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Sul modello del sacerdozio di Cristo Santa Messa Crismale (Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021) - Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva

Santa Messa Crismale

(Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021)

 

Carissimi Confratelli nel Sacerdozio,

Diaconi Religiosi e Religiose,

Fedeli tutti,

 

Il Vangelo ci ha presentato Gesù, che, dopo aver letto il brano del profeta Isaia, afferma che “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). La profezia di Isaia si compie nell’‘oggi’. Gesù annuncia anche il compiersi dell’anno di grazia nell’oggi della sua presenza tra noi. La sua venuta è tempo di pienezza. Anche il nostro tempo, così complesso e difficile, appartiene all’ “oggi” di Cristo:

Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19).

Questa “bella notizia” trova compimento nel nostro ministero sacerdotale. Noi siamo il “compimento”, la pienezza di quell’annuncio, essendo costituiti “per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Ebr 5, 1). Sul modello del sacerdozio di Cristo compiamo le azioni che Egli stesso ha compiuto. Egli ha scelto la via dell’incarnazione, dell’essere vicino, tra la gente, intervenendo di fronte alle miserie umane e mostrando il Regno di Dio. È questa la via maestra della Redenzione, che raggiunge i più bisognosi, gli oppressi, i prigionieri, i ciechi, gli ultimi della società. Gesù esce dal tempio, per andare incontro agli smarriti e agli sfiduciati. Sceglie la via della vicinanza, quella che la gente chiede ai sacerdoti:

Quando la gente dice di un sacerdote che “è vicino”, di solito fa risaltare due cose: la prima è che “c’è sempre” (contrario del “non c’è mai”, “Lo so, padre, che Lei è molto occupato” – dicono spesso). E l’altra cosa è che sa trovare una parola per ognuno. “Parla con tutti – dice la gente –: coi grandi, coi piccoli, coi poveri, con quelli che non credono… Preti vicini, che parlano con tutti” (papa Francesco, Omelia Messa crismale 2018).

Oggi rinnoviamo le promesse sacerdotali, per stringerci ancora di più a Gesù e confermare il nostro impegno a lavorare con maggiore impegno, “quando i giorni sono cattivi” (Ef 5, 16).

Vorrei chiedere a me e a ciascun sacerdote: Che cosa questi mesi di pandemia stanno suscitando in noi? Quali inquietudini e attese? Quali preoccupazioni pastorali?  In che modo stiamo alimentando la fede, la speranza e la carità? Su questi interrogativi mi sono soffermato nella recente lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua “Verso la Pasqua, alba di un nuovo giorno”. In essa ho provato ad aprirvi il mio cuore ed a parteciparvi tutto ciò che ho sperimentato in questo tempo. Un tempo di prova anche per me. A diretto contatto con la malattia: tra medici ed infermieri, in una stanza d’ospedale. Il Signore mi è stato vicino nel silenzio di una camera d’ospedale. Lì ho avvertito anche il conforto e la vicinanza della comunità, tutta la vostra vicinanza. Lì ho sperimentato di persona che sul calvario il Padre è ancora più vicino.

Nell’attuale contesto, il rinnovo delle promesse sacerdotali ravviva il senso della nostra unzione. Quell’unzione che risana ferite e divisioni, specie quelle che si annidano nei rapporti interpersonali, all’interno del presbiterio, nelle comunità parrocchiali, nella società. Quell’unzione, da una parte, ci rafforza e ci pone davanti una fraternità sempre da ricostruire e rigenerare, dall’altra, ravviva sentimenti di gratitudine per il dono ricevuto. Grazie all’ordinazione sacerdotale mediante la sacra unzione e l’imposizione delle mani si rigenera in noi la “gioia della paternità” (Papa Francesco, Omelia 26 giugno 2013). Una paternità che ci rende veramente maturi, che ci fa generatori di vita nuova e portatori di speranza. Per questo la gente ci chiama ‘padri’. E ci chiede di esserlo veramente. Non diamo per scontata la paternità. Essa è una grazia che dobbiamo quotidianamente invocare. Non è frutto del nostro saper fare o di diplomazia ecclesiastica, ma dono dello Spirito Santo. Non c’è vera paternità che non venga dal Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. È una paternità ad immagine della Trinità. Siamo padri, partecipando della paternità del Dio-Trinità di amore.

Anche a noi i fedeli chiedono quello che l’apostolo Filippo chiese a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8), “facci vedere dove sta il Padre”. È una richiesta legittima, quella di poter vedere il Padre attraverso di noi. Amministrando i sacramenti, annunciando il Vangelo e vivendo la carità ogni sacerdote mostra il Padre. Per questo dietro quella richiesta ce n’è un’altra ancora più diretta: “Mostraci che tu sei Padre”. Che il Signore ci conceda di poter rispondere come Gesù a Filippo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ecco il vero volto del sacerdote: quello che mostra il Padre.

Un fedele quando cerca il sacerdote, lo fa, perché pensa di trovare in lui un padre, capace di ascolto. E quando bussa alla porta dell’ufficio parrocchiale, non va in cerca solo di un documento o di informazioni, ma cerca il volto di un padre, una parola, uno sguardo, un’attenzione. Come preti siamo chiamati ad essere padri nella fede, che non fanno preferenze tra figli di serie A e figli di serie B, che non favoriscano la formazione di gruppi chiusi, poco inclusivi, che non mostrano benevolenza verso alcuni e arroganza e disprezzo verso altri. Quando un fedele chiama il parroco “don”, arciprete, monsignore, esige una relazione di paternità. Questa è l’essenza della paternità sacerdotale. Una paternità che si gioca nella vita quotidiana, nelle parole e nei gesti, nei comportamenti più ordinari.

La sfida che ci attende è quella di recuperare il senso profondo del nostro essere padri. Non sarà facile affrontarla. Per questo invito tutti i fedeli a pregare per i sacerdoti, soprattutto per quelli più anziani e ammalati. Ricordando l’esortazione del Concilio a trattare i presbiteri “con amore filiale, come pastori e padri” (PO, 9).

Papa Francesco, dedicando un anno speciale a San Giuseppe, ha voluto indicarci un modello di paternità in San Giuseppe, che ha vissuto la sua missione di padre

con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”, “nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio” (Francesco, Omelia, 19 marzo 2013).

