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Giornale della diocesi di Locri-Gerace A cura dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali della diocesi.

L’Università Cattolica compie 100 anni Il messaggio di S.E. monsignor Francesco Oliva


L’Università Cattolica compie 100 anni

 

Domenica 18 aprile si celebrerà la 97a Giornata per l’Università Cattolica che coinciderà con i 100 anni dalla sua fondazione; per l’occasione il vescovo di Locri-Gerace, S.E. monsignor Francesco Oliva, ha indirizzato la seguente lettera ai Rev.di Parroci, alle Comunità Parrocchiali, ai movimenti e alle associazioni cattoliche della diocesi.

 

Carissimi,

è vero: i sogni belli possono diventare realtà. È quanto è accaduto a padre Agostino Gemelli e ad Armida Barelli, presto beata, il cui grande sogno di una Università Cattolica è divenuto realtà ed ora compie 100 anni.

L’Università Cattolica, secondo lo spirito dei suoi fondatori, fa proprio l’obiettivo di assicurare una presenza nel mondo universitario e culturale di persone impegnate ad affrontare e risolvere, alla luce del messaggio cristiano e dei principi morali, i problemi della società e della cultura (Statuto dell’Università Cattolica, Articolo 1). Essa è portatrice di valori che mettono al primo posto il riconoscimento della persona umana e l’impegno formativo. Raccoglie un grande sogno di valori e prospettive educative. Non restiamo indifferenti, ma facciamo quanto ci è possibile nelle nostre comunità parrocchiali, nei movimenti e nelle associazioni, perché sia ben presentata e conosciuta.

Oltre 45.000 studenti iscritti e 1.293 docenti in organico. Sono i numeri dell’Università Cattolica, che esprimono innanzitutto le sue due dimensioni chiave: la formazione e la ricerca scientifica. L’offerta formativa si struttura in poco meno di 100 tra corsi di laurea triennale, magistrale e a ciclo unico, e un’ampia proposta di formazione continua con oltre 100 master, 48 scuole di specializzazione e 20 programmi di dottorato. Gli investimenti e le spese annui destinati a sostenere la ricerca superano i 30 milioni di euro, per l’88% provenienti da enti esterni e per il 12% frutto di autofinanziamento dell’Ateneo. le strutture principali in cui è condotta l’attività scientifica sono i 39 Dipartimenti, 1 Istituto, 94 Centri di Ricerca e 6 Centri d’Ateneo.

L’Università Cattolica ha anche costituito il Fondo “Agostino Gemelli” per il sostegno agli studenti iscritti in difficoltà economiche a causa dell’emergenza sanitaria, al fine di permettere loro di proseguire il percorso di studi.

Desidero richiamare l’attenzione della Comunità diocesana alla Giornata per l’Università Cattolica, che, promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Ateneo, si celebra domenica prossima 18 aprile 2021.

Invito ogni Comunità Parrocchiale a promuovere una colletta in tale occasione, versandone puntualmente il ricavato in Curia.

Ringraziando per la sensibilità, cordialmente vi saluto augurando di trascorrere questo tempo impreziosito dei doni pasquali.

 

©2021 Pandocheion – Casa che accoglie. Diocesi di Locri-Gerace. Tutti i diritti sono riservati.

Don Giuseppe Maria Zangari è tornato alla Casa del Padre

DIOCESI Dl LOCRI-GERACE

 

Il Vescovo Francesco, i sacerdoti e i diaconi, i religiosi e le religiose, la Comunità diocesana di Locri-Gerace e i Parenti tutti partecipano il ritorno alla Casa del Padre, nella Domenica della Divina Misericordia, del

SAC. GIUSEPPE MARIA ZANGARI

già Parroco della Parrocchia S. Maria Assunta in S. Giovanni di Gerace Canonico Onorario del Capitolo Cattedrale.

Nel ringraziare il Signore per il dono di questo zelante sacerdote alla nostra Chiesa Diocesana, affidiamo la sua anima benedetta all’amore misericordioso del Padre, grati per il suo servizio pastorale e per la sua testimonianza di fedeltà ed amore alla Chiesa.

Alle Suore Ancelle Parrocchiali dello Spirito Santo, unitamente al personale medico sanitario della Casa di Riposo “S. Antonio” in Siderno che Lo hanno amorevolmente accolto ed accompagnato negli ultimi anni, va la gratitudine riconoscente della Chiesa Diocesana.

