosi di azzurro, per essere riassorbiti dal sole”. L’apostolato per lui era un contemplare ed immergersi nel mistero della Trinità, nel mistero di Cristo e della Chiesa. Alla luce di questa contemplazione era possibile vedere e amare l’uomo, il creato e la realtà quotidiana. Era questo lo sguardo e il cuore che doveva avere ogni presbitero chiamato a narrare con la propria vita l’amore di Dio per il suo popolo. Era questo il sogno di don Mottola che attirò a sé un gruppo di donne, che formeranno poi l’Istituto secolare delle Oblate del Sacro Cuore, un gruppo di donne che “fossero il Cristo che passa ancora sulla terra di Calabria, vivendo l’apostolato del profumo divino da lasciare attorno a loro”. Per fare ciò, occorreva farsi “prestare gli occhi divini di Cristo e attraverso le sue pupille, vedere tutte le cose. Le cose acquistano così unità, verità e bellezza”.

Le Oblate del Sacro Cuore ebbero il riconoscimento vescovile nel 1968 e quello pontificio nel 1975.

Certosini della strada

Essere certosini della strada: ecco il vero carisma e la missione che don Mottola affidava agli Oblati e alle Oblate e a tutti i suoi figli e figlie spirituali. Ma era anche la missione che riconosceva propria di ogni presbitero e di ogni cristiano. Una intuizione profetica che scaturiva dall’idea che non vi può essere azione senza contemplazione: la contemplazione è la sorgente autentica di ogni azione e apostolato sia dei sacerdoti che dei laici.

Non c’è esperienza cristiana che non sia una sintesi armonica tra contemplazione e azione,

inscindibilmente legate tra loro, secondo il noto principio: «Contemplare et contemplata aliis tradere”, contemplare e dare agli altri le cose contemplate.

Sul modello di Maria, alla quale don Mottola faceva sempre riferimento con fiducia filiale, imitandola sia nella “contemplazione” che nel “servizio”, e additando ai suoi Oblati questa perfetta integrazione come una vera e propria “santità sociale”, una forma di apostolato efficace per i nostri tempi. Questa spiritualità, che, non rinunciando al primato della contemplazione, sprona a vivere i consigli evangelici nel mondo e ad accogliere i bisogni dei fratelli, non poteva non essere feconda di iniziative e di attività a favore dei poveri e dei bisognosi.

Le Case della Carità

Fiore all’occhiello della sua attività caritativa sono le numerose istituzioni assistenziali, definite “Case della Carità”. Al centro della sua missione sacerdotale vi era sempre posto per i poveri, per gli ultimi, per i “nuju du mundu”, per “lo scarto della società”, secondo l’espressione di papa Francesco. Diceva: “Noi siamo al servizio dei poveri sia dei vecchi che dei bambini; quindi, si bandisca da noi ogni egoismo. I vecchi si venerino come cosa sacra, i bambini si educhino con cura materna.

Ad ognuno si cerchi di dare la propria via: lo studio, il cucito, il ricamo ecc. Prima si dia una formazione solida, fatta non di sentimento, ma di pensiero, di fede, di carità. Si formano non con la rigidezza di un Istituto, ma con l’amore di una famiglia: la nostra grande famiglia”. Per questa umanità umiliata e privata della sua dignità ideò una “Casa d’oro”, “una casa grande, la casa di tutti, una casa bella, prospiciente il mare, dall’orizzonte largo”. La Casa della Carità doveva essere uno spazio di umanità, “che accoglie i rifiuti di tutti. Non chiede nulla, ma ha bisogno di tutto e aspetta ogni giorno che arde, l’adempimento della promessa di Cristo Gesù” (Faville della lampada).

Questo suo sogno di grande bellezza troverà la sua realizzazione nella prima Casa della carità, che fu inaugurata l’8 dicembre 1936. Un tugurio con tre vecchiette e due bambine.

L’inizio umile di un percorso di carità senza limiti. Ad essa seguì la realizzazione di altre case della carità a Tropea marina, a Parghelia, a Limbadi, a Vibo Valentia, a Roma e dopo la sua morte la Casa di preghiera “Oasi Maranatha” in località Corello e la Casa di riposo “Don Mottola” a Tropea.