Questa nostra società detta “senza padri” ha estremo bisogno di riscoprire la paternità di San Giuseppe, che si è distinta per aver custodito Gesù, averlo amato, educato, protetto. Sul modello di san Giuseppe, la paternità del sacerdote si esprime nell’adempimento fedele del ministero ricevuto, in un atteggiamento di accoglienza nei confronti della comunità che gli viene affidato. Il sacerdote sa di essere mandato in una comunità che gli preesiste, che ha una propria storia, ricca di esperienze positive di crescita, ma anche di ferite e miserie. Sa che deve imparare ad amare quella comunità, per il fatto stesso di essere inviato in essa. Amandola, imparerà a conoscerla e potrà rimodularne il cammino pastorale ed eventualmente avviare nuovi percorsi pastorali. Sa di doverla amare “con cuore di padre”, stare vicino ad essa. Sa di doverne essere custode attento, pronto a cambiare se necessario, senza mai irrigidirsi in posizioni pregiudiziali, che non sono in grado di cogliere i cambiamenti e i bisogni della comunità. E soprattutto si farà servo di tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Farà suo lo stile dell’apostolo Paolo:

…mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro” (1 Cor. 9, 19-23).

Ecco lo stile del sacerdote, che vive la paternità, senza porre al centro sé stesso e i suoi pregiudizi, ma il bene di coloro che è chiamato a custodire. La sua è una paternità a tutto campo, che lo fa costruttore di relazioni dei fedeli con Gesù, dei fedeli tra loro e con il territorio che abitano! È il custodire la gente, l’aver cura di ogni persona, dei bambini, di coloro che sono più fragili, degli anziani e di quelli che abitano le periferie.

Nel corso della visita pastorale ho incrociato il volto sofferente di tanti fratelli e sorelle ammalati. Sono rimasto edificato dalla loro serenità e perseveranza nella fede. È stata una bella sorpresa incontrare una così grande solidarietà e impegno nell’assistenza domiciliare dei propri parenti ammalati. “A mi patri e a mi matri ci penso io”. Una frase che mi ha tanto colpito e fatto riflettere. Contiene un patrimonio spirituale proprio della nostra terra, che come sacerdoti dovremo sapere alimentare e custodire. Il nostro compito è nel saper trasmettere questo patrimonio di valori alle generazioni future.

Cari sacerdoti, sappiamo essere custode dei doni di Dio! Ma per “custodire” dobbiamo aver cura di noi stessi! Sa essere custode chi è capace di vigilare sui suoi sentimenti, sulle sue dinamiche interiori, sul suo cuore: è dal cuore che escono le intenzioni, quelle che costruiscono e quelle che distruggono, quelle che edificano e quelle che creano scandalo e distruggono, quelle umili e quelle che acuiscono il proprio orgoglio.

La nostra paternità pastorale esige il servizio, prevede fatica, lavoro quotidiano. Non ammette rilassamento e ricerca del proprio comodo. Il padre è un lavoratore, che non opera per sé. Un padre sfiduciato, ozioso, alla ricerca del suo benessere più che di quello della comunità, un padre in poltrona, è la controfigura della vera paternità. Quale testimonianza possono offrire a chi è disoccupato quei ministri e sacerdoti, che di lavoro ne hanno, e sufficientemente remunerato, ma disattendono con facilità ai loro doveri e responsabilità? La paternità richiede coraggio, fatica e tanto impegno quotidiano. Come padri non possiamo venir meno alla fatica del nostro ministero: dobbiamo vincere la tentazione della facile delega.

La nostra paternità pastorale si svolge nell’ombra come quella di san Giuseppe: è silenziosa. Nel silenzio, senza lamentarci, con pazienza e coraggio, sopportando il peso della fatica quotidiana. È una paternità esercitata anche attraverso le proprie debolezze. Dio, chiamandoci al sacerdozio, non ha fatto affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, ma anche sulle nostre povertà e debolezze:

…Dio può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza… In mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca” (Patris corde, n. 2).

Se questa è la prospettiva del nostro ministero, dobbiamo sapere far tesoro anche delle nostre debolezze.

Ringrazio il Signore per il coraggio creativo di voi sacerdoti, che mi siete collaboratori, vivendo la paternità nelle comunità parrocchiali. Vi ringrazio per la vostra comprensione, per il servizio prestato, per la comunione che cercate di realizzare tra voi e con me. Sono tanti i sacerdoti che non godono di buona salute. Per essi chiedo a tutti i fedeli una maggiore e tanta preghiera.

Come san Giuseppe si è fatto carico di una paternità che proveniva dal Padre, anche voi sacerdoti fatevi carico della paternità verso tutti. Assieme a voi anch’io mi sforzo di viverla. E se non vi riesco come vorrei e dovrei, chiedo perdono a tutti ed in particolare a chi fosse risentito o offeso da qualche mio comportamento.

Un ricordo speciale desidero averlo nei confronti dei sacerdoti più anziani e malati: don Giuseppe Zancari, un sacerdote fedele, innamorato della Madonna, con parole di Vangelo sempre sulle labbra; mons. Francesco Laganà, testimone fedele di una tradizione sacerdotale che ci edifica; don Filippo Polifrone, che non si arrende di fronte alle debolezze fisiche e segue con fedeltà il nostro cammino ecclesiale; don Pasquale Costa, che vive la sua vita sacerdotale con tanta pace interiore, circondato dall’affetto dei suoi cari. Hanno portato freschezza giovanile don Giovanni Armeni e don Samir Vega della comunità dei Gaetanini. Ma anche i giovani diaconi Gianluca Longo e Giuseppe Pulitanò. Li accogliamo facendo loro spazio e sostenendoli con la nostra testimonianza e paternità.

Concludendo, richiamo la crisi demografica che colpisce la nostra società, che, unitamente alla crisi genitoriale, mette a rischio la famiglia e la sua missione nel mondo. Per questo il santo Padre ha pensato di dedicare un anno speciale a San Giuseppe ed alla “Famiglia Amoris Laetitia”.

Il Signore ci custodisca tutti nel suo amore e conduca noi, pastori e fedeli, nel cammino della vita. Amen!