Locri, 11 aprile 2021

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A Siderno riaperta al culto la Chiesa di S. Maria dell’Arco

Riapertura al culto della Chiesa S. Maria dell’Arco

(Siderno 8 aprile 2021)

OMELIA

Mi piace vedere questa Chiesa parrocchiale come la scala del sogno di Giacobbe, una scala che “poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa” (Gn 28,11-18). Mi piace sognare la Chiesa come la scala di Giacobbe, che consente di raggiungere il cielo e di collegare la terra con il cielo. La terra, grazie a questa scala, non è più un deserto, un luogo solitario e di inutile faticare, ma una terra che consente di vedere il cielo che sta sopra di noi. E lo consente a tutti, anche all’uomo di oggi, spesso ripiegato su se stesso, adagiato su interessi troppo terreni. Presi dalle occupazioni terrene il nostro sguardo non deve perdere di vista il cielo, la vita eterna, il giudizio finale (“saremo giudicati sull’amore”, non dimentichiamolo). Il sommo poeta Dante direbbe: “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. L’operare virtuoso e la ricerca del bello, del vero, del buono deve caratterizzare tutta la nostra vita.

Nel luogo da cui partiva la scala, Giacobbe, svegliatosi dal sonno, vede Dio ed esclama: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevoQuanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo“. Fu così che Giacobbe volle erigervi una stele, versando olio sulla sua sommità e chiamando quella località Betel, che in ebraico significa proprio “casa di Dio”. Anche se Dio possiamo incontrarlo in ogni luogo c’è bisogno di un luogo concreto ove vedere la sua presenza. La vocazione-missione di una chiesa parrocchiale è proprio questa. Noi fedeli, ministri sacri e fedeli laici, ne siamo i custodi. Custodire la bellezza della chiesa favorisce l’incontro con la Bellezza, con Dio. Qui è possibile attraverso la preghiera e la contemplazione incontrare Dio, vivere momenti di silenzio e di riflessione.

La Chiesa parrocchiale è nel territorio cittadino come la porta del cielo, la scala che collega la terra al cielo: in essa si ritrova la comunità, vi si riunisce, si apre al dialogo con tutti, si mette in ascolto, si riconcilia, prega, ritrova il gusto della festa. Altro che luogo di maldicenze, di passatempo o di inutili discorsi! È il luogo ove viene spezzata la Parola, ove ci si siede a mensa per vivere l’Eucaristia. Il luogo in cui chi vi entra ha occasione di riconoscere il Signore nel segno dello spezzare il pane, nel presentare al cielo i bisogni della terra, nell’aiutare uomini e donne a rivolgere lo sguardo a Dio, senza mai restare prigionieri delle cose terrene. Lasciamoci interpellare dal Signore: Quanti frequentano la chiesa v’incontrano veramente il Signore? Ricordiamoci che una delle poche volte in cui il Signore si mostra sdegnato e duro è stato quando si accorse che il tempio di Dio era stato trasformato in un mercato. Forse anche noi talvolta abbiamo vissuto l’esperienza di Giacobbe: “il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. Può essere accaduto di esserci dimenticato che la Chiesa è uno spazio aperto all’accoglienza del Signore, all’incontro tra fratelli, specie con quelli più poveri, all’ascolto ed al dialogo. Sia la confessione di Giacobbe motivo di esame di coscienza per tutti. Tanti non sanno o non riescono a vedere – spesso a causa della contro testimonianza dei cristiani – che la Chiesa è luogo sacro ove s’incontra il Signore, nel quale togliersi i calzari dai piedi. Tanti dimenticano che “questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”. Il rito di questa sera vuole ricordarci tutto questo, farci prendere coscienza che siamo in un luogo sacro, da custodire, rispettare ed amare.

