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Giornale della diocesi di Locri-Gerace A cura dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali della diocesi.

CONSIGLIO PERMANENTE CEI Introduzione ai lavori

CONSIGLIO PERMANENTE
Conferenza Episcopale Italiana 

(26 gennaio 2021)


ph. agensir.it

Introduzione ai lavori

del Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI

 

Cari Confratelli,

vi saluto di vero cuore, grato della presenza di ciascuno di voi e del lavoro che, insieme, porteremo avanti in questa sessione del Consiglio, a servizio del bene delle nostre Comunità e del nostro Paese.

Ritorno tra di voi dopo il periodo di malattia e, ancora una volta, vi ringrazio per la vicinanza e per la preghiera condivisa con le nostre Chiese. Saluto anche quanti mi hanno seguito nella strada tortuosa del COVID-19: da ultimo, il Cardinale Crescenzio Sepe, che non potrà partecipare ai lavori.

Il nostro pensiero va a quanti stanno patendo, nel corpo e nello spirito, gli effetti della pandemia, a quanti sono morti e ai loro familiari. A tutti, soprattutto ai poveri e agli emarginati, esprimiamo la nostra vicinanza, assicurando la sollecitudine e l’affetto della Chiesa che è in Italia.

Un benvenuto al Cardinale Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo de L’Aquila, eletto Presidente della Conferenza Episcopale dell’Abruzzo e del Molise. Subentra a Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, che ringraziamo per il lavoro di questi anni.

 

  1. Nell’ultima settimana abbiamo pregato, come ogni anno, per l’unità dei cristiani. «Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto» (cfr Gv 15,5-9): è stato il tema che ha animato le tante iniziative. In questi giorni mi sono spesso interrogato su quale sia il frutto della nostra vita, che ci consente di verificare se davvero stiamo “rimanendo nell’amore di Dio”: cosa ci fa dire di essere davvero convertiti al Signore, come lo è stato Paolo? La risposta può ruotare intorno a una parola: riconciliazione. Scrive l’Apostolo delle genti: «Quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo» (Rm 5,10). Amando i nemici sino a dare la vita per loro, Gesù si è fatto ponte tra l’umanità peccatrice e il Padre misericordioso. Da questo mistero deriva però per noi credenti una conseguenza etica precisa: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18). Il nostro compito di pastori oggi si configura anzitutto come opera di riconciliazione. In primo luogo fraterna, assumendo i panni della collaborazione e della solidarietà. Poi politica, ricucendo il tessuto sociale lacerato dalle fatiche economiche e sociali. E ancora con la scienza, nel senso di un’acquisizione responsabile delle conquiste come reale contributo al benessere di tutti. Riconciliazione… È questa la strada che il Signore ci apre in questo tempo. È un dono da far fruttare con fraternità e solidarietà, per non lasciar cadere nel vuoto la Sua chiamata.

 

  1. «Sarebbe bello se smettessimo di vivere in conflitto e tornassimo invece a sentirci in cammino, aperti alla crisi. Il cammino ha sempre a che fare con i verbi di movimento. La crisi è movimento, fa parte del cammino. Il conflitto, invece, è un finto cammino, è un girovagare senza scopo e finalità, è rimanere nel labirinto, è solo spreco di energie e occasione di male». Avete senz’altro riconosciuto in queste parole un passaggio del discorso del Santo Padre ai membri del Collegio Cardinalizio e della Curia Romana, per la presentazione degli auguri natalizi. Riconciliati, camminiamo come Chiesa che è in Italia sui sentieri che il Santo Padre, con sollecitudine paterna, c’indica. In questo senso accogliamo con gratitudine e riconoscenza l’anno di riflessione sull’Amoris laetitia, che si aprirà il prossimo 19 marzo, come opportunità per approfondire i contenuti del documento. Insieme allo speciale Anno di San Giuseppe, avviato lo scorso 8 dicembre, come invito a scoprire questa figura paterna che accompagna e guida le nostre famiglie. San Giuseppe, scrive il Santo Padre nella Lettera Apostolica Patris Corde, è «Padre amato; Padre nella tenerezza; Padre nell’obbedienza; Padre nell’accoglienza; Padre dal coraggio creativo; Padre lavoratore; Padre nell’ombra». Non sono semplici aggettivi che definiscono la paternità. È l’orizzonte del nostro essere Chiesa quest’oggi, con amore e tenerezza nelle pieghe di vissuti lacerati dalla pandemia. Un orizzonte che, cinque anni fa, Papa Francesco ha delineato nel Discorso che ci ha rivolto a Firenze, in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale. «La Chiesa italiana – affermava il Santo Padre – si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. […] Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa». E ancora: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». È una visione che ci deve liberare dall’angoscia o dalla paura di sbagliare. Dobbiamo metterci in cammino, con sguardo che punta oltre le emergenze del momento. Solo così il sogno può diventare realtà per le nostre comunità.