✠ Francesco Oliva

Vescovo di Locri-Gerace

 

 

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La Quaresima non è un tempo vuoto da riempire, ma un cammino di speranza sulle orme del Cristo risorto Messaggio di S.E. Monsignor Francesco Oliva per la Quaresima 2021

Al Popolo di Dio, che è in Locri-Gerace!

Protèsi alla gioia pasquale sulle orme di Cristo Signore! Seguiamo l’austero cammino della santa Quaresima”.

Questo versetto dell’inno della liturgia delle ore del venerdì della I settimana di Quaresima traccia il cammino che saremo chiamati a fare in questo tempo forte dell’anno liturgico. Inizia in un clima di perdurante pandemia, che non sembra volerci liberare da questa pesante situazione di instabilità e fragilità. Viene come opportunità per andare incontro al Signore Risorto, passando attraverso la sua passione e morte.

Con Lui possiamo ritrovare fermenti di vita nuova, al di là di ogni emergenza sanitaria, sociale ed economica.

Con Lui possiamo condividere l’esperienza del deserto, vincere il male che aggredisce la nostra esistenza e partecipare alla luce sfolgorante della gloria pasquale. Ci guida la speranza che in questa drammatica situazione, possiamo ritrovare il senso della nostra vita ed il suo orizzonte ultimo.

Siamo esortati a vivere una vita nuova, sapendo che la Quaresima non è un tempo vuoto da riempire, ma un cammino di speranza sulle orme del Cristo risorto, che si rivela nella storia del chicco di grano, che “se caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Il richiamo non è alla morte, ma alla vita che rinasce. La gloria del Signore non è il morire, ma il portare molto frutto.

Tra le tante criticità di questo tempo, la vera sfida è condividere le fragilità di ogni uomo. Nessuno deve sentirsi solo di fronte al disagio psicologico, economico e spirituale che sta vivendo. I malati, i poveri, gli anziani, i disabili, le famiglie ridotte in povertà sono le categorie che più c’interpellano. Ma restiamo ancorati alla nostra fede, non lasciamoci prendere dall’ansia e dallo scoraggiamento. Come scriveva Madelaine Delbrêl: “Niente accade senza che Dio lo permetta e Dio niente permette che non possa tornare a sua gloria”.

La gloria del Signore, che si manifesta nella debolezza e nella fragilità, si rivela come “qualcosa di nuovo” all’orizzonte!

Finché riusciamo a intravedere qualcosa di nuovo oltre la prossima curva, nelle relazioni sentimentali come nella vita, possiamo dire di essere vivi anche in un tempo difficile come quello che stiamo attraversando”.

Lo afferma il cantautore Max Pezzali, che, nel suo album “Qualcosa di nuovo”, lancia un messaggio di speranza, invitando ad intravedere una luce nuova e a non lasciarsi sopraffare dagli eventi. Quando domina l’incertezza e la paura, ci sostiene la consapevolezza che la forza per superare le difficoltà può venire solo dalla speranza, che porta a guardare avanti con fiducia e coraggio. Senza arrendersi. Si aprono nuovi orizzonti di vita, che ci riscattano dalla paura che tutto possa procedere come sempre, senza possibilità di una svolta. E’ richiamo a “qualcosa di nuovo”, che può accadere, ad una novità che ci fa tornare a sperare, che ci riporta ad assaporare la bellezza dell’incontro con Dio. E ci fa sentire il richiamo di Dio: “Ritornate a me con tutto il cuore”(Gl 2, 12). Un appello ad una inversione di rotta, alla conversione del cuore, che ci consente di aprire gli occhi sulle tante emergenze del nostro territorio. E’ un “qualcosa di nuovo” che penetra in tutta la nostra vita, nelle sue relazioni fondamentali con Dio e con gli altri, ma anche con l’ambiente. “Un qualcosa di nuovo” che ci dona la speranza che anche il cuore più indurito possa rinnovarsi e cambiare, che c’è un antidoto a quel invisibile virus che spaventa. C’è un vaccino disponibile per tutti. Senza discriminazione alcuna, proprio perché viviamo ed esistiamo in un mondo in cui tutti siamo necessari, creati ed amati da Dio. Lo è il medico, l’infermiere, l’operatore sanitario, l’anziano, il prete, i religiosi e le religiose, le forze dell’ordine, come tutti coloro che con professionalità, senso di responsabilità e amore per il prossimo aiutano, curano e servono.

Ben venga ogni vaccino che immunizza e aiuta a vivere questa Quaresima come tempo di liberazione dal male che ci portiamo dentro. Dal male dell’indifferenza e della noncuranza, anzitutto:

Succede che, quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene… L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani” (Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2021).

L’indifferenza è un grave virus, che, chiudendoci in noi stessi, non ci fa vedere chi ci sta accanto, ci fa dimenticare che siamo sulla stessa barca, “fratelli tutti”, che “nessuno si salva da solo e, se tu non ti avvicini per fare in  modo che tutti siano salvati, neppure tu ti salvi” (Papa Francesco).

Se vogliamo costruire una vera umanità non basta il vaccino o i vaccini che immunizzano dal covid-19. C’è bisogno di quell’umanità, che ravviva la convinzione che abitiamo un mondo senza frontiere, ove la fratellanza è esigenza ineludibile. Questo mondo, che è il nostro mondo, invoca un vaccino speciale, quello della carità, che viene da Dio, e ci stimola a prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto di quanti la società considera come un peso.

Viviamo la Quaresima come riscatto da ogni forma d’indifferenza, come tempo di conversione dell’io al noi. E’ bello sentirci Chiesa, che insieme cerca le risposte alle domande sollevate da questo tempo di pandemia. Una Chiesa che si fa compagna di strada di coloro che incontra, di quanti s’interrogano sul senso della vita e della morte, che sente propri i problemi, le gioie e speranze dell’uomo di oggi. Facciamo nostra la vocazione dell’essere servi di questa umanità non a parole, ma nella concretezza della vita. Le nostre comunità siano accompagnate in umiltà con la testimonianza di un Vangelo vissuto a superare la tentazione del primeggiare e del contrapporsi, a condividere le belle iniziative di carità, che ci sono nelle nostre comunità. E sono tante. E’ bello comunicarci e scambiarci ogni “segno di speranza”, ogni “buona pratica”, fatta di solidarietà, di amicizia sociale, di vicinanza nei confronti degli anziani, dei malati o delle persone sole, delle famiglie in difficoltà. Scopriremo ‘frammenti di Vangelo’, che ci libereranno dal male oscuro dell’indifferenza e della noncuranza, che inquina le nostre relazioni con Dio, con il prossimo e col creato.