La seconda immagine che mi viene in mente è quella della fontana del villaggio: la Chiesa parrocchiale come fontana del villaggio. Ed è stato un grande Papa, San Giovanni XXIII, parlando della Chiesa, a definirla “l’antica fontana del villaggio che dà l’acqua alle generazioni di oggi, come la diede a quelle del passato” (13 novembre 1960).  L’immagine è davvero bella e suggestiva. Con i suoi spazi, le sue attività, i suoi momenti celebrativi la chiesa è la fontana del villaggio. Ciò che la caratterizza è la sua presenza nel quartiere, nei centri storici, nelle periferie, la sua vicinanza alla gente, il suo essere presente nei momenti della gioia e nel dolore, quando si fa festa e quando s’implora la misericordia del Padre, all’inizio della vita (battesimo) ed alla sua fine (esequie). In tutti i momenti più importanti della vita e dell’anno si ricorre in Chiesa. La chiesa ci si fa vicina. È la casa che vive tra le altre case, la casa dei poveri e dei bisognosi, dei giovani e degli anziani: è la casa di tutti. La fontana del villaggio continua a essere lì: con il passare del tempo mostra segni di fragilità, richiede di essere restaurata, di essere adeguata alle nuove esigenze. Quello che conta è che la fontana continui ad essere vicina alla gente, che continua a dare a tutti speranza, l’acqua che dà vita, vita eterna. Quell’acqua che sgorga da una fontana di una bellezza unica, perché – come diceva sant’Agostino – è “bellezza antica e sempre nuova”. Ma la sua fecondità non dipende tanto o solo dalla sua organizzazione, dalle manifestazioni che attirano le folle o dalle sue rappresentazioni capaci di suscitare emozioni: “non è data – come afferma Papa Francesco – né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore” (7 luglio 2013). Quello che conta è che la fontana continui a essere fedele al suo Signore, ravvivata dal dono dello Spirito, abitata da una comunità unita nel nome della Trinità. Dobbiamo riconoscere – come ricorda sempre papa Francesco – che “la diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, è lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, è innestare la propria vita all’albero della vita, che è la Croce del Signore”.

L’acqua che sgorga dalla fontana ha la sua fonte in Gesù, è Lui la sorgente che l’alimenta. Ma Gesù non è un fantasma! Non è un’idea o un personaggio del passato, un ideale da seguire, ma una persona che possiamo incontrare, di cui possiamo fidarci. È il vivente, il Risorto, Colui con il quale poter avere un rapporto personale. Lo si può incontrare per via, nella vita quotidiana, nel lavoro onesto, nella disponibilità a donarsi, nel soccorrere il bisognoso, ma anche nella Scrittura, letta con intelligenza, alla luce dello Spirito Santo che la ispira. Lo possiamo incontrare nel volto dei poveri e sofferenti, nei malati. Facciamo in modo che le nostre chiese rendano sempre più visibile la presenza del Signore, che l’incontro con Lui attraverso i Sacramenti alimenti la nostra fede. Quella fede nel Signore Risorto, che vive tra noi e non ci abbandona mai. Egli è Colui che ci cammina al fianco come ha fatto con i discepoli di Emmaus, per aiutarci, lungo la via, a comprendere le Scritture che ci parlano di Lui e ci mostrano il volto del Padre. Amen.

✠ Francesco Oliva

Vescovo di Locri-Gerace

 

ph Archinà

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Oltre quella tomba… c’è la vita OMELIA della Veglia Pasquale - S.E. monsignor Francesco Oliva

OMELIA della Veglia PASQUALE 2021

(3 aprile 2021 – Cattedrale di Locri)

La solenne liturgia di questa Veglia Pasquale risponde ad una domanda che ha sempre angosciato il cuore umano: È possibile sperare di fronte ad una pietra tombale, che pone la parola “fine” ad ogni attesa? È possibile andare avanti oltre quella tomba?

Quanto stiamo vivendo in questa celebrazione c’invita a portare lo sguardo oltre la tomba del sepolcro di Gesù. È una tomba vuota!

Nel silenzio della notte Cristo è la luce che illumina le tenebre. Egli è risorto, “primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15,20), “primogenito dei morti” (Ap 1,5).

… Nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sboc­ciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto. In un campo spianato torna ad apparire la vita, ostinata e invincibile.

Oltre quella tomba… c’è la vita ch’è risorta… Oltre quella tomba, il Risorto vive con noi tutti i giorni sino al compimento della storia.

Oltre il silenzio di quella tomba… c’è la vita, c’è la risurrezione. Il seme deposto nella terra non muore più… da quel seme marcito rinasce la vita… Si consuma in esso un passaggio dalla morte alla vita. È quanto accade a Pasqua: la morte è sconfitta dalla vita. Gesù risorgendo fa rifiorire la speranza.

La Pasqua non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione (Papa Francesco in EG 276).