 

 

  1. Anzitutto la frattura sanitaria. L’inizio di questo anno ha visto l’attenzione di tutti inevitabilmente rivolta ai vaccini anti-COVID. Molte voci diverse si sono levate, a volte in conflitto tra di loro, e nel rumore frastornante, amplificato dai vari media, si rischia di perdere l’orientamento. Da credenti sappiamo che la risposta viene dal discernimento e, nell’attuarlo, siamo chiamati a due doveri, diversi ma complementari. In primo luogo, al dovere d’informarci per capire quello che succede: è importante poter disporre di tutte le informazioni possibili per fugare perplessità e preoccupazioni, così come è altrettanto essenziale saper distinguere tra una fondata ricerca scientifica e un’opinione frutto di una condivisione sui social network. Il nostro secondo dovere ci viene dalla relazione con gli altri: tutto è connesso e il comportamento del singolo influisce sul bene della comunità. La responsabilità cristiana e civile di proteggere se stessi è intrinsecamente unita alla responsabilità verso gli altri. Oggi, grazie alla vaccinazione, vi sono i presupposti per far sì che un atto di protezione individuale possa divenire strumento di protezione collettiva. Lo ha ben sintetizzato Papa Francesco pochi giorni fa: «È un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri». E sempre il Pontefice, nel messaggio del 25 dicembre 2020, ha ricordato che alla base deve restare la fraternità e che i vaccini per poter «illuminare e portare speranza al mondo intero, devono stare a disposizione di tutti».

 

  1. Accanto alla fiducia nell’efficacia del vaccino contro il virus, non possiamo trascurare i drammatici danni collaterali portati da questa pandemia. Vi è una frattura sanitaria che è anche una frattura sociale. Ancora non possiamo trarre una valutazione conclusiva sulle conseguenze a lungo termine di ciò che sta accadendo, ma i dati diffusi devono interrogare le coscienze e allarmare le Istituzioni e le agenzie educative tutte: solitudine, isolamento sociale, aumento delle malattie legate al disagio mentale, impennata di suicidi. I giovani, gli anziani, le persone con disabilità, le persone vulnerabili sono le prime vittime di queste infermità dell’anima. Per porre rimedio a queste situazioni purtroppo non c’è chimica che tenga. È necessario sviluppare un vaccino per la salute della mente o, come l’ha chiamato il Santo Padre, un vaccino per il cuore, i cui elementi costitutivi siano principi veramente attivi e vitali, come il rispetto, la gratitudine, l’altruismo, l’empatia, il sapere, il conoscere… I loro effetti, una volta entrati nel nostro animo, aumentano la capacità relazionale del prendersi cura di sé e degli altri.