Sia la Quaresima una palestra che ci aiuti a superare l’indifferenza verso Dio, che rischia di essere estromesso dagli interessi della nostra società. Molta gente non cerca più il Signore. Sempre meno persone si dichiarano credenti e appartenenti alla Chiesa, la frequenza alla pratica religiosa si è ridotta. Le statistiche parlano con sempre maggiore insistenza dell’emergere delle prime generazioni senza Dio, di una società ove la fede è sempre meno rilevante nella vita della gente. Ecco allora l’urgenza di ridare più spazio a Dio, per riscoprirlo nella quotidianità della nostra casa, per superare il pregiudizio che l’esperienza di Dio si possa circoscrivere nel tempio o nel luogo sacro. Sarà tempo per gustare la bellezza della preghiera, non ridotta ad una semplice ripetizione mnemonica di sillabe o di riti e cerimonia senza cuore, anche quando sul piano formale c’è poco da osservare. L’iniziativa delle 24 ore per il Signore, che desidero sia celebrata in tutte le parrocchie nei giorni 13 e 14 marzo, sarà un momento di unità diocesana e di preghiera per i sacerdoti, particolarmente per quelli che sono in difficoltà, e per tutta la nostra chiesa. Con l’aggiunta di una speciale intenzione di preghiera per il nostro seminario e per le vocazioni sacerdotali e religiose.

            Tra gli impegni di vita spirituale diamo priorità al Sacramento della Penitenza, che in questo periodo di coronavirus è stato un po’ trascurato, forse anche per le difficoltà restrittive impartite. I sacerdoti saranno sempre a disposizione, promuovendo anche celebrazioni comunitarie in piccoli gruppi. La Via Crucis ci aiuterà a rivivere il mistero della croce di Cristo ed il cammino, che, attraverso la sofferenza, porta alla salvezza.

Tutto il cammino quaresimale sia vissuto con sentimenti di vicinanza e di solidarietà verso il prossimo, sapendo vincere ogni forma di autoreferenzialità e avendo rispetto verso quanto ci sta attorno, in modo da vincere l’indifferenza colpevole verso l’ambiente e la casa comune.

Più volte è stato detto e scritto che la Locride è una terra meravigliosa, un vero giardino. E lo è. Dio l’ha dotata di un bel mare, di un microclima straordinario, di colline ridenti e soleggiate, di piccoli caratteristici borghi con una loro storia e cultura e soprattutto con tante tradizioni popolari che delineano con originalità la sua identità. Eppure la mano dell’uomo non è sempre rispettosa dell’ambiente e della casa comune, ne deturpa la bellezza. Si registrano cumuli di rifiuti domestici e commerciali, elettronici o industriali, detriti di demolizioni, lungo le strade, nei pressi delle fiumare, lungo le coste, nelle aree montane. Comportamenti riprovevoli ed incivili, che deturpano quel giardino nel quale Dio ha voluto stabilire la nostra abitazione. Non basta mettere in atto la raccolta differenziata dei rifiuti, se manca il senso civico ed il rispetto per l’ambiente, tipico della “cultura dello scarto”. Ogni comunità deve sentir propria la responsabilità di raccogliere i rifiuti che produce e fare in modo che l’ambiente sia pulito ed abitabile. Senza la partecipazione attiva e la collaborazione dei cittadini, e soprattutto senza vero amore per la natura che ci accoglie, non basta il lavoro di raccolta e smaltimento degli operatori ecologici, che faticano tanto e spesso sono in molti a lamentare di non essere ben retribuiti o di ricevere la paga mensile con molto ritardo. Cosa che crea disagio alla già debole economia familiare.

Vorrei rivolgere a tutto il popolo di Dio l’invito a vivere la Quaresima come tempo di conversione ecologica. Una “conversione ecologica” che esige una presa di coscienza della necessità di cambiare gli stili di vita, di vivere nella sobrietà e di riappropriarsi dell’essenziale della vita, senza perdersi nel superfluo o in un consumismo ossessivo, di fermarsi a gustare ed apprezzare la bellezza che ci circonda. Il Vangelo c’insegna che il bene e l’amore avranno sempre il primato sul male. E quando tutto sembra perduto, ci accorgiamo che tutto è connesso e che siamo chiamati a vivere in una relazione fraterna che ci rende comunità solidale. Questa conversione ci fa riscoprire la nostra comune vocazione di custodi del Creato. Una riscoperta che “è parte essenziale di un’esistenza virtuosa” e che “non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana” (Laudato sì, 217).

Buona Quaresima a tutti! Sia un bel cammino di rinnovamento interiore e di riconciliazione con Dio, con il prossimo e l’intero creato!

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“Preservare la salute è un interesse primario” Intervista rilasciata ai giornali cattolici da mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei

Nel giorno dell’Atto di affidamento dell’Italia a Maria, mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, riflette sul significato di questo gesto per la comunità ecclesiale e civile. Intervistato per i media della Cei dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, mons. Russo spiega la posizione dei Vescovi italiani riguardo alle disposizioni contenute nell’ultimo Dpcm, alla luce dell’invito del Papa alla prudenza e all’obbedienza, e illustra a che punto è l’interlocuzione con il governo per l’elaborazione del Protocollo per le celebrazioni eucaristiche. Infine, si sofferma sul valore della festa dei lavoratori, in un tempo in cui il mondo del lavoro è messo a dura prova dall’emergenza sanitaria, gettando uno sguardo al domani che chiama in causa la responsabilità di ciascuno.

 

Eccellenza, la Chiesa italiana affida il Paese a Maria. Qual è il significato di questo gesto?

