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Fedeltà e unità nel vincolo santo Ordinazione diaconale di don Antonio Peduto - L'omelia del Vescovo

 

 

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“Canterò in eterno l’amore del Signore / di generazione in generazione / farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà” (Salmo 88).

La liturgia della Parola di questa XXVII domenica invita a cantare la fedeltà dell’amore di Dio, un amore che si lascia intravedere nell’amore dell’uomo e della donna che uniscono le loro vite in modo da formare una sola carne. Quello dell’uomo e della donna è un amore fragile, soffre le difficoltà della durata, l’impegno dell’infedeltà e della totalità della donazione. E’ un amore che tende ad essere vero nella misura in cui non pone limiti, riserve, condizioni e si realizza nella fatica di costruirsi giorno dopo giorno. E’ un amore che si ispira ed alimenta nell’amore di Dio: “Il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (Deus caritas est, 70). Sia dell’amore coniugale tra l’uomo e la donna che dell’amore del consacrato e della consacrata, del diacono e del sacerdote, del missionario e della missionaria.

Caro Antonio, è alla luce di questo amore che devi leggere la storia della tua vocazione. Chi non si sposa desiderando seguire la vocazione sacerdotale vive anch’egli una consacrazione in vista dell’amore di Dio e dei fratelli. In questa prospettiva non c’è contrapposizione tra lo stato sacerdotale, diaconale e religioso da una parte e quello coniugale e matrimoniale dall’altra: sono stati di vita che non si pongono su livelli di inferiorità o di superiorità, ma sono complementari, “in modo tale che uno può essere più perfetto per qualche aspetto e l’altro può esserlo da un altro punto di vista” (AL 159). Verginità e castità rispetto al matrimonio sono modalità diverse di amare. Quello che conta è realizzarsi nell’amore. E’ questo il progetto di Dio su ciascuno di noi. Di conseguenza, “l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore” (RH, 1979, 10). I malesseri del nostro tempo sono legati a quella solitudine, che si viene a creare quando non si è capaci di vivere l’amore, quando non ci si sente amati, quando si scopre attorno a sé uno stato di isolamento e di incomprensione. Non bastano i social network per superare questa mancanza: essi portano ancora di più a chiudersi in se stessi e a non aprirsi alla relazione umana.

Caro Antonio, come gli sposi attraverso la consacrazione coniugale danno vita ad una famiglia, anche tu, ordinato diacono, contribuirai a dare vita ad una famiglia, che è la Chiesa. Anche da te per il dono dello Spirito che ricevi dipenderà l’edificazione della Comunità cristiana. Per fare questo dovrai giorno dopo giorno fortificarti nella virtù della fedeltà a Dio e alle promesse che oggi pronuncerai davanti a me. Essere fedele comporta dire No alle seduzioni del mondo, allo spirito di mondanità, alla comodità. Dovrai essere inquieto nella ricerca quotidiana di Colui che ti ama e ti chiama a seguirlo e a condividerne la missione. Come nelle nozze tra l’uomo e la donna dovrai impegnarti a conservare fedeltà e unità nel vincolo santo. Senza fedeltà, come si distrugge il vincolo coniugale, si spegne anche il vincolo diaconale e sacerdotale, la stessa consacrazione va in crisi. Fedeltà, amore al servizio nella comunità dei fratelli e totalità di donazione della propria vita: ecco le perle preziose del tuo essere diacono prima e sacerdote poi. L’identità diaconale ti farà essere: bocca che annuncia la Parola ed evangelizza; mano che benedice e mostra la benevolenza del Dio vivente nella preghiera, nell’amministrazione del Battesimo, del Matrimonio, del Viatico ai moribondi, nel rito delle Esequie. Compiti che dovrai svolgere sempre nella dimensione dell’amore e in assoluta dedizione a Cristo e alla Chiesa. La fedeltà all’impegno di “celibato” che hai liberamente scelto ti renderà interiormente libero di dare maggiore disponibilità a Dio e alla sua Chiesa ed essere vero segno e richiamo dei valori eterni del Regno di Dio.