Come oro nel crogiolo

Nei primi mesi del 1941, appena quarantenne, cominciò a manifestare i segni di un’evidente stanchezza. La fragilità del suo stato fisico traspare già nel suo diario: “Da Reggio a Tropea, da Tropea a Firenze, e prima di Reggio a Salerno, ho peregrinato da anima a anima. Ma sento tremendo il vuoto di una conquista che non sia conquista interiore di Dio… Sono ora alla casa della Marina, la Casa tua!… Domani sarò a Limbadi, lunedì riapro il Seminario e comincia la mia… pena. Avanti! Ti sento, Gesù, più che mai in me. Ma bisogna che io muoia. È urgentemente necessario che io crocifigga il mio pensiero, il mio cuore, la mia volontà. Sono tre croci mie accanto alla tua divina!”.

Era verso giugno del 1942, quando, giunto alla stazione di Reggio, Don Mottola cadde a terra privo di sensi. Iniziava così il suo calvario durato ben ventisette anni! Ebbe modo di vivere il Vangelo della sofferenza, senza mai perdersi d’animo. Non uscì mai dalla sua bocca – come afferma la sorella Titina – “un’espressione d’insofferenza… Ha sempre accettato con serenità e gioia… In tutti questi anni ha sempre rispettato con estrema puntualità gli impegni di vita cristiana”. A tutti infondeva forza e speranza. Bastava vederlo celebrare la Santa Messa, per rendersi conto della profonda relazione che aveva con Dio. L’immobilità fisica non fermò, anzi rese più intenso ed efficace il raggio della sua influenza, incidendo in profondità nelle coscienze e lasciandoci una eredità spirituale di grande attualità. Mai si rese estraneo al mondo che lo circondava.

Seguiva con interesse ed entusiasmo i lavori conciliari. Il dolore lo portò ad offrirsi come vittima in una oblazione continua per il raggiungimento di una santità contemplativa.

All’alba del 29 giugno 1969, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, rese il suo spirito a Dio, dopo essersi speso e consumato sino all’ultimo giorno.

“Eccomi, eccomi, eccomi qui…’. Sono le parole che possono esprimere in estrema sintesi la ‘meravigliosa avventura’ di una vita sacerdotale interamente offerta.

Un cammino di santità per tutti

Dopo la sua morte, ben presto fu invocata l’apertura dell’inchiesta diocesana sulle virtù.  Per questo Don Michele Loiacono ed Irma Scrugli, eredi spirituali del Servo di Dio, l’8 dicembre 1973, nominarono Don Domenico Pantano postulatore diocesano per il Processo cognizionale per la Causa di Beatificazione. Il 24 dicembre 1973 Don Pantano presentò il Libello per l’apertura della Causa al Vescovo del tempo Mons. Vincenzo De Chiara, che il 19 gennaio 1974 autorizzava una prima raccolta del materiale necessario. Il vescovo del tempo Domenico Tarcisio Cortese il 26 febbraio 1980 si rivolse alla competente Congregazione delle Cause dei Santi, che il 13 ottobre 1981 diede il nulla osta all’inchiesta diocesana aperta solennemente, alla presenza dell’episcopato calabro l’11 febbraio 1982. Il Tribunale diocesano concluse i lavori il 29 giugno 1988. Esaminata la documentazione, nel corso della fase romana Don Mottola è stato dichiarato Venerabile da Papa Benedetto XVI il 17 dicembre Il 9 dicembre 2011 è stato nominato nuovo postulatore don Enzo Gabrieli che ha seguito la seconda fase, il processo sul miracolo ad un giovane seminarista (Felice Palamara), la notte tra il 13 e il 14 maggio 2010 attribuito all’intercessione del Venerabile don Francesco Mottola. Sulla guarigione, ritenuta miracolosa, presso la curia diocesana di Mileto-NicoteraTropea dall’8 maggio 2012 al 5 aprile 2013 fu istruita l’Inchiesta diocesana, passata alla fase romana nel 2014; dopo l’esame della consulta medica, il Congresso dei teologi e la Sessione ordinaria dei padri Cardinali e Vescovi, il 2 ottobre 2019 papa Francesco ha ordinato la firma del Decreto per la beatificazione.

In data 12 agosto 2021 il Santo Padre Francesco ha dato via libera alla celebrazione del Rito di Beatificazione, delegando il card. Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione della Causa dei Santi. Con la Beatificazione, la Chiesa addita e propone il sacerdote don Mottola come un maestro, un testimone vero di fede, di speranza e di carità, un sacerdote cui i presbiteri tutti, e della Calabria in particolare, possono e debbono guardare con fiducia e speranza. Un sacerdote che ha saputo scrivere con la sua vita una testimonianza di amore.