 

  1. In questo contesto si fa purtroppo sempre più pressante la frattura delle nuove povertà rispetto alle quali i dati sono deflagranti. La situazione socio-economica in cui si trova il nostro Paese è fonte di preoccupazione crescente: è chiaro che una serie di problemi di carattere strutturale conosciuti da tempo, a lungo sottovalutati, sono da affrontare in modo indifferibile. Se non s’interviene efficacemente sul sovraindebitamento di famiglie e imprese, cadute per la prima volta a causa della pandemia nella condizione di debitori insolventi, si amplificheranno le già drammatiche condizioni per il ricorso all’usura e l’accesso della Criminalità organizzata nei tessuti economici e sociali. Dall’osservatorio della Consulta Nazionale Antiusura Giovanni Paolo II con le sue 32 Fondazioni che operano in tutta Italia, viene rilevato un quadro preoccupante che va dalle famiglie e piccole imprese familiari divenute insolventi – sono 3 milioni di nuclei, per circa 7,5 milioni di persone fisiche; a quelle che avevano già varcato la soglia di rischio e sono ora in fallimento “tecnico” per debiti – sono 2 milioni e 250 mila unità, per 6,5 milioni di persone; infine a quelle a rischio di usura – quantificabili in 350 mila famiglie e in 800 mila persone. Caritas italiana e le Caritas diocesane in questi mesi hanno visto crescere il numero di persone che a loro si sono rivolte per usufruire dei servizi erogati: materiali e non. Proprio le rilevazioni della Caritas ci dicono che, analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso periodo del 2020, è emerso che l’incidenza dei “nuovi poveri” è passata dal 31% al 45%: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. È aumentato in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa. È evidente che alla solidarietà generosa di molti, bisogna affiancare la volontà politica di andare oltre la logica delle misure d’urgenza e di sollievo temporaneo per elaborare una strategia che sia davvero di sistema, anche al fine di impiegare al meglio le risorse in arrivo. Occorre disegnare nuovi strumenti e soluzioni sostenibili e innovative dal punto di vista sociale e mettere in campo azioni di prossimità alle situazioni di fragilità economico-finanziaria, attraverso le quali intercettare i soggetti in difficoltà, ascoltarli e aiutarli a compiere le scelte giuste ai primi segnali di allarme senza attendere inerti l’aggravarsi della situazione. Si tratta di azioni da realizzarsi a livello capillare sul territorio da Istituzioni, Terzo Settore, parrocchie supportate dalle Caritas e dalle Fondazioni Antiusura, perché nessuno sia lasciato solo di fronte allo sconvolgimento psicologico, economico e spirituale che tutto ciò provoca e per evitare che a farsi prossime siano le organizzazioni criminali.

 

  1. La frattura sanitaria ha generato infine una frattura educativa, tema peraltro al centro della nostra riflessione nello scorso decennio e ancora di grande attualità. Stiamo imparando, con ancora più chiarezza, che i processi educativi sono significativi per le persone quando si basano sulla comunicazione dell’attenzione e della cura. Stiamo riconoscendo quanto le realtà educative abbiano bisogno di essere sostenute dalla collaborazione di tutti. Al nostro impegno educativo servono sguardi in avanti, creatività, progettualità. Non pensiamo astrattamente ai bambini, alle famiglie, ai giovani… Operiamo con loro. Invitiamoli a mettersi in gioco, a elaborare idee e progetti per scuole più inclusive, per parrocchie più vive, per percorsi di catechesi rinnovati. Non limitiamoci a mettere in evidenza alle nuove generazioni le fatiche, indiscutibili, di questi giorni, ma aiutiamoli a leggere in profondità quanto stanno vivendo. Riconosciamo la loro resilienza, comunichiamo loro la convinzione che anche questo è un tempo prezioso per imparare gli elementi essenziali della vita umana. Anche questo è un tempo per crescere, per apprezzare la vita, per prenderci cura di essa, per costruire futuro. Non è tempo perduto, se è tempo di semina e di costruzione.
  2. Cari Confratelli, lo sguardo attento su queste fratture invoca una particolare presenza di speranza della comunità ecclesiale accanto agli uomini e alle donne del nostro tempo. È doveroso rivolgere una parola di ringraziamento ai parroci, ai religiosi e alle religiose, ai catechisti, agli educatori. Pur nelle difficoltà e nelle ristrettezze, mai è mancata la proposta liturgica e di educazione alla vita cristiana. La necessità di attenersi a Protocolli di sicurezza è coniugata alla cura per la liturgia, che non deve mai essere trascurata. La limitazione del potersi incontrare ha attivato una creatività sorprendente, generando esperienze e linguaggi che sicuramente ci aiuteranno anche nel nostro discernimento in vista della prossima Assemblea Generale. Con una forza singolare risuonano, in tale contesto, le parole iniziali con cui la Costituzione pastorale Gaudium et spes invita i discepoli di Cristo a sentire come proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1).