Caro Antonio, non dimenticare (ma lo ricordo anche a me e a tutti i sacerdoti e diaconi presenti) che il ministero sacro ha la sua sorgente in Gesù, pastore, maestro e sposo, che si consegna alla Chiesa, sua sposa. In questa nuzialità sei stato generato per il ministero del primo grado del sacramento dell’Ordine ed innestato nel “ministero” del Vescovo, per essere aiuto suo e del suo presbiterio. Non sei più solo. Non pensare mai di poterti realizzarti da solo, senza la comunità sacerdotale, profetica e regale. Ti è vicino il primo diacono nella Chiesa che è il Vescovo. Ti sono vicino sapendo di svolgere un servizio non in modo monocratico, in solitudine, ma facendo largo ad altri (diaconi e presbiteri) nella partecipazione alla “diaconia” del Signore.

Con la tua vita, con tutta la tua umanità, sarai incardinato, ovvero stabilmente inserito in questa Chiesa. Un’incardinazione che ti dà diritto più che ad uno stipendio, ad un servizio. Il servizio vale indipendentemente dallo stipendio, anzi sono i servizi più umili, quelli resi a chi non ti potrà ricambiare mai il favore, assolutamente gratuiti, che daranno senso alla tua vocazione diaconale. Scopri ogni giorno la dignità e bellezza del servire disinteressatamente. Lo stile della giovialità, del rispetto e del dialogo sia il tuo stile. Poniti in atteggiamento umile e gioioso verso quanti incontri. Considera gli altri superiori a te e conservane sempre rispetto. Una buona parola, un buon consiglio pagano sempre, la maldicenza rovina l’animo di chi la pronuncia. Se indosserai il grembiule con cui Gesù si è cinto lavando i piedi ai discepoli, godrai la bellezza del tuo essere diacono e con Gesù potrai dire: sono stato costituito non per essere servito, ma per servire. Versa sui piedi di tutti, “sino alla fine” l’acqua dell’amore e della consolazione. Gesù non ha chiesto ai discepoli di inginocchiarsi davanti a Lui, ma si è inginocchiato ai loro piedi, facendosi servitore loro e dell’umanità! Il giorno in cui smetterai d’indossare il grembiule, sarà un giorno da dimenticare, brutto per te e per la Chiesa, si accenderà una spia rossa che ti dice che il tuo cuore si sta inaridendo. E da pastore che credevi essere, ti scoprirai mercenario.

Caro Antonio, cari diaconi e sacerdoti tutti, la Parola di Dio oggi ci invita anche a guardare la bellezza della realtà coniugale e familiare come Dio l’ha disegnata. Preghiamo per le nostre famiglie, per le coppie in difficoltà. Ringraziamo il Signore per il dono delle famiglie che seppure a fatica vanno avanti e testimoniano la fedeltà dell’amore di Dio. Grazie alla tua famiglia, che ti ha accolto ed accompagnato sin qui, ai sacerdoti ed educatori che ti hanno saputo consigliare e sostenere nei momenti di incertezza e di difficoltà.

Concludo richiamando il pensiero di Papa Francesco che descrive il diacono come persona mite, un servitore che non gioca a “scimmiottare” i preti”. Il servizio della carità, in qualunque forma di manifesti, è lo specifico della tua consacrazione diaconale. Sia la caritas il tuo primo ministero, quella caritas che si manifesta in tutti gli ambiti in cui sarai chiamato ad operare. Caritas è lo sguardo attento e premuroso che saprai avere verso quanti incontri, a cominciare dalle persone più vicine.

Chiedo a tutti Voi, fratelli e sorelle carissimi, di pregare per me e per tutti i sacerdoti e diaconi e per le anime consacrate. Ne abbiamo bisogno. Chiedo di pregare per le vocazioni. Oggi sta venendo meno la consapevolezza della dimensione vocazionale della vita. Ma la nostra preghiera in questo momento è per te, Antonio. Chiediamo per te la costanza nel servire il Dio fedele; la costanza nella preghiera, la costanza nel ministero sacro, senza stancarti nel portare avanti l’opera di Dio. E alla fine della giornata possa ripetere con Gesù: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’ (Lc 17,10). La Vergine Maria, umile serva del Signore, ti doni il suo cuore per magnificare il Signore con la tua vita. AMEN.

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Un momento d’incontro con la misericordia di Dio Giornata Diocesana di Preghiera per la conversione dei mafiosi e la riconciliazione con la Casa Comune

 

 

 

Sarà celebrata sabato 6 ottobre presso il Santuario diocesano “Nostra Signora dello Scoglio”, la Giornata Diocesana di Preghiera per la conversione dei mafiosi e la riconciliazione con la Casa Comune.