San Giovanni Paolo II, incontrando a Catanzaro i sacerdoti calabresi, indicava loro questi due modelli: “… i servi di Dio don Francesco Mottola di Tropea e il P. Gaetano Catanoso di Reggio Calabria, che hanno vissuto la loro vita sacerdotale dando quotidiana e coerente testimonianza di una forte tensione per l’elevazione morale e religiosa e per il riscatto sociale della propria gente”. Padre Gaetano Catanoso è già Santo, don Mottola sta per essere proclamato Beato.

In don Mottola è possibile vedere il vero volto del sacerdote, di ogni sacerdote, ed in particolare quello dei Sacerdoti del Sacro Cuore, chiamati a vivere da “cenobiti” della strada. Il suo è un percorso di santità che vale per tutti! Don Mottola amava ripetere: “L’apostolato di fatto – per cui abbiamo rifiutato la cella e siamo rimasti viandanti nel mondo – discende dalla pienezza della contemplazione: come dai nevai la forza dei fiumi, che pur tornano al mare, ansiosi di azzurro, per essere riassorbiti dal sole”.

Il nostro tempo ha bisogno di spiritualità, recuperando il valore dell’interiorità. E’ un tempo difficile che invoca il ‘movimento oblato’, il dinamismo della carità e della globalizzazione della solidarietà. Quello che ha dato vita alle Oblate ed agli Oblati del Sacro Cuore, che, solo seguendo la via indicata da don Mottola, sono in grado di esprimere la loro donazione a Dio ed ai sofferenti nella vita frenetica del nostro mondo. Il loro carisma può fare tanto bene alla Chiesa ed alla società. E’ il carisma che porta ad “attendere alla perfezione spirituale mediante la preghiera contemplativa e l’apostolato: restare nel mondo per essere maggiormente pronte ad avvertire la voce del dolore e della solitudine” (don Mottola). E’ il carisma che ogni cristiano, giovane o adulto, celibe o coniugato, può vivere nell’adempimento dei doveri del proprio stato sia collaborando nelle attività parrocchiali che impegnandosi nell’animazione della vita familiare con “il ritorno di Cristo nelle famiglie”.

Tempo di grazia!

E’ un tempo di grazia l’attesa e la beatificazione del nostro amato don Mottola, che avverrà il 10 ottobre 2021: il venerabile Servo di Dio sarà elevato all’onore degli altari ed iscritto nel Calendario dei Santi di questa Chiesa. Un tempo di grazia per imparare a conoscere ed amare un sacerdote vero, che non si piegava ai compromessi ed alle mezze misure. “Lo so o tutto o niente: è il tuo dilemma ferreo, ebbene ho scelto: tutto!” Eccomi tutto! Tutto per Cristo e i fratelli! A tempo pieno col Signore, senza finzioni o ipocrisie! Vedere tutto in Cristo e conseguentemente amare tutto in Lui. “Amore di Cristo e dei fratelli in Cristo, dei fratelli che sono Cristo”. Una visione cristocentrica quella di don Mottola, ancora tanto preziosa. La sua è la testimonianza di un innamorato di Cristo, sempre pronto a seguirlo anche quando c’era da affrontare lunghi anni di malattia, un calvario attraverso il quale era possibile la conformazione a Cristo Crocifisso. “Usque ad sanguinem!”, come soleva dire. Era l’oblazione del sacerdote don Mottola, che vedeva il sacerdote come l’uomo che fa l’Eucaristia, come Cristo si fa Eucaristia: “Diventare buon pane, per essere mangiato fino all’ultima briciola”. Dal sacerdote si aspettava “un amore senza ritorni, senza riposi, senza confini”.

Don Mottola è stato un prete vero, semplicemente prete. Esemplarmente attento ad ogni prete, alla loro formazione a tutto campo. Loro padre nella fede e nella vita. Un riferimento importante per il clero calabrese. Per l’attualità dei suoi insegnamenti e la testimonianza di una vita sacerdotale interamente donata a Cristo ed ai fratelli. Questa beatificazione è un evento di grazia per tutti i sacerdoti di Calabria.

Riviviamo con il beato don Mottola la Via Crucis nella nostra Calabria, umiliata dai roghi dell’indifferenza e del disprezzo della casa comune. In modo da poter dire con Lui:

“Nella mia terra di Calabria, ho rifatto

In ginocchio la Via Crucis: son passato

Per tutti i villaggi, sono sceso in tutti

I tuguri, ho transitato per tutte le quattordici stazioni.