In questo comune sentire le nostre comunità cristiane sono chiamate ad abitare evangelicamente la crisi che pure le coinvolge e le attraversa, accettandola «come un tempo di grazia donatoci per capire la volontà di Dio». Sono, anche queste, parole pronunciate dal Santo Padre in occasione degli auguri natalizi alla Curia Romana. In esse è richiamato il potenziale di fecondità che ogni crisi porta con sé. Da parte nostra occorre che non perdiamo di vista questo orizzonte, perché in esso si intravede una prospettiva di futuro per le comunità ecclesiali, chiamate a maturare nuove consapevolezze in ordine alla loro presenza e alla loro missione nel mondo.

Questo sarà possibile se si terrà lontano ogni rischio di autoreferenzialità ecclesiale, per incarnare sempre meglio uno stile di cura, che il tratto materno delle comunità cristiane ha come prerogativa singolare. In tal senso è decisivo che si continuino a mettere in atto azioni ecclesiali che facciano maturare quella comunione dinamica che dà forma a una Chiesa sinodale. In essa tutti i battezzati sono soggetti responsabili di una parola e di gesti capaci di dire il Vangelo a partire dalla molteplicità delle condizioni di vita nelle quali si esprime l’esistenza di ciascuno. Una Chiesa così connotata, che custodisce la propria identità di popolo di battezzati, potrà esprimersi attraverso una ricchezza di carismi e di ministeri con cui il servizio al Vangelo, nella comunità e al di fuori dei suoi confini, si traduce sempre meglio in una diakonia dell’umano nella sua integralità e complessità. Ci guidano, come dicevo prima, le parole di Papa Francesco: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà» (Firenze 2015). Abbiamo un metodo: il discernimento della fede; abbiamo un interesse: la persona; abbiamo una prospettiva: la comunità. Camminiamo su questo sentiero.

Cari Confratelli, affidiamo questa giornata di lavoro alla materna intercessione della Vergine Maria, al suo sposo Giuseppe e a tutti i Santi e le Sante venerati nelle nostre Chiese.

 

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Nomine Vescovili

Nomine vescovili

1 gennaio 2021: incardinazione di p. Jean Dieudonné Jaomanana

26 gennaio 2021: nomina ad Amministratore Parrocchiale di san Zaccaria in Caulonia del Sac. Antonio Magnoli

26 gennaio 2021: nomina dei componenti della Commissione Diocesana per l’arte sacra, i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto:
don Fabrizio Cotardo, segretario
arch. Giorgio Metastasio
prof. Giuseppe Mantella
don Angelo Festa
don Antonio Finocchiaro
don Nicola Commisso Meleca
dott.ssa Marina Ameduri
prof. Giacomo Oliva
prof. Enzo d’Agostino

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Noi cristiani crediamo in un Dio che si fa prossimo a chi soffre Celebrazione nel Piazzale di fronte all’ex Ospedale di Siderno - Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

III Domenica del Tempo Ordinario
24 gennaio 2021 (Domenica della Parola)
Celebrazione nel Piazzale di fronte all’ex Ospedale di Siderno
Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

 