È un affido che giunge dopo un periodo doloroso, in cui tante persone hanno vissuto nella preghiera questa fase così complicata e difficile. Maria è colei che si fida e si affida al Signore, crede nonostante tutto all’amore di Dio: vogliamo presentarci a Maria e affidare a lei questo tempo, le nostre passioni, la volontà di camminare con lei e come lei verso il Signore. È l’affido di tutte quelle persone che si sono spese per gli altri – pensiamo agli operatori della sanità -, di tante famiglie che vivono situazioni di sofferenza o hanno visto lutti. È l’affido anche del mondo del lavoro, tra i più colpiti: il 1° maggio è la memoria di San Giuseppe lavoratore, sposo di Maria. È un affido dell’intero nostro Paese.

 

Avverrà nella basilica di Santa Maria del Fonte presso Caravaggio. Perché la scelta è caduta proprio su questo Santuario?

La scelta ci è sembrata opportuna per due aspetti significativi: anzitutto perché si trova in Lombardia, Regione colpita dall’epidemia più di altre; poi perché, sorgendo in provincia di Bergamo e nella diocesi di Cremona, unisce due territori flagellati dal virus. Caravaggio, inoltre, è un Santuario riconosciuto da tutti i lombardi come punto di riferimento per la venerazione a Maria.

 

Nei giorni scorsi, papa Francesco ha invitato “alla prudenza e all’obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”. Le sue parole sono state interpretate da alcuni quasi come una presa di distanza rispetto alla posizione espressa dalla Cei nella nota in cui esprimeva il disappunto dei vescovi per il Dpcm.

Le parole del Santo Padre sono la cifra essenziale per il cammino da compiere da qui alle prossime settimane. In quelle parole non c’è contrapposizione con la Chiesa italiana: il Papa sostiene da sempre e con paternità il nostro agire. La Chiesa ha un’armonia polifonica, non contrapposta nelle sue voci, ma unita dalla comunione e dall’umanità. Non tenere conto della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni significherebbe essere ciechi e decontestualizzati rispetto al vissuto di tristezza e dolore con cui stiamo ancora facendo i conti. Nascono da questa passione per l’umanità anche le parole dei vescovi italiani. Nessuna fuga in avanti, dunque; né tanto meno irresponsabilità verso le regole o strappo istituzionale. Il confronto e il dialogo con le Istituzioni governative – anche in qualche passaggio dai toni forti – non è mai venuto meno, all’insegna di una reciproca stima.

 

A che punto è l’elaborazione del Protocollo per le celebrazioni eucaristiche?

Il dialogo con le Istituzioni governative è quotidiano e all’insegna di una collaborazione leale. Da lunedì avremo la possibilità di celebrare le esequie; stiamo lavorando da un paio di settimane su un Protocollo per le celebrazioni eucaristiche, che minimizzi al massimo il rischio del contagio: preservare la salute di tutti deve essere un interesse primario.

 

Molti fedeli hanno sofferto per la mancanza di accesso ai sacramenti, invocando la ripresa delle celebrazioni con il popolo. Che cosa dice loro?

Come Chiesa stiamo condividendo le limitazioni imposte a tutti dall’emergenza sanitaria. Abbiamo cercato di reagire moltiplicando proposte che hanno potuto contare sul supporto decisivo dei media e della rete. Mi auguro che questa sofferta privazione, come ogni digiuno ben motivato, alimenti il desiderio e sostenga anche l’attesa della celebrazione, di quel culto – che per chi crede – è sostegno a ogni forma di libertà. Allo stesso tempo, la Chiesa è presenza viva del Signore, che si incarna in coloro che accogliendo la sua Parola se ne fanno testimoni: le opere di carità e di prossimità in questo tempo si sono moltiplicate in modo straordinario. Il sito https://chiciseparera.chiesacattolica.it dà visibilità a molte di queste, espressione della vivacità delle comunità locali.

 

Il calo del PIL potrebbe far segnare un -15% nel 2020. Migliaia di posti di lavoro persi e attività commerciali chiuse saranno l’effetto sull’economia di una crisi sanitaria che cambierà la vita di molti italiani. Nella ricorrenza della festa dei lavoratori, che messaggio vuole dare la Chiesa italiana al Paese?

È un primo maggio difficile. La crisi sanitaria ha generato una crisi economica che si riverbera drammaticamente sul lavoro. Nulla sarà come prima, hanno scritto i vescovi italiani nel messaggio per il 1° maggio di quest’anno. Ascoltiamo il grido di dolore che si leva da tutto il territorio italiano, da ogni comparto produttivo, dai lavoratori autonomi, dagli stagionali, da coloro che subiscono la duplice vessazione del lavoro in nero e del caporalato. In quanti temono di non riaprire la loro attività, di non trovare più il proprio impiego, di sprofondare nella disoccupazione? Non manca chi si approfitta di questa situazione per imporre salari indecorosi a chi, per necessità, accetta impieghi sfiancanti. Il lavoro è dignità, ricorda anche il Santo Padre. E quando la Chiesa parla del lavoro non descrive un principio astratto, ma parla degli uomini e delle donne che lavorano e lo fa perché è un dovere che le appartiene. Parlando agli operai dell’Ilva di Genova il Papa disse: “Il lavoro è una priorità umana. E pertanto è una priorità cristiana”.

 

La Chiesa e il lavoro, un legame che viene da lontano.

La spiritualità benedettina segue il motto “prega e lavora” e i Santi, a ben guardare, sono spesso dei grandi lavoratori. Non a caso ogni professione, ogni mestiere, ogni arte, ha un suo patrono. Non è solo devozione popolare, ma il segno di una prossimità autentica della Chiesa, risalente nel tempo, ai lavoratori tutti: oltre ad intervenire con aiuti materiali, si è anche pensato a un affidamento spirituale, una tutela integrale. E ancora, come non pensare che anche Gesù ha lavorato in bottega con Giuseppe? Avrà piallato e scalpellato; avrà sudato e si sarà ferito. Gesù conosceva la fatica e la preziosità del lavoro e per questo, come sottolinea la dottrina sociale della Chiesa, ne riconosce sempre il valore e l’importanza. Non poche delle sue parabole hanno a che fare con il mondo del lavoro: il seminatore, gli operai e la messe, i vignaioli, i talenti non fatti fruttare. Ai discepoli dice: “Vi farò pescatori di uomini”, così chiarendo che l’evangelizzazione non è automatica, ma è lo sforzo del pescatore di mettere la barca in acqua, l’attesa paziente, la fiducia nella raccolta della rete, il ricominciare ogni giorno.