Per questa occasione, la Penitenzieria Apostolica, ha concesso la possibilità di lucrare l’Indulgenza plenaria (da mezzanotte del primo sabato del mese di ottobre, a mezzanotte della domenica successiva) da parte di quanti visiteranno il Santuario, naturalmente, nel rispetto delle condizioni stabilite (si vedano le condizioni per l’indulgenza allegate).

“Questa giornata -ha dichiarato il vescovo di Locri-Gerace, monsignor Francesco Oliva- può essere per tutti un vero momento di incontro con la misericordia di Dio. Ne abbiamo veramente bisogno: ne ha bisogno la nostra Chiesa, ne ha bisogno la Locride, per superare le conseguenze dei suoi antichi mali sociali. Invito a non sciupare il dono della Misericordia di Dio, che è più forte di ogni nostro peccato”.

Si ricorda che questa Giornata, istituita da monsignor Oliva il 10 maggio del 2017, viene celebrata nel Santuario “Nostra Signora dello Scoglio” ogni primo sabato di ottobre, e in tutti gli altri Santuari diocesani il primo giorno di novena della festa in essi commemorata o in altra data concordata anzitempo con il vescovo.

 Programma

Ore 11,00     Santo Rosario

Ore 12,00     Angelus

Dalle ore 15,00 Evangelizzazione di fratel Cosimo; Celebrazione eucaristica presieduta da monsignor Francesco Oliva; processione con il Santissimo Sacramento; preghiera d’intercessione di fratel Cosimo per gli ammalati e i sofferenti; benedizione eucaristica; processione mariana.

 

Condizioni per l’Indulgenza

Per ottenere l’indulgenza plenaria, oltre l’esclusione di qualsiasi affetto al peccato anche veniale, è necessario:

  • 1. per lucrare l’indulgenza plenaria annessa ad una chiesa/Santuario o ad un oratorio occorre visitare i luoghi sacri (l’opera prescritta), recitando in essi la preghiera del Signore (Padre nostro), il Simbolo della fede (il Credo) e adempiere le tre condizioni: Confessione sacramentale, Comunione Eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.
  • 2. Si adempie pienamente la condizione della preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, recitando secondo le sue intenzioni un Padre nostro e un’Ave Maria; è lasciata tuttavia libertà ai singoli fedeli di recitare qualsiasi altra preghiera secondo la pietà e la devozione di ciascuno
  • 3. Con una sola confessione sacramentale si possono acquistare più indulgenze plenarie; invece, con una sola Comunione Eucaristica e una sola preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice si può acquistare una sola indulgenza plenaria.
  • 4. Le tre condizioni possono essere adempiute 8 giorni prima o dopo aver compiuto l’opera prescritta (vedi § 1); tuttavia è conveniente che la Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice siano fatte nello stesso giorno, in cui si compie l’opera.
  • 5. Se manca la piena disposizione o non viene eseguita totalmente l’opera richiesta e non sono poste le tre condizioni, l’indulgenza sarà solamente parziale, salvo per gli ammalati e tutti coloro che siano impossibilitati a partecipare fisicamente, i quali potranno usufruire ugualmente del dono dell’Indulgenza plenaria, offrendo le loro sofferenze al Signore o compiendo pratiche di pietà.
  • 6. È capace di lucrare indulgenze chi è battezzato, non scomunicato, in stato di grazia almeno al termine delle opere prescritte.
  • 7. Per lucrare le indulgenze è necessario che si abbia l’intenzione almeno generale di acquistarle e si adempiano le opere ingiunte nel tempo e nel modo stabilito dalla concessione.
  • 8. Ogni fedele può lucrare per sé stesso le indulgenze sia parziali che plenarie o applicarle ai defunti a modo di suffragio.
  • 9. L’indulgenza plenaria può essere acquistata una sola volta al giorno.

 

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Accogliere ogni novità come dono di Dio Lettera del Vescovo di Locri-Gerace

Locri 30 settembre 2018

XXVI Domenica del tempo ordinario

 

 

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Carissimi fratelli e sorelle, Carissimi Sacerdoti,

Siamo Chiesa popolo in cammino, soggetto alle vicende del tempo e della storia e talvolta esposti alle intemperie di un’umanità debole, anche se redenta da Cristo. Per sua benevolenza per il dono del battesimo siamo chiamati ad essere corresponsabili nella missione evangelica. Tutti, Vescovo, presbiteri e popolo di Dio siamo per vivere nella fedeltà al disegno di Dio. In un cammino di fede che ci chiede di fare la sua volontà: “Ecco, io vengo, o Padre, per fare la tua volontà”. La volontà di Dio si esprime nel seguire Colui che Egli ha mandato, il suo Figlio Gesù ed il suo Vangelo. La stessa volontà si esprime sia nelle decisioni del Vescovo che nella disponibilità dei sacerdoti ad essere missionari, cioè mandati a servire il Signore laddove Egli vuole. Nient’altro conta di più di questo: vivere il Vangelo nella carità, accogliendo quanto il Signore ci chiede in questa particolare ora ed in questa terra.