Oltre la passione, oltre il dolore, oltre la morte, oltre quella tomba… c’è la risurrezione. C’è vita nel dolore, c’è vita nella pandemia. La vita, sbocciata dal soffio vitale dello Spirito Creatore, non finisce.

Quando sembra che Dio non esiste e attorno a noi non vediamo che ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà, quando la corruzione sembra essere dilagante, rinasce la vita nuova. Uomini e donne ritrovano il coraggio e la forza per vincere le povertà, la sofferenza e la malattia, come anche le ristrettezze di un mondo che tende a chiudersi nel disprezzo del bene.

È vero: Ci saranno molte cose brutte, tuttavia il bene tende sempre a ritornare a sbocciare ed a diffon­dersi. Eppure ogni giorno nel mondo rinasce la bellezza, che risuscita trasformata attraverso i drammi della storia. La storia c’insegna che l’essere umano è rinato molte volte da situazioni che sembra­vano irreversibili. Oltre quella tomba, ogni germe di vita, ogni progetto, ogni desiderio e sogno ritrova speranza. Questa è la forza della risurrezione. Questa è la Pasqua! (Papa Francesco, EG, n. 276). Questa è la notte che ci porta a credere che la vita non è l’illusione di un momento, che può essere distrutta da un semplice virus o da un terremoto, da una distrazione in auto o da un gesto di disperazione.

È vero: il Mistero resta! Restano tante le domande sulla nostra esistenza. Ed in questo tempo di pandemia a molti Dio appare nascosto. S’è nascosto, va cercato… E senza questa ricerca la vita perderebbe senso.

Cristo è risorto! È veramente risorto. Alleluia! Oggi è vera Pasqua per me, per te, per ogni cristiano. Colui ch’è passato attraverso quella tomba vive. Anche noi possiamo risorgere, recuperare la speranza nel futuro che sta oltre! Rialzati e cammina, riprendi la tua corsa, per superare ogni ostacolo e poter vedere ed incontrare il Signore. Ecco la Pasqua… sta oltre quella tomba. Oltre la tomba delle nostre delusioni, dei nostri fallimenti, scoraggiamenti, malesseri.

Colui che ha oltrepassato quella tomba dice: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Una domanda inquietante ci pone l’uomo di oggi: Se Gesù è veramente risorto dove possiamo incontrarlo? S’è risorto, dove è andato a finire?  Perché non ci libera dalla pandemia che ci assedia?

I discepoli di Gesù dopo la sua passione e morte, che li aveva fatti piombare nella disperazione, l’incontrano e sperimentano la sua vicinanza, ascoltano le sue parole ed accolgono la missione che affida loro. Quest’incontro col Risorto non è fantasia o pura illusione, ma un evento che fa ritrovare ai discepoli la gioia dello stare con Lui, del riunirsi, dell’essere comunità nuova. Con la fede nel Cristo Risorto riprendono vita e portano a tutti la gioia del Vangelo: l’annuncio che Gesù è veramente risosto e vive con noi.

A chi è rimasto alla soglia di quel sepolcro questa Comunità rinnova l’invito: Rialzati e cammina! Va incontro alla vita con gli occhi aperti sul mondo: cerca il Signore nella vita quotidiana. Riprendi il coraggio della solidarietà. Incontrerai il Risorto ogni qual volta, seguendo il cammino nella speran­za, incontrerai tracce di eternità anche nel semplice gesto di dare un bic­chiere d’acqua ad uno dei fratelli più piccoli.

Noi come chiesa siamo la Comunità nuova che è nata dal Risorto. Siamo una comunità che incontra Gesù nella storia presente, che fa sua la fatica d’impegnarsi nel sociale, nella cura della casa comune, nell’accoglienza degli ultimi e dei poveri. Nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo Gesù il Risorto ha detto: Mi hai assistito quando ho avuto fame e sete, ero nudo e povero, ero straniero, malato e carcerato? (Vangelo secondo Matteo 25,31-46).

Ecco come e dove possiamo incontrare il Risorto! Anche in questi giorni difficili del Covid-19. L’ho detto e lo ripeto: puoi incontrarlo nel volto dell’ammalato, di chi come medici ed infermieri si prendono cura notte e giorno dei malati, lo puoi incontrare nei sacerdoti, che assistono spiritualmente i malati e gli anziani. Lo puoi incontrare negli indigenti, che cercano pane e lavoro, alimenti per sopravvivere.