 

Cosa succederà nei prossimi mesi? Come si risolleverà la società?

È nel “dopo” che si vedrà la tenuta della nostra società. Il futuro si fonderà sulla nostra capacità di “fare squadra”, partendo dagli ultimi, sulla solidarietà rispetto all’egoismo. Il dopoguerra in Italia per i nostri genitori fu un momento straordinario di ricostruzione collettiva: uscita dalle devastazioni e dalle privazioni del conflitto, la comunità si trovò coesa, pronta non solo a “fare”, ma a “fare insieme”. Inoltre, i cittadini erano accompagnati da aziende ben radicate sul territorio e dà garanzie reali sul fronte dello stato sociale. Oggi molte delle condizioni che c’erano allora non ci sono più: il lavoro è diventato flessibile, liquido, precario. Il contesto è poi reso instabile da una congiuntura che non ha eguali e che ha colpito forte proprio laddove qualcuno pensava risiedesse il punto di forza del sistema: la globalizzazione. È necessario ripensare le priorità e ridisegnare una nuova economia, rispettosa dell’uomo e del creato, sulle orme della Laudato Si’.

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Salviamo le scuole pubbliche paritarie Lettera aperta di S.E. monsignor Francesco Oliva

 

 

ph agensir.it

S.E. monsignor Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, facendo proprie le preoccupazioni espresse dal Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, il 16 aprile scorso, in merito alla sospensione delle attività scolastiche di ogni ordine e grado ed in modo particolare sulle ripercussioni che la sospensione avrà sulle scuole paritarie, ha invitato il responsabile della Fondazione diocesana Opere di Religione, avv. Domenico Vestito, “ad un impegno concreto e sinergico con le realtà similari per rilanciare tali attività, sostenerle e coordinarle”.

Bisogna adoperarsi per scongiurare il pericolo della chiusura di questi “punti di riferimento fondamentali per l’educazione di tanti bambini”. Il vescovo, nella sua lettera, ha parlato delle difficoltà vissute da tutti in questi giorni: “Sono giorni difficili di angoscia e trepidazione, ma anche di attesa fiduciosa del superamento di questa fase di emergenza, determinata dalla diffusione del coronavirus. Tutto il mondo della scuola ha accolto con la massima responsabilità e con la scrupolosa osservanza le prescrizioni date ed ogni iniziativa, finalizzata a bloccare la propagazione di questo nemico subdolo e insidioso. E’ il tempo di pensare a come ripartire e definirne al meglio le linee con una progettualità chiara, che dia risposte certe ai tanti bisogni che si stanno progressivamente determinando”.

La Conferenza Episcopale Italiana aveva posto l’accento sul fatto che il decreto legge “CuraItalia”, adottato dal Governo per dare una prima risposta alle esigenze determinate da COVID-19, non affronta il tema delle scuole pubbliche paritarie; realtà, queste, che anche nella Locride interessano tantissimi alunni (soprattutto delle scuole primarie e dell’infanzia) e una forza lavoro composta da insegnanti, collaboratori e altro personale scolastico. Queste scuole rappresentano un riferimento formativo importante: “Sono realtà vive, dinamiche -scrive il Vescovo- centri educativi e, perché no, di sostentamento economico, sulle quali desidero richiamare tutti, e le istituzioni in particolare, a porre una particolare attenzione. Si tratta di strutture situate in paesi, il più delle volte piccoli o piccolissimi, nei quali non esistono altre esperienze educative e formative, dove anche lo Stato, molto spesso, ha chiuso le scuole. Segni di speranza e fiducia nell’avvenire. Il problema coinvolge, anzitutto, le famiglie, che continuano certamente a fruire del lavoro di queste realtà, attraverso la didattica a distanza, ma che faticano a sostenere le rette, peraltro sostanzialmente basse, a causa dall’assenza dal lavoro di uno o di entrambi i genitori. I gestori, poi, rischiano seriamente di non poter ripartire. Il contributo economico delle famiglie, infatti, è essenziale, rappresentando la quasi totalità delle risorse per la copertura delle consistenti spese, specie per quanto riguarda il personale, qualificato e professionale”.

L’appello di S.E. monsignor Oliva è stato immediatamente raccolto dal responsabile della Fondazione diocesana Opere di Religione, avv. Domenico Vestito, il quale si è messo in collegamento con quanti, a livello nazionale, stanno cercando di creare una rete di sensibilizzazione. Il primo punto della loro azione è quello di far approvare una norma che preveda il rimborso, alle famiglie delle rette che stanno sostenendo in questo periodo; l’altro punto riguarda la loro disponibilità ad offrire dei locali, anche alle scuole statali, per permettere il distanziamento sociale nella prospettiva di una riapertura. A livello regionale, ha dichiarato l’avv. Vestito, “sarà chiesto un incontro alla Presidente della Regione, Iole Santelli e all’Assessore Regionale all’Istruzione, perché in Calabria prendano avvio iniziative di sostegno specifiche, frutto di una piattaforma che elaboreremo con i gestori, oltre quelle che si stanno domandando a livello nazionale”.

Locri 21 aprile 2020

©2021 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Un messaggio di fiducia e speranza Il Consiglio Permanente della Cei si è riunito in videoconferenza

Consiglio Permanente Conferenza Episcopale Italiana

 

Una lettura spirituale e biblica dell’emergenza in atto e delle domande che essa porta con sé, con uno sguardo al post-coronavirus: è stato questo il filo conduttore della sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente, che si è riunito giovedì 16 aprile, in videoconferenza, sotto la guida del Cardinale Presidente, Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve. Nel confronto, i Vescovi si sono soffermati sulla situazione attuale, segnata dalla sofferenza e dal lutto, ma anche da opportunità e Grazia. Un “kairos”, l’hanno definito, che traccia una cesura rispetto al passato e lascia un’eredità preziosa, a livello sociale ed ecclesiale, dalla quale ripartire con fiducia e speranza, facendo tesoro di tutte quelle esperienze di solidarietà, attenzione agli ultimi e alle persone in difficoltà sgorgate dalla fantasia della carità delle nostre comunità.