            Questa celebrazione è un momento di condivisione e di preghiera per le persone malate e per coloro che le assistono, sia nei luoghi di cura che in famiglia. Ci sentiamo vicini a chi soffre e preghiamo per quanti sono venuti a mancare improvvisamente senza neppure il conforto dei propri familiari. Preghiamo per i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario. Lo facciamo con questa Eucaristia, esprimendo loro la nostra vicinanza e rinnovando la nostra fede nella solidarietà fraterna e nel valore della prossimità al malato. Non c’interessiamo di sanità per una questione politica. Guai a politicizzare la sanità! Guai a fare entrare in essa interessi estranei!
            Sappiamo che la nostra Locride sta molto soffrendo a causa dell’espandersi del contagio da COVID-19 ed è tanta la preoccupazione per l’organizzazione della sanità. Lo dimostrate tutti voi con la vostra tenacia ed impegno di partecipazione civile, manifestando davanti a questo ospedale. Insieme a tutti voi desidero richiamare l’attenzione delle istituzioni, chiedendo che questa struttura sanitaria possa recuperare quel ruolo importante per il quale era stata edificata. Non sta a me (non ne sarei capace) indicare la soluzione ad un così grande problema. Condivido il vostro impegno concreto nel chiedere un’adeguata organizzazione della sanità nel territorio, nel rivalutare le strutture sanitarie esistenti, utili in questo tempo di emergenza. Di fronte alle autorità presenti, che ringrazio per la presenza ed il servizio d’ordine svolto, non possiamo non riconoscere che non basta più la buona volontà di tanti medici, infermieri ed operatori sanitari. Ad essi vogliamo dire il nostro grazie. Cari medici, infermieri, personale sanitario, nostri angeli custodi nel momento della sofferenza, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà, noi siamo con voi. Vi diciamo grazie per il servizio che svolgete senza arrendervi di fronte a turni spesso stressanti, senza guardare l’orologio, ma stando il più possibile accanto a chi soffre. Non vogliamo che siate lasciati soli e senza adeguate strutture e attrezzature sanitarie tecnologicamente avanzate. Occorre investire di più in sanità! Lo esige il valore fondamentale della salute! Ci sentiamo offesi quando si specula sulla sanità o si cercano di affermare interessi privati, disperdendo le risorse ad essa destinate. E’ necessario uno sguardo di maggiore attenzione e sensibilità da parte di tutti, per mettere ordine in questo settore, per economizzare al meglio la spesa sanitaria pubblica ed investire in essa in modo razionale maggiori risorse. E’ questa la grande sfida! Una sfida che in questo tempo di pandemia ha messo a nudo tutte le fragilità del nostro territorio. Siamo qui per dire a voce alta che l’organizzazione della sanità c’interessa e che come cittadini non intendiamo arrenderci. La nostra comunità, che non accetta di essere terra ‘perduta e irrecuperabile’ (Corrado Augias), una periferia abbandonata, ha diritto ad una politica sanitaria attenta e rispettosa dei bisogni di cura. Non ci sentiamo cittadini di serie B! Il problema, lo sappiamo tutti, non è solo l’ospedale di Locri: è tutta la sanità del territorio, che preoccupa. In questo contesto anche questa struttura sanitaria può fare la sua parte. Come Chiesa condividiamo questa vostra istanza, ci sentiamo partecipi di questo problema ed intendiamo far sentire la nostra voce. Non dimentichiamo che al centro di tutto ci sono gli ammalati ed il loro bisogno di cura: assicurare loro le cure necessarie è segno di umanità e di civiltà!
            Noi cristiani crediamo in un Dio che si fa prossimo, vicino a chi soffre, vediamo la prossimità al malato ed al sofferente un’espressione del suo amore. Il Dio in cui crediamo si fa buon Samaritano, che con compassione è vicino ad ogni essere umano. E’ questo il Vangelo in cui crediamo, la bella notizia che Gesù ci ha portato: Dio si è fatto uomo e soffre con noi e per noi. Egli è venuto in mezzo a noi per liberarci dal male e guarirci dalle nostre sofferenze. A Nazaret, suo paese di origine, entrato nella sinagoga, aperto il rotolo del profeta Isaia, Gesù legge il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. E arrotolato il volume, aggiunge: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». In Lui abbiamo vita e salvezza. Egli è il Salvatore, colui che è venuto a guarire i nostri mali ed a mettere il malato al primo posto nella sua attività: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”. Fa passare in secondo ordine la legge umana e religiosa del sabato rispetto al bisogno di cura del malato: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” Con questo ci mostra che il malato è al di sopra di ogni altro interesse.