Ho sentito il singhiozzo della mia gente

Nel mio povero cuore: la gente di Calabria

Nel suo itinerario dolorosissimo non ha

conforto – come Gesù.

Ma è Gesù e bisogna confortarlo

Nella salita necessaria al Calvario”

(Faville della lampada, 97).

Affidiamoci all’intercessione del nostro Beato e a quella della Beata Vergine Maria invocata a Tropea con il titolo di Madonna di Romania. A Lei don Mottola tante volte ha elevato il suo sguardo e ha affidato sé stesso e la nostra terra di Calabria.

Tropea, 9 Settembre 2021

Festa della Madonna di Romania

✠ Francesco Oliva

Amministratore Apostolico

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Sul modello del sacerdozio di Cristo Santa Messa Crismale (Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021) - Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva

Santa Messa Crismale

(Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021)

 

Carissimi Confratelli nel Sacerdozio,

Diaconi Religiosi e Religiose,

Fedeli tutti,

 

Il Vangelo ci ha presentato Gesù, che, dopo aver letto il brano del profeta Isaia, afferma che “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). La profezia di Isaia si compie nell’‘oggi’. Gesù annuncia anche il compiersi dell’anno di grazia nell’oggi della sua presenza tra noi. La sua venuta è tempo di pienezza. Anche il nostro tempo, così complesso e difficile, appartiene all’ “oggi” di Cristo:

Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19).

Questa “bella notizia” trova compimento nel nostro ministero sacerdotale. Noi siamo il “compimento”, la pienezza di quell’annuncio, essendo costituiti “per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Ebr 5, 1). Sul modello del sacerdozio di Cristo compiamo le azioni che Egli stesso ha compiuto. Egli ha scelto la via dell’incarnazione, dell’essere vicino, tra la gente, intervenendo di fronte alle miserie umane e mostrando il Regno di Dio. È questa la via maestra della Redenzione, che raggiunge i più bisognosi, gli oppressi, i prigionieri, i ciechi, gli ultimi della società. Gesù esce dal tempio, per andare incontro agli smarriti e agli sfiduciati. Sceglie la via della vicinanza, quella che la gente chiede ai sacerdoti:

Quando la gente dice di un sacerdote che “è vicino”, di solito fa risaltare due cose: la prima è che “c’è sempre” (contrario del “non c’è mai”, “Lo so, padre, che Lei è molto occupato” – dicono spesso). E l’altra cosa è che sa trovare una parola per ognuno. “Parla con tutti – dice la gente –: coi grandi, coi piccoli, coi poveri, con quelli che non credono… Preti vicini, che parlano con tutti” (papa Francesco, Omelia Messa crismale 2018).

Oggi rinnoviamo le promesse sacerdotali, per stringerci ancora di più a Gesù e confermare il nostro impegno a lavorare con maggiore impegno, “quando i giorni sono cattivi” (Ef 5, 16).

Vorrei chiedere a me e a ciascun sacerdote: Che cosa questi mesi di pandemia stanno suscitando in noi? Quali inquietudini e attese? Quali preoccupazioni pastorali?  In che modo stiamo alimentando la fede, la speranza e la carità? Su questi interrogativi mi sono soffermato nella recente lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua “Verso la Pasqua, alba di un nuovo giorno”. In essa ho provato ad aprirvi il mio cuore ed a parteciparvi tutto ciò che ho sperimentato in questo tempo. Un tempo di prova anche per me. A diretto contatto con la malattia: tra medici ed infermieri, in una stanza d’ospedale. Il Signore mi è stato vicino nel silenzio di una camera d’ospedale. Lì ho avvertito anche il conforto e la vicinanza della comunità, tutta la vostra vicinanza. Lì ho sperimentato di persona che sul calvario il Padre è ancora più vicino.

Nell’attuale contesto, il rinnovo delle promesse sacerdotali ravviva il senso della nostra unzione. Quell’unzione che risana ferite e divisioni, specie quelle che si annidano nei rapporti interpersonali, all’interno del presbiterio, nelle comunità parrocchiali, nella società. Quell’unzione, da una parte, ci rafforza e ci pone davanti una fraternità sempre da ricostruire e rigenerare, dall’altra, ravviva sentimenti di gratitudine per il dono ricevuto. Grazie all’ordinazione sacerdotale mediante la sacra unzione e l’imposizione delle mani si rigenera in noi la “gioia della paternità” (Papa Francesco, Omelia 26 giugno 2013). Una paternità che ci rende veramente maturi, che ci fa generatori di vita nuova e portatori di speranza. Per questo la gente ci chiama ‘padri’. E ci chiede di esserlo veramente. Non diamo per scontata la paternità. Essa è una grazia che dobbiamo quotidianamente invocare. Non è frutto del nostro saper fare o di diplomazia ecclesiastica, ma dono dello Spirito Santo. Non c’è vera paternità che non venga dal Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. È una paternità ad immagine della Trinità. Siamo padri, partecipando della paternità del Dio-Trinità di amore.