Sulla linea del rinnovamento pastorale già avviato anche quest’anno molte nostre comunità parrocchiali avvertiranno la novità del cambiamento attraverso gli avvicendamenti dei parroci e la riorganizzazione di alcuni Uffici diocesani. Ci tengo a precisare che ogni “nomina” non avviene nell’ottica della “progressione in carriera” e neanche come un provvedimento disciplinare. Né va accolta come un peso o come un premio, ma come un dono ed una missione. Se un sacerdote vive il nuovo ministero come un peso, tutto gli diventerà difficile, finisce col chiudersi in se stesso, venendo meno alla missione ricevuta. Se lo accoglie come una promozione lo svolgerà da carrierista o da funzionario, sognando altre mete più appetibili, magari servendosi del gregge. Ma in questo modo tradisce la sua vocazione missionaria. Se invece la nomina è accolta come dono di Dio, allora ci si mette subito al servizio della nuova comunità con entusiasmo; la si vivrà come occasione di rinnovamento interiore, come un nuovo stimolo a mettersi in discussione, per offrire il meglio di sé a servizio della Chiesa e della sua missione. Accogliere il nuovo incarico come dono stimola la responsabilità personale, riconoscendo nel discernimento del Vescovo, difficile e faticoso, ma doveroso e credibile, la chiamata del Signore.

L’affidamento di un incarico nasce da questa opera di discernimento che il Vescovo fa davanti al Signore per il bene della comunità. Non è un semplice rimediare ad emergenze pastorali o rispondere a richieste personali cedendo ad eventuali “interferenze esterne”, ma obbedire alle esigenze ed ai bisogni di una Chiesa veramente missionaria. Sono in tanti ad osservare che dopo molti anni nella stessa parrocchia, sia una Comunità parrocchiale sia il Parroco, nel suo ministero di guida, sono esposti al rischio sia di adagiarsi in comportamenti e prassi sclerotizzate, che vanno avanti nello stile del ‘come s’è sempre fatto’. Il cambiamento giova alla Comunità ed allo stesso Sacerdote. La Chiesa saggiamente pone un limite di durata – non solo al ministero del vescovo – ma anche a quello del parroco, proprio per favorire tale rinnovamento.

Come sacerdoti sappiamo che ciò che veramente conta nel ministero pastorale non è tanto quello che si fa e dove lo si fa, ma quello che si è, rendendosi “strumenti di Cristo, bocca per la quale parla Cristo, mano attraverso la quale Cristo agisce” (Benedetto XVI). Nessun sacerdote è perfetto e ogni comunità parrocchiale e fedeli devono accoglierlo con fede, accettandolo come inviato di Dio in spirito di collaborazione. Pregare con il prete, condividerne la missione, in atteggiamento di rispetto verso le sue proposte pastorali, camminare con la chiesa seguendo le indicazioni diocesane è quanto una comunità cristiana ben formata sa vivere. E’ umano che ci si affezioni al proprio parroco, ma ciò non può portare ad arroccarsi in atteggiamenti possessivi e di chiusura ad ogni possibilità di cambiamento. La comunità parrocchiale non è un’isola autosufficiente, che deve difendere propri privilegi e tradizioni, ma una comunità che crede, spera ed ama, in piena comunione con le altre, con la diocesi ed il vescovo. I sacerdoti sono missionari che vivono il ministero in comunione con il vescovo e con il presbiterio. “Nessun presbitero è in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto”, ricorda il Concilio Vaticano II (PO 8). “Nessun presbitero” può vivere il ministero in modo autoreferenziale e individualistico.

Nei presbiteri cui ho chiesto di offrire il servizio in altre comunità parrocchiali, ho trovato grande libertà interiore e disponibilità al cambiamento. E anche se in qualche raro caso, ho riscontrato qualche resistenza, alla fine ha prevalso il dialogo ed il senso di responsabilità. Dispiace però che su decisioni così delicate quali un trasferimento di parroco alcuni laici (e qualche sacerdote) si sono lasciati andare al mormorio e a pettegolezzi tanto dannosi per la Chiesa, perché minano la comunione ecclesiale. L’obbedienza “offerta e sofferta” (don Primo Mazzolari) aiuta a superare ogni chiusura.