            In un altro passo del Vangelo (Mc 3,1-6) Gesù, entrato nella sinagoga, resta colpito dalla sofferenza di un uomo con una mano paralizzata. Se ne prende cura di fronte ai suoi avversari cercavano motivi per accusarlo e stavano a vedere se lo guarisse in giorno di sabato. Gesù disse a quel sofferente: “Àlzati, vieni qui in mezzo!». Ed ai presenti chiese: “È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?”. E guardandoli tutt’intorno, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: “Tendi la mano!”. Egli la tese e la sua mano fu guarita. Con questo Gesù approva e santifica l’operato di quanti in giorno di festa stanno al capezzale del malato, in casa o in ospedale o nei reparti di cura. Nel loro comportamento indica un modo concreto di vivere il comandamento dell’amore e di essere cristiani nei fatti.
            Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato Gesù, passando lungo la riva del mare di Galilea, chiama i primi apostoli, mentre svolgono il loro lavoro di pescatori. Ad essi dice: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
E: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». Chiede un radicale cambiamento e rivolge l’invito a seguirlo. La conversione richiesta non riguarda solo l’individuo e la sua dimensione privata, ma l’intera società. E’ ogni uomo e tutta la società a dover accogliere questo invito alla conversione. E’ un invito a mettere da parte ogni forma di egoismo, di sete di potere e di ricchezze, a mettere da parte la cultura dell’odio e della violenza, che mette al centro di tutto una economia del disprezzo dell’umano e della vita, che crea scarti, disprezzo dell’ambiente e della casa comune, inquinamento e muri di divisione. Oggi vorrei anche che tutti gioissimo per l’entrata in vigore del Trattato di messa al bando delle armi nucleari, anche se a tutt’oggi non è stato ancora sottoscritto né ratificato dal nostro Paese. E’ comunque un bel passo avanti che fa pensare in positivo, che mostra la capacità del nostro mondo di rettificare le proprie scelte quando essere costituiscono un pericolo per l’umanità. E’ un segno concreto che è possibile cambiare, che la conversione cui invita Gesù è possibile.
            L’invito alla conversione è attuale e riguarda anche noi. La conversione riguarda tutti, anche noi. E’ una conversione che tocca il nostro essere ed agire. E’ invito ad una conversione a 360°, divenendo capaci di uscire da noi stessi, dal nostro individualismo, dalla politica del tornaconto personale. Nella nostra società occorre rivedere tante scelte sbagliate, molte delle quali hanno portato a disattendere le urgenze del mondo della sanità, hanno messo ai margini i poveri e gli ultimi. Conversione è volgere lo sguardo alle persone più esposte e fragili. Senza una radicale conversione sarà difficile ridare slancio al mondo della sanità. E’ questo il Vangelo, la bella notizia che porta gioia. Senza conversione delle persone e delle strutture non usciremo da questa pandemia e sarà molto difficile rimettere su una sanità a dimensione umana.
            Eppure la conversione, se la chiede Gesù, è possibile. Egli chiede di metterci dalla sua parte, di seguirlo, di non chiuderci in noi stessi. Egli vuole consegnarci una bella notizia: Io sono con voi! Non abbiate paura! Ma attenzione: da soli non potere far nulla. Il suo è un messaggio di speranza: la pandemia può essere vinta, c’è un vaccino per tutti, mettete da parte ogni egoismo personale, tornerete a stringervi la mano e ad abbracciarci, i giovani potranno tornare a sognare un mondo rinnovato, starete veramente bene se saprete curare la vostra vita nella sua interezza, nell’anima e nel corpo. Non è ingenuo ottimismo, ma fede nella vita ed in Dio creatore e Signore!
            Affidiamo tutte le persone ammalate, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Nostra Signora di Portosalvo, Madonna dell’Arco, Salute degli infermi.