Di qui il ringraziamento agli operatori sanitari, alle famiglie, ai sacerdoti, molti dei quali hanno offerto la propria vita, e la vicinanza agli anziani e ai poveri. Vicinanza che ha assunto il volto concreto della carità con la disponibilità delle strutture ecclesiali per la Protezione Civile, i medici e le persone in quarantena e con gli aiuti destinati dall’otto per mille, in modo particolare con quello straordinario di 200 milioni di euro, cui si aggiungono i 22,5 milioni di euro stanziati in queste settimane. Nel corso del dibattito, è stato sottolineato come l’esperienza di fede, in questo periodo, sia stata una forza morale che ha permesso di affrontare con nuovo slancio una stagione impensabile ed impensata. La Chiesa è sempre stata presente e continua ad esserlo, anche nell’interlocuzione con le Istituzioni governative per definire un percorso meno condizionato all’accesso e alle celebrazioni liturgiche per i fedeli in vista della nuova fase che si aprirà dopo il 3 maggio.

Durante i lavori, sono state fornite indicazioni circa la celebrazione della Messa Crismale e la ripartizione e l’assegnazione della somma destinata all’otto per mille. È stato approvato l’aggiornamento della modulistica per le convenzioni per i sacerdoti “fidei donum” e sono state prese alcune decisioni riguardanti l’Assemblea Generale (rinviata a novembre) e le Commissioni Episcopali. I Vescovi, infine, hanno provveduto ad alcune nomine.

 

Una lettura spirituale e biblica

“Abbiamo nel cuore i defunti, i malati, quanti si stanno spendendo per alleviare le sofferenze della gente (medici, operatori sanitari, sacerdoti…). Nello stesso tempo, guardiamo al dopo-emergenza, con uno sguardo di speranza e di prospettiva. Esprimiamo un pensiero di vicinanza al Cardinale Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, ancora convalescente a casa dopo il ricovero al Policlinico Gemelli in quanto positivo al coronavirus”.

Con un messaggio di solidarietà, si sono aperti i lavori del Consiglio Episcopale Permanente svolto giovedì 16 aprile, in videoconferenza, sotto la guida del Cardinale Presidente, Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve. È una forma inusuale, hanno sottolineato i vescovi, ma necessaria e importante nel ritrovarsi per avviare una riflessione ampia su quanto e come l’emergenza vissuta inciderà sul Paese e sulla Chiesa. Come cambieranno le cose? Come saremo? Il futuro sarà scandito ancora da abitudini reiterate? Come sarà la coscienza personale e collettiva? Cosa ci chiede il Signore in questo tempo? Perché un Dio buono permette tutto ciò ai suoi figli? Nelle domande dei vescovi è emersa la necessità di una lettura spirituale e biblica di ciò che sta accadendo. La certezza è che la ripresa non sarà contraddistinta da ritmi e abitudini precedenti alla crisi. Senza dubbio, ci sarà una profonda cesura rispetto al passato, anche quello più recente. Per questo, sono necessari strumenti di riflessione per capire alla luce della fede quanto stiamo vivendo. Il Signore, infatti, ci sta facendo entrare nel mistero della Pasqua. Quello presente è un tempo di grande purificazione, un Kairos, che, nella ristrettezza, porta con sé delle opportunità. La costrizione contiene necessariamente anche qualche Grazia. Se è vero che nessuno sa come sarà il nuovo inizio, è altrettanto vero che si è in cammino. Una prima lezione, allora, riguarda la sobrietà, l’essenzialità, la semplificazione. Un’altra lezione chiama in causa l’essere Chiesa e la capacità progettuale, ossia quello sguardo che permette di andare oltre l’emergenza del tempo presente. E poi c’è la grande lezione sul valore della vita che include la malattia e la fragilità. La proposta è che questi temi vengano ripresi nelle Conferenze Episcopali Regionali, per poi poterli approfondire alla prossima sessione del Consiglio Permanente, in programma a settembre. Ciò consentirebbe di allargare l’orizzonte degli Orientamenti pastorali per il quinquennio 2020-2025, ancora in via di approvazione, all’attualità di queste settimane. Il tema della “gioia del Vangelo” al centro del Documento – è stato osservato – va posto in relazione a questo momento di sofferenza e di crisi.

 

Lo sguardo al futuro

Sofferenza e crisi segneranno gli anni a venire. Questa esperienza, impensabile e impensata, non è ancora conclusa e continua a preoccupare. È stato messo in discussione un modello di sviluppo che sembrava potesse dettare le regole di vita. La visione di un compimento raggiunto ha mostrato la sua vulnerabilità a causa di una malattia. E a farne le spese saranno nuovamente i più poveri. Per questo è importante liberare le energie positive per ripartire. “È con questo sguardo di fiducia, speranza e carità che intendiamo affrontare questa stagione”, hanno sottolineato i vescovi. A partire dalla solidarietà che non va snaturata dal suo fondamento cristiano, ovvero l’amore di Dio per i suoi figli, che spinge all’impegno verso gli altri, a prestare attenzione agli ultimi tra gli ultimi.