Anche a noi i fedeli chiedono quello che l’apostolo Filippo chiese a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8), “facci vedere dove sta il Padre”. È una richiesta legittima, quella di poter vedere il Padre attraverso di noi. Amministrando i sacramenti, annunciando il Vangelo e vivendo la carità ogni sacerdote mostra il Padre. Per questo dietro quella richiesta ce n’è un’altra ancora più diretta: “Mostraci che tu sei Padre”. Che il Signore ci conceda di poter rispondere come Gesù a Filippo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ecco il vero volto del sacerdote: quello che mostra il Padre.

Un fedele quando cerca il sacerdote, lo fa, perché pensa di trovare in lui un padre, capace di ascolto. E quando bussa alla porta dell’ufficio parrocchiale, non va in cerca solo di un documento o di informazioni, ma cerca il volto di un padre, una parola, uno sguardo, un’attenzione. Come preti siamo chiamati ad essere padri nella fede, che non fanno preferenze tra figli di serie A e figli di serie B, che non favoriscano la formazione di gruppi chiusi, poco inclusivi, che non mostrano benevolenza verso alcuni e arroganza e disprezzo verso altri. Quando un fedele chiama il parroco “don”, arciprete, monsignore, esige una relazione di paternità. Questa è l’essenza della paternità sacerdotale. Una paternità che si gioca nella vita quotidiana, nelle parole e nei gesti, nei comportamenti più ordinari.

La sfida che ci attende è quella di recuperare il senso profondo del nostro essere padri. Non sarà facile affrontarla. Per questo invito tutti i fedeli a pregare per i sacerdoti, soprattutto per quelli più anziani e ammalati. Ricordando l’esortazione del Concilio a trattare i presbiteri “con amore filiale, come pastori e padri” (PO, 9).

Papa Francesco, dedicando un anno speciale a San Giuseppe, ha voluto indicarci un modello di paternità in San Giuseppe, che ha vissuto la sua missione di padre

con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”, “nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio” (Francesco, Omelia, 19 marzo 2013).

Questa nostra società detta “senza padri” ha estremo bisogno di riscoprire la paternità di San Giuseppe, che si è distinta per aver custodito Gesù, averlo amato, educato, protetto. Sul modello di san Giuseppe, la paternità del sacerdote si esprime nell’adempimento fedele del ministero ricevuto, in un atteggiamento di accoglienza nei confronti della comunità che gli viene affidato. Il sacerdote sa di essere mandato in una comunità che gli preesiste, che ha una propria storia, ricca di esperienze positive di crescita, ma anche di ferite e miserie. Sa che deve imparare ad amare quella comunità, per il fatto stesso di essere inviato in essa. Amandola, imparerà a conoscerla e potrà rimodularne il cammino pastorale ed eventualmente avviare nuovi percorsi pastorali. Sa di doverla amare “con cuore di padre”, stare vicino ad essa. Sa di doverne essere custode attento, pronto a cambiare se necessario, senza mai irrigidirsi in posizioni pregiudiziali, che non sono in grado di cogliere i cambiamenti e i bisogni della comunità. E soprattutto si farà servo di tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Farà suo lo stile dell’apostolo Paolo:

…mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro” (1 Cor. 9, 19-23).

Ecco lo stile del sacerdote, che vive la paternità, senza porre al centro sé stesso e i suoi pregiudizi, ma il bene di coloro che è chiamato a custodire. La sua è una paternità a tutto campo, che lo fa costruttore di relazioni dei fedeli con Gesù, dei fedeli tra loro e con il territorio che abitano! È il custodire la gente, l’aver cura di ogni persona, dei bambini, di coloro che sono più fragili, degli anziani e di quelli che abitano le periferie.