Chiedo a tutti, sacerdoti e fedeli, di lasciarsi guidare dallo Spirito del Signore e di accogliere ogni novità come dono di Dio per il bene comune e per la propria santificazione.

Il Signore vi benedica e vi accompagni, non dimenticando di pregare anche per me.

Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace

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Le sfide per il nuovo anno pastorale Il saluto di chiusura dell'Assemblea Diocesana

ph. Albano Angilletta

Questa assemblea diocesana, con la presenza di tanti giovani, più che a conclusione si pone all’inizio di un nuovo anno pastorale. Abbiamo ricevuto tanti spunti di riflessione dalle relazioni del prof. Matteo, che ci hanno offerto delle coordinate di lettura culturale del nostro tempo, invitandoci a rimodulare le nostre scelte pastorali. I risultati dei laboratori ci aiuteranno in questo cammino.

Solo a modo di prima condivisione consegno qualche considerazione indicativa di un percorso da continuare:

  1. Il prof Matteo più che soffermarsi sui giovani, ha parlato della crisi del mondo degli adulti e delle trasformazioni del modo di pensare e del mutamento lessicale prodottosi in relazione all’approccio con la fede. La pastorale giovanile chiama in causa tutta la pastorale: v’è una concentrazione dell’impegno formativo sui ragazzi meno su quello degli adulti. E’ oggi imprescindibile la formazione degli adulti: solo recuperando il senso cristiano delle vita e la bellezza della fede, gli adulti (e le famiglie) possono tornare ad essere grembo generativo. Il cammino di maturazione della persona porta ad essere adulti superando la fase giovanile. E’ necessario, secondo il prof. Matteo, il recupero dell’ “adultità”. Senza gli adulti non c’è generazione alla fede..
  2. Guardando alla nostra realtà, siamo in un tempo in cui non ci possiamo più accontentare della sola amministrazione dei Sacramenti accompagnati e di un po’ di preparazione ad essi. La nostra azione pastorale non può restare sbilanciata sul versante della sacramentalità. Né ci può tranquillizzare il “successo” delle feste popolari ed il consenso che possono avere nel sentire della gente! Va recuperata la dimensione evangelica della nostra tradizione religiosa. Più festa meno feste. Chiamati ad essere una “chiesa inquieta”, non possiamo adagiarci su noi stessi e sulle nostre consolidate pratiche.
  3. Ogni nostro percorso pastorale avviene in linea di continuità: da quello della Carità, ancorando ad essa gli stessi Sacramenti e la liturgia con opere-segno (I biennio) a quello della Famiglia (II biennio). Il percorso biennale che ci attende intende mettere al centro la Sacra Scrittura, favorendo la familiarità con essa ed avviando un percorso di discernimento vocazionale attraverso l’ascolto della Parola. Il nostro impegno educativo e pastorale è aiutare le giovani generazioni nella scoperta, l’accoglienza e la presa in carico della loro vocazione, che coincide con la loro missione nel mondo e nella Chiesa.
  4. Di questo percorso parleremo quando consegneremo la Lettera Pastorale ”Non passare oltre, senza fermarti” nel mese di ottobre (11 ottobre?).
  5. Prepariamoci a vivere e ad accogliere le sollecitazioni che verranno dal Sinodo dei vescovi, riconoscendo sin d’ora che lo stile della Chiesa è lo stile sinodale.
  6. Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

 

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 A quale pastorale giovanile è possibile oggi dare vita? Il decalogo proposto da don Armando Matteo nel corso dell'Assemblea Diocesana di Locri-Gerace

 

(ph. di Albano Angilletta)

don Armando Matteo

Pastorale giovanile vocazionale. Una prima mappa

Provando a fare ora una breve sintesi di quanto esposto ieri, si tratta di prendere onestamente atto che il nostro lavoro pastorale non trova più una sponda generosa all’interno delle dinamiche familiari. Noi adulti siamo sempre di meno adulti e sempre di meno adulti credenti. Nelle famiglie si prega di meno, si legge di meno il Vangelo, si parla di meno dei grandi temi della vita, ci si comporta sempre di meno da adulti. Lo scarso o nullo interesse dei giovani verso la realtà ecclesiale e della fede è dovuto proprio alla mancata consegna di un reale interesse verso queste realtà da parte dei loro genitori e dei loro adulti di riferimento.