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“Io sono la vite…” Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani - Riflessione/1

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

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Lunedì 18 gennaio

Dall’Eremo dell’Unità non può che venire, in questi giorni, una condivisione della preghiera per l’unità dei cristiani, secondo il brano evangelico proposto dalle chiese: Giovanni 15,5-9.
In questo primo giorno, vorrei soffermarmi sul v.5: “Io sono la vite…”
L’immagine della vite compare per la prima volta nella Bibbia in Genesi 9,20: “Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna“.
Dopo lo sbarco dall’arca sulla terra asciutta, Noè si trova di fronte a una responsabilità che il Signore gli ha affidato: ricominciare a dar rivivere la terra, come in una speranza di giardino rinnovato. E ha pensato alla vite. Mi sono sempre chiesta perché proprio la vite. Essa è il segno di una speranza concreta di ripresa, perché non solo è  coltivata per il frutto in sé, ma per il succo che ne deriva, il vino. E il vino viene presentato in tutta la Scrittura come segno di festa, di gioia, di pienezza di vita. Ma è  anche un discernimento molto utile per capire cosa intendiamo davvero per pienezza di vita! Infatti Noè finisce per abusarne, come sappiamo…
La domanda si pone dunque sempre: qual è  il senso della pienezza della vita?
Ecco il vangelo: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché  senza di me non potete far nulla“.
Ogni volta che Gesù  dice “Io sono” dovremmo sentirci interpellati nel profondo dall’eco di quel Nome che Dio pronuncia dal Roveto ardente. Quell’ “Io sono” è la pienezza della vita che ci offre se stessa perché ne facciamo parte. In senso più letterale dall’ebraico potremmo tradurre “Io CI sono , come anche “Io CI sarò“. La pienezza della vita  è una presenza. Essa è  in mezzo a noi perché possiamo appartenerle, ieri, oggi e sempre.
La vite è  qui l’icona dell’esserci di Dio. La linfa che accomuna i tralci fluendo dal ceppo scorre in una circolazione vitale che darà frutto – e i tralci siamo noi. Ogni tralcio nella sua forma particolare è  alimentato dalla stessa linfa che scorre negli altri tralci. Rimanere nella vite vuol dire non porre ostacoli allo scorrere della linfa, non annodarsi su se stessi. È  un reciproco rimanere che ci accomuna alla vite e fra noi.
Vi è un criterio di discernimento per comprendere se e fino a che punto rimaniamo nella vite: quello di essere in comunione gli uni con gli altri, riconoscendo di essere alimentati dalla stessa linfa. Questo è  il frutto della vite che è  Cristo: inviato ad essere piantato nella condizione umana per ricongiungere l’uomo  a Dio, ci chiede di portare il frutto della comunione tra noi come segno della nostra appartenenza a Lui. Le divisioni non ci separano solo gli uni dagli altri, ma sono il segno di una separazione da Dio stesso.
Questo è  il frutto che siamo chiamati a portare: come il Roveto che ardeva nel fuoco senza consumarsi, e ogni suo ramo vi era immerso senza distinzione…
E qual è  il frutto di questo sterile arbusto del deserto? Quello di portare la presenza di Dio proprio in questo luogo, in modo che possa rivelarsi a tutti gli abitanti del nostro deserto…

Dall’Eremo dell’Unità – Gerace

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