Questo tempo di pandemia accresca il desiderio della Pasqua, il cercare la vita oltre quella tomba! Non si spenga la speranza e la gioia. Vivere la Pasqua è tutto questo! Cristo risorto è germe di resurrezione e di vita per te, per me, per tutti! Buona Pasqua!

 

✠ Francesco Oliva

Vescovo di Locri-Gerace

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Sul modello del sacerdozio di Cristo Santa Messa Crismale (Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021) - Omelia di S.E. monsignor Francesco Oliva

Santa Messa Crismale

(Basilica minore di Gerace – 1 aprile 2021)

 

Carissimi Confratelli nel Sacerdozio,

Diaconi Religiosi e Religiose,

Fedeli tutti,

 

Il Vangelo ci ha presentato Gesù, che, dopo aver letto il brano del profeta Isaia, afferma che “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). La profezia di Isaia si compie nell’‘oggi’. Gesù annuncia anche il compiersi dell’anno di grazia nell’oggi della sua presenza tra noi. La sua venuta è tempo di pienezza. Anche il nostro tempo, così complesso e difficile, appartiene all’ “oggi” di Cristo:

Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19).

Questa “bella notizia” trova compimento nel nostro ministero sacerdotale. Noi siamo il “compimento”, la pienezza di quell’annuncio, essendo costituiti “per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Ebr 5, 1). Sul modello del sacerdozio di Cristo compiamo le azioni che Egli stesso ha compiuto. Egli ha scelto la via dell’incarnazione, dell’essere vicino, tra la gente, intervenendo di fronte alle miserie umane e mostrando il Regno di Dio. È questa la via maestra della Redenzione, che raggiunge i più bisognosi, gli oppressi, i prigionieri, i ciechi, gli ultimi della società. Gesù esce dal tempio, per andare incontro agli smarriti e agli sfiduciati. Sceglie la via della vicinanza, quella che la gente chiede ai sacerdoti:

Quando la gente dice di un sacerdote che “è vicino”, di solito fa risaltare due cose: la prima è che “c’è sempre” (contrario del “non c’è mai”, “Lo so, padre, che Lei è molto occupato” – dicono spesso). E l’altra cosa è che sa trovare una parola per ognuno. “Parla con tutti – dice la gente –: coi grandi, coi piccoli, coi poveri, con quelli che non credono… Preti vicini, che parlano con tutti” (papa Francesco, Omelia Messa crismale 2018).

Oggi rinnoviamo le promesse sacerdotali, per stringerci ancora di più a Gesù e confermare il nostro impegno a lavorare con maggiore impegno, “quando i giorni sono cattivi” (Ef 5, 16).

Vorrei chiedere a me e a ciascun sacerdote: Che cosa questi mesi di pandemia stanno suscitando in noi? Quali inquietudini e attese? Quali preoccupazioni pastorali?  In che modo stiamo alimentando la fede, la speranza e la carità? Su questi interrogativi mi sono soffermato nella recente lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua “Verso la Pasqua, alba di un nuovo giorno”. In essa ho provato ad aprirvi il mio cuore ed a parteciparvi tutto ciò che ho sperimentato in questo tempo. Un tempo di prova anche per me. A diretto contatto con la malattia: tra medici ed infermieri, in una stanza d’ospedale. Il Signore mi è stato vicino nel silenzio di una camera d’ospedale. Lì ho avvertito anche il conforto e la vicinanza della comunità, tutta la vostra vicinanza. Lì ho sperimentato di persona che sul calvario il Padre è ancora più vicino.

Nell’attuale contesto, il rinnovo delle promesse sacerdotali ravviva il senso della nostra unzione. Quell’unzione che risana ferite e divisioni, specie quelle che si annidano nei rapporti interpersonali, all’interno del presbiterio, nelle comunità parrocchiali, nella società. Quell’unzione, da una parte, ci rafforza e ci pone davanti una fraternità sempre da ricostruire e rigenerare, dall’altra, ravviva sentimenti di gratitudine per il dono ricevuto. Grazie all’ordinazione sacerdotale mediante la sacra unzione e l’imposizione delle mani si rigenera in noi la “gioia della paternità” (Papa Francesco, Omelia 26 giugno 2013). Una paternità che ci rende veramente maturi, che ci fa generatori di vita nuova e portatori di speranza. Per questo la gente ci chiama ‘padri’. E ci chiede di esserlo veramente. Non diamo per scontata la paternità. Essa è una grazia che dobbiamo quotidianamente invocare. Non è frutto del nostro saper fare o di diplomazia ecclesiastica, ma dono dello Spirito Santo. Non c’è vera paternità che non venga dal Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. È una paternità ad immagine della Trinità. Siamo padri, partecipando della paternità del Dio-Trinità di amore.