Non possiamo più svolgere la nostra azione con i giovani senza tenere conto di questo contesto culturale in cui gli adulti rinnegano la loro specifica vocazione alla generatività e alla responsabilità. E dunque alla testimonianza di fede in carne e ossa.

Per questo ritengo molto felice l’idea di dare vita a ciò che si chiama “pastorale giovanile vocazionale”. Di essa vi propongo ora una prima mappa quale contributo per una discussione ed un lavoro che sono tutti davanti a noi.

 1) Spendi il massimo delle tue energie per convertire gli adulti al loro compito educativo.

Senza gli adulti non c’è generazione alla fede. Senza adulti non vengono al mondo altri adulti. La trasmissione della fede e la generatività intergenerazionale sono la loro vocazione specifica. Questo è il dinamismo fisiologico. Qui si deve prioritariamente realizzare il principio fondamentale della nuova pastorale giovanile vocazionale, secondo il quale è l’intera comunità che si fa carico e si prende cura dei giovani.

 2) Insegna a tutti ad onorare la vocazione all’adultità propria di ogni essere umano.

Tutti siamo chiamati a diventare adulti. Quella dell’adultità – ovvero la risposta alla domanda “per chi sono io?” (P. Sequeri) – è la forma zero di ogni altra vocazione ed è la premessa di un vero e pieno compimento di sé.

 3) Riscopri la centralità del terzo comandamento.

Che cosa intendiamo lasciare come eredità dell’intero percorso dell’iniziazione cristiana ai nostri ragazzi e ai nostri adolescenti? Questo è il nodo critico da affrontare oggi: la vita cristiana si nutre la domenica e di domenica. Si nutre dell’incontro eucaristico con il Signore Gesù, dell’incontro con la comunità, con i propri famigliari e amici ed infine con se stessi. Per questo è opportuno tener desto il carattere “festivo” dei giorni festivi.

 4) Insegna a pregare. Sempre.

Senza preghiera non c’è fede.

 5) Credi di più nella Bibbia.

La Bibbia sia come l’anima del catechismo. Il cristiano è in verità colui che guarda il mondo come Gesù: da qui la necessità di sviluppare una decisa familiarità con la Scrittura come obiettivo minino del credente futuro possibile. Questa è la risposta alla domanda-titolo di ieri “Cosa significa credere, quando non si è più bambini?”: significa essere adulti come Gesù.

 6) Esci dagli schemi e pensa per singolarità.

Non sforzarti di incasellare i giovani negli schemi/negli itinerari del tuo catechismo, ma cerca di adattare questi ultimi al giovane che hai davanti. Bisogna imparare ad aiutare ciascuno a trovare il proprio sentiero verso il luogo del proprio incontro con il Dio del Vangelo

 7) Unisci sempre sacramenti e carità.

L’esperienza del volontariato e della partecipazione alle opere di carità della parrocchia sia pertanto presentato e proposto come elemento di verifica del cristianesimo interiorizzato e dell’assunzione del carattere missionario proprio della fede.

 8) Scommetti sulla creatività digitale delle nuove generazioni.

Se non da qui, da dove altro dovrebbe partire e svilupparsi quel protagonismo dei giovani, considerato oggi come secondo principio fondamentale della nuova pastorale giovanile? Lasciamoci istruire da essi ad abitare e ad evangelizzare questo universo digitale e accompagniamoli con la massima fiducia nella costruzione di una nuova e più bella Chiesa 2.0.

 9) Impara dai monaci.

L’autentica spiritualità cristiana non è fatta solo di parole e di prediche, ma anche di spazi di interiorità. Permetti ai giovani di ritrovare se stessi, di gustare l’esperienza della solitudine non come spazio dello stare da soli ma quale tempo per stare con se stessi, con le proprie domande, con le proprie ferite e delusioni e infine con i propri desideri e sogni.

 10) Crea la carta di identità del credente della tua parrocchia

Ogni volta che metti mano ad un progetto, chiediti verso dove miri, quale modello di adulto credente desideri proporre alle persone alle quali ti rivolgi. Devi perciò pensarne concretamente gli stili di vita e le prassi appropriate (quanta preghiera, cosa leggere, quali gesti di carità, quali attenzioni…).

  

Per continuare la riflessione

  1. Matteo, Tutti giovani, nessun giovane, Piemme 2018; La Chiesa che manca. Giovani, donne e laici nell’Evangelii gaudium, San Paolo 2018.

©2020 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.