Nel corso della visita pastorale ho incrociato il volto sofferente di tanti fratelli e sorelle ammalati. Sono rimasto edificato dalla loro serenità e perseveranza nella fede. È stata una bella sorpresa incontrare una così grande solidarietà e impegno nell’assistenza domiciliare dei propri parenti ammalati. “A mi patri e a mi matri ci penso io”. Una frase che mi ha tanto colpito e fatto riflettere. Contiene un patrimonio spirituale proprio della nostra terra, che come sacerdoti dovremo sapere alimentare e custodire. Il nostro compito è nel saper trasmettere questo patrimonio di valori alle generazioni future.

Cari sacerdoti, sappiamo essere custode dei doni di Dio! Ma per “custodire” dobbiamo aver cura di noi stessi! Sa essere custode chi è capace di vigilare sui suoi sentimenti, sulle sue dinamiche interiori, sul suo cuore: è dal cuore che escono le intenzioni, quelle che costruiscono e quelle che distruggono, quelle che edificano e quelle che creano scandalo e distruggono, quelle umili e quelle che acuiscono il proprio orgoglio.

La nostra paternità pastorale esige il servizio, prevede fatica, lavoro quotidiano. Non ammette rilassamento e ricerca del proprio comodo. Il padre è un lavoratore, che non opera per sé. Un padre sfiduciato, ozioso, alla ricerca del suo benessere più che di quello della comunità, un padre in poltrona, è la controfigura della vera paternità. Quale testimonianza possono offrire a chi è disoccupato quei ministri e sacerdoti, che di lavoro ne hanno, e sufficientemente remunerato, ma disattendono con facilità ai loro doveri e responsabilità? La paternità richiede coraggio, fatica e tanto impegno quotidiano. Come padri non possiamo venir meno alla fatica del nostro ministero: dobbiamo vincere la tentazione della facile delega.

La nostra paternità pastorale si svolge nell’ombra come quella di san Giuseppe: è silenziosa. Nel silenzio, senza lamentarci, con pazienza e coraggio, sopportando il peso della fatica quotidiana. È una paternità esercitata anche attraverso le proprie debolezze. Dio, chiamandoci al sacerdozio, non ha fatto affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, ma anche sulle nostre povertà e debolezze:

…Dio può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza… In mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca” (Patris corde, n. 2).

Se questa è la prospettiva del nostro ministero, dobbiamo sapere far tesoro anche delle nostre debolezze.

Ringrazio il Signore per il coraggio creativo di voi sacerdoti, che mi siete collaboratori, vivendo la paternità nelle comunità parrocchiali. Vi ringrazio per la vostra comprensione, per il servizio prestato, per la comunione che cercate di realizzare tra voi e con me. Sono tanti i sacerdoti che non godono di buona salute. Per essi chiedo a tutti i fedeli una maggiore e tanta preghiera.

Come san Giuseppe si è fatto carico di una paternità che proveniva dal Padre, anche voi sacerdoti fatevi carico della paternità verso tutti. Assieme a voi anch’io mi sforzo di viverla. E se non vi riesco come vorrei e dovrei, chiedo perdono a tutti ed in particolare a chi fosse risentito o offeso da qualche mio comportamento.

Un ricordo speciale desidero averlo nei confronti dei sacerdoti più anziani e malati: don Giuseppe Zancari, un sacerdote fedele, innamorato della Madonna, con parole di Vangelo sempre sulle labbra; mons. Francesco Laganà, testimone fedele di una tradizione sacerdotale che ci edifica; don Filippo Polifrone, che non si arrende di fronte alle debolezze fisiche e segue con fedeltà il nostro cammino ecclesiale; don Pasquale Costa, che vive la sua vita sacerdotale con tanta pace interiore, circondato dall’affetto dei suoi cari. Hanno portato freschezza giovanile don Giovanni Armeni e don Samir Vega della comunità dei Gaetanini. Ma anche i giovani diaconi Gianluca Longo e Giuseppe Pulitanò. Li accogliamo facendo loro spazio e sostenendoli con la nostra testimonianza e paternità.

Concludendo, richiamo la crisi demografica che colpisce la nostra società, che, unitamente alla crisi genitoriale, mette a rischio la famiglia e la sua missione nel mondo. Per questo il santo Padre ha pensato di dedicare un anno speciale a San Giuseppe ed alla “Famiglia Amoris Laetitia”.

Il Signore ci custodisca tutti nel suo amore e conduca noi, pastori e fedeli, nel cammino della vita. Amen!

✠ Francesco Oliva

Vescovo di Locri-Gerace

 

 

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