Anche a noi i fedeli chiedono quello che l’apostolo Filippo chiese a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8), “facci vedere dove sta il Padre”. È una richiesta legittima, quella di poter vedere il Padre attraverso di noi. Amministrando i sacramenti, annunciando il Vangelo e vivendo la carità ogni sacerdote mostra il Padre. Per questo dietro quella richiesta ce n’è un’altra ancora più diretta: “Mostraci che tu sei Padre”. Che il Signore ci conceda di poter rispondere come Gesù a Filippo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ecco il vero volto del sacerdote: quello che mostra il Padre.

Un fedele quando cerca il sacerdote, lo fa, perché pensa di trovare in lui un padre, capace di ascolto. E quando bussa alla porta dell’ufficio parrocchiale, non va in cerca solo di un documento o di informazioni, ma cerca il volto di un padre, una parola, uno sguardo, un’attenzione. Come preti siamo chiamati ad essere padri nella fede, che non fanno preferenze tra figli di serie A e figli di serie B, che non favoriscano la formazione di gruppi chiusi, poco inclusivi, che non mostrano benevolenza verso alcuni e arroganza e disprezzo verso altri. Quando un fedele chiama il parroco “don”, arciprete, monsignore, esige una relazione di paternità. Questa è l’essenza della paternità sacerdotale. Una paternità che si gioca nella vita quotidiana, nelle parole e nei gesti, nei comportamenti più ordinari.

La sfida che ci attende è quella di recuperare il senso profondo del nostro essere padri. Non sarà facile affrontarla. Per questo invito tutti i fedeli a pregare per i sacerdoti, soprattutto per quelli più anziani e ammalati. Ricordando l’esortazione del Concilio a trattare i presbiteri “con amore filiale, come pastori e padri” (PO, 9).

Papa Francesco, dedicando un anno speciale a San Giuseppe, ha voluto indicarci un modello di paternità in San Giuseppe, che ha vissuto la sua missione di padre

con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”, “nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio” (Francesco, Omelia, 19 marzo 2013).

Questa nostra società detta “senza padri” ha estremo bisogno di riscoprire la paternità di San Giuseppe, che si è distinta per aver custodito Gesù, averlo amato, educato, protetto. Sul modello di san Giuseppe, la paternità del sacerdote si esprime nell’adempimento fedele del ministero ricevuto, in un atteggiamento di accoglienza nei confronti della comunità che gli viene affidato. Il sacerdote sa di essere mandato in una comunità che gli preesiste, che ha una propria storia, ricca di esperienze positive di crescita, ma anche di ferite e miserie. Sa che deve imparare ad amare quella comunità, per il fatto stesso di essere inviato in essa. Amandola, imparerà a conoscerla e potrà rimodularne il cammino pastorale ed eventualmente avviare nuovi percorsi pastorali. Sa di doverla amare “con cuore di padre”, stare vicino ad essa. Sa di doverne essere custode attento, pronto a cambiare se necessario, senza mai irrigidirsi in posizioni pregiudiziali, che non sono in grado di cogliere i cambiamenti e i bisogni della comunità. E soprattutto si farà servo di tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Farà suo lo stile dell’apostolo Paolo:

…mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro” (1 Cor. 9, 19-23).

Ecco lo stile del sacerdote, che vive la paternità, senza porre al centro sé stesso e i suoi pregiudizi, ma il bene di coloro che è chiamato a custodire. La sua è una paternità a tutto campo, che lo fa costruttore di relazioni dei fedeli con Gesù, dei fedeli tra loro e con il territorio che abitano! È il custodire la gente, l’aver cura di ogni persona, dei bambini, di coloro che sono più fragili, degli anziani e di quelli che abitano le periferie.