L’esperienza della fede, in queste settimane, è stata riconosciuta come una forza morale con ricadute notevoli. È stata una molla per l’energia necessaria ad affrontare la vita e le sue situazioni difficili. La creatività, che ha animato le diverse iniziative spirituali e pastorali, è stata espressione di una nuova vicinanza, in cui la gente ha riconosciuto la vicinanza di Dio. Le parrocchie, i sacerdoti, i volontari sono stati segno eloquente di questa prossimità, che ha assunto il volto concreto della carità con la disponibilità delle strutture ecclesiali per la Protezione Civile, i medici e le persone in quarantena e con gli aiuti destinati dall’otto per mille, in modo particolare con quello straordinario di 200 milioni di euro cui si aggiungono i 22,5 milioni di euro stanziati in queste settimane. La Chiesa c’è, è presente ed è aperta a una riflessione su valori fondamentali quali la famiglia, l’educazione, la sobrietà, la comunità, la solidarietà. L’orizzonte deve essere il mondo post-coronavirus, non trascurando alcun piano di responsabilità, a partire dalla vita ecclesiale. In questo senso il Consiglio Permanente ha condiviso l’impegno della Segreteria Generale, nell’interlocuzione con le Istituzioni governative, per definire un percorso meno condizionato all’accesso e alle celebrazioni liturgiche per i fedeli, in vista anche della nuova fase che si aprirà dopo il 3 maggio. È fondamentale dare una risposta alle attese di tanta gente, anche come contributo alla coesione sociale nei diversi territori. Così come è importante non sottovalutare la preoccupazione circa la tenuta del sistema delle scuole paritarie. Se già ieri erano in difficoltà sul piano della sostenibilità economica, oggi – con le famiglie che hanno smesso di pagare le rette a fronte di un servizio chiuso dalle disposizioni conseguenti all’emergenza sanitaria – rischiano di non aver più la forza di riaprire. La ripresa passa anche dal piano educativo: ormai in prossimità dell’estate, è necessario dare indicazioni alle famiglie circa lo svolgimento dei campi estivi e dei Grest, opportunità di crescita per i ragazzi e di aiuto per i genitori impegnati con la possibile ripresa delle attività lavorative. Lo sguardo al futuro non può trascurare le conseguenze enormi che questa situazione sta recando alle famiglie dell’intero Paese, a quelle già in precarietà o al limite della sussistenza.

 

Una carezza di consolazione

Lo sguardo dei vescovi si fa gesto di tenerezza con una carezza di consolazione. Questa apre il cuore ed è capace di ridare speranza. “In questi giorni drammatici – hanno affermato – abbiamo portato nel cuore i defunti, i malati, i medici e gli operatori sanitari, gli anziani, i poveri, le famiglie e i sacerdoti. A tutti loro rivolgiamo la nostra carezza. Quante volte abbiamo avvertito questo gesto fatto con generosità da chi poteva concederla a chi ne aveva bisogno. Non possiamo dimenticare chi ha più sofferto e continua a soffrire”. La carezza, allora, è affetto pieno verso i malati, come sollievo e consolazione per le sofferenze patite; verso i medici e gli operatori sanitari, come gratitudine per la generosità nella cura e nell’assistenza alla persona; verso gli anziani, come invito a preservare la memoria viva del Paese, ma anche come dolore per quanti ci hanno lasciato e per quanti portano ferite non più rimarginabili; verso i poveri, come impegno a essere loro custodi, a non chiudere gli occhi davanti alle vecchie e nuove marginalità, perché l’accoglienza ha una rilevanza sociale; verso le famiglie, quale grazie per la capacità di tenuta complessiva, messe a dura prova da una vita insolita o da lutti dovuti al coronavirus o ad altre cause; verso i sacerdoti, come ringraziamento per il loro essere prossimi al popolo: tanti – più di 100 – hanno offerto la loro vita esprimendo ancora una volta il volto bello della Chiesa amica, che si prende cura del prossimo.

La carezza, per tutti, è esortazione alla preghiera, vero antidoto a questo tempo. “L’ombra della morte – hanno detto i vescovi – sembrava estesa sul nostro Paese, ma non ha avuto l’ultima parola. Nel dolore estremo il tema della vita eterna è stato squarcio e svelamento della speranza nella Resurrezione”.

 

Messa Crismale nel Tempo Pasquale

Il Consiglio Permanente ha poi condiviso le indicazioni relative alla Messa Crismale, rinviata quest’anno a causa della pandemia. Il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti dello scorso 25 marzo ha dato facoltà alle Conferenze Episcopali di trasferire la celebrazione della Messa Crismale ad altra data. “Spero che potremo averla prima di Pentecoste, altrimenti dovremo rimandarla all’anno prossimo”, sono state le parole del Santo Padre durante la Santa Messa in Coena Domini.

Il Consiglio Episcopale Permanente ha indicato, come orientamento unitario, che questa celebrazione avvenga, nelle forme possibili, nel Tempo Pasquale, che si concluderà domenica 31 maggio, Solennità di Pentecoste. Orientativamente entro l’ultima settimana. Nelle Diocesi in cui non si potrà procedere con questa celebrazione, verranno conservati gli olii sacri (infermi, catecumeni e crisma) dello scorso anno.

 

Assemblea generale rinviata a novembre

Il Consiglio Episcopale Permanente ha deciso di rinviare l’Assemblea Generale che era in programma dal 18 al 21 maggio prossimi: si terrà a Roma da lunedì 16 a giovedì 19 novembre 2020. Nel frattempo, restano in carica sia i Vice Presidenti dell’area Nord e dell’area Centro sia i Presidenti delle Commissioni Episcopali. Slitta, pertanto, al 31 agosto la data di consegna delle relazioni quinquennali. Entro quel termine verranno raccolte le indicazioni del nominativo proposto da ciascuna Conferenza Episcopale Regionale per la presidenza delle dodici Commissioni Episcopali, come pure eventuali segnalazioni circa l’elezione dei membri del Consiglio per gli Affari Economici.

 

Comunicazioni

Ripartizione fondi otto per mille. In merito alla ripartizione e all’assegnazione della somma relativa alla quota dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa Cattolica, il Consiglio Permanente, tenuto conto della particolare urgenza della sua approvazione e della necessaria consultazione dei membri della CEI, prevede la condivisione della stessa per corrispondenza. Tale scelta nasce dalla necessità non procrastinabile di questo adempimento.

Convenzioni “fidei donum”. I vescovi hanno approvato l’aggiornamento della modulistica riguardante le convenzioni per sacerdoti “fidei donum” e sacerdoti provenienti da altre nazioni in Italia. Entreranno in vigore dal prossimo 1° settembre.

 

Nomine

Nel corso dei lavori, il Consiglio Episcopale Permanente ha provveduto alle seguenti nomine:

  • Direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale (dal 1° settembre 2020): Don Mario CASTELLANO (Bari-Bitonto);
  • Responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica: Dott. Massimo MONZIO COMPAGNONI;
  • Assistente ecclesiastico centrale del settore giovani dell’Azione Cattolica Italiana: Don Gianluca ZURRA (Alba).

 

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