Nel corso della visita pastorale ho incrociato il volto sofferente di tanti fratelli e sorelle ammalati. Sono rimasto edificato dalla loro serenità e perseveranza nella fede. È stata una bella sorpresa incontrare una così grande solidarietà e impegno nell’assistenza domiciliare dei propri parenti ammalati. “A mi patri e a mi matri ci penso io”. Una frase che mi ha tanto colpito e fatto riflettere. Contiene un patrimonio spirituale proprio della nostra terra, che come sacerdoti dovremo sapere alimentare e custodire. Il nostro compito è nel saper trasmettere questo patrimonio di valori alle generazioni future.

Cari sacerdoti, sappiamo essere custode dei doni di Dio! Ma per “custodire” dobbiamo aver cura di noi stessi! Sa essere custode chi è capace di vigilare sui suoi sentimenti, sulle sue dinamiche interiori, sul suo cuore: è dal cuore che escono le intenzioni, quelle che costruiscono e quelle che distruggono, quelle che edificano e quelle che creano scandalo e distruggono, quelle umili e quelle che acuiscono il proprio orgoglio.

La nostra paternità pastorale esige il servizio, prevede fatica, lavoro quotidiano. Non ammette rilassamento e ricerca del proprio comodo. Il padre è un lavoratore, che non opera per sé. Un padre sfiduciato, ozioso, alla ricerca del suo benessere più che di quello della comunità, un padre in poltrona, è la controfigura della vera paternità. Quale testimonianza possono offrire a chi è disoccupato quei ministri e sacerdoti, che di lavoro ne hanno, e sufficientemente remunerato, ma disattendono con facilità ai loro doveri e responsabilità? La paternità richiede coraggio, fatica e tanto impegno quotidiano. Come padri non possiamo venir meno alla fatica del nostro ministero: dobbiamo vincere la tentazione della facile delega.

La nostra paternità pastorale si svolge nell’ombra come quella di san Giuseppe: è silenziosa. Nel silenzio, senza lamentarci, con pazienza e coraggio, sopportando il peso della fatica quotidiana. È una paternità esercitata anche attraverso le proprie debolezze. Dio, chiamandoci al sacerdozio, non ha fatto affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, ma anche sulle nostre povertà e debolezze:

…Dio può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza… In mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca” (Patris corde, n. 2).

Se questa è la prospettiva del nostro ministero, dobbiamo sapere far tesoro anche delle nostre debolezze.

Ringrazio il Signore per il coraggio creativo di voi sacerdoti, che mi siete collaboratori, vivendo la paternità nelle comunità parrocchiali. Vi ringrazio per la vostra comprensione, per il servizio prestato, per la comunione che cercate di realizzare tra voi e con me. Sono tanti i sacerdoti che non godono di buona salute. Per essi chiedo a tutti i fedeli una maggiore e tanta preghiera.

Come san Giuseppe si è fatto carico di una paternità che proveniva dal Padre, anche voi sacerdoti fatevi carico della paternità verso tutti. Assieme a voi anch’io mi sforzo di viverla. E se non vi riesco come vorrei e dovrei, chiedo perdono a tutti ed in particolare a chi fosse risentito o offeso da qualche mio comportamento.

Un ricordo speciale desidero averlo nei confronti dei sacerdoti più anziani e malati: don Giuseppe Zancari, un sacerdote fedele, innamorato della Madonna, con parole di Vangelo sempre sulle labbra; mons. Francesco Laganà, testimone fedele di una tradizione sacerdotale che ci edifica; don Filippo Polifrone, che non si arrende di fronte alle debolezze fisiche e segue con fedeltà il nostro cammino ecclesiale; don Pasquale Costa, che vive la sua vita sacerdotale con tanta pace interiore, circondato dall’affetto dei suoi cari. Hanno portato freschezza giovanile don Giovanni Armeni e don Samir Vega della comunità dei Gaetanini. Ma anche i giovani diaconi Gianluca Longo e Giuseppe Pulitanò. Li accogliamo facendo loro spazio e sostenendoli con la nostra testimonianza e paternità.

Concludendo, richiamo la crisi demografica che colpisce la nostra società, che, unitamente alla crisi genitoriale, mette a rischio la famiglia e la sua missione nel mondo. Per questo il santo Padre ha pensato di dedicare un anno speciale a San Giuseppe ed alla “Famiglia Amoris Laetitia”.

Il Signore ci custodisca tutti nel suo amore e conduca noi, pastori e fedeli, nel cammino della vita. Amen!

✠ Francesco Oliva

Vescovo di Locri-Gerace

 